Quindi vi siete scandalizzati per il diplomando siciliano che si è presentato agli Esami di stato con la magliettina recante la scritta “La scuola italiana fa schifo”? E non credete sia di gran lunga più semplice crocifiggere il diciottenne, stigmatizzarlo come fosse panacea di ogni male, invece che assumersi la responsabilità di una deriva didattica oramai sotto gli occhi di chiunque? Perché, in qualità di corpo docente, non iniziare ad assumersi la responsabilità di aver mandato giù, osservato e fatto nostra qualsiasi schifezza provenisse dalle stanze di ministeri evidentemente poco inclini a migliorare la pubblica istruzione italiana? Perché dunque continuare indefessamente a perpetrare l’alternanza scuola-lavoro, tanto poco utile se non del tutto pericolosa come diversi episodi hanno ampiamente dimostrato?

Perché accettare quella sottospecie di educazione civica, che l’amministrazione, per non spendere soldi pagando professionisti di settore, spalma su tutti i docenti, e a discapito delle ore di didattica curricolare, come se gli stessi fossero formati per l’insegnamento di quella che è a tutti gli effetti una disciplina specialistica di importanza vitale per la crescita, l’educazione e la formazione delle nuove generazioni? Perché senza batter ciglio accettare di insegnare in aule sprovviste di computer e connessione internet mentre l’amministrazione chiede di fare la DiD? Con quali strumenti si dovrebbe farla la DiD laddove l’amministrazione non li fornisce? Perché accettare di portare da casa tablet e computer portatili, o addirittura di collegarsi alle proprie linee internet personali per sopperire alla mancanza, molto diffusa, di quelle d’istituto? Perché affannosamente inseguire programmi ministeriali irrealizzabili data la mole di attività extradidattiche imposta dalle varie amministrazioni succedutesi negli ultimi decenni?

Come mai non si apre bocca quando vengono tagliate cattedre e posti di lavoro? Perché, che si tratti di 5, 10 o ancora più giorni lavorativi, che si debbano percorrere 5 o centinaia di km, si accetta di andare a fare gli esami di stato se, per un membro interno di commissione, la paga netta è un fisso di sole 299 euro a classe, un rimborso cioè appena parziale, per molti docenti, delle sole spese di carburante? Per quale motivo ci si è fatti trasformare in piccoli burocrati riempi-moduli a tutto discapito del tempo deputato alla preparazione dei percorsi didattici, alla cura dei rapporti con gli alunni, alla tranquillità di cui si sostanzia un qualsiasi percorso formativo che possa dirsi autentico? E ancora: per quale assurdo impulso autolesionistico si sta accettando che gli aumenti stipendiali, imprescindibili per la classe docente meno pagata d’Europa, vengano vincolati al ricatto di una formazione utile ai soli istituti deputati a erogarla? E com’è possibile accettare che la valutazione della suddetta formazione venga affidata a docenti interni al proprio istituto d’insegnamento?

Come abbiamo fatto poi a farci riformare il sistema di accesso alla professione un imprecisato numero di volte, ogni volta in modo diametralmente opposto alla precedente e secondo una parabola vertiginosamente discendente, nel giro di una sparuta manciata di anni?

La lista potrebbe continuare ancora a lungo, e anzi: invito tutti i colleghi dotati di sincerità e sano spirito (auto) critico a proseguirla giù nei commenti con voci non contemplate o trattate solo di sfuggita all’interno dell’articolo. L’invito che invece rivolgo a tutti gli altri colleghi, quelli che, spesso ex rivoluzionari, incendiari e contestatori ai tempi dell’università, in queste ore si affrettano a stigmatizzare il provocatorio gesto del giovane siciliano, è quello di attingere al pensiero pedagogico di professori come Massimo Baldacci, ordinario di Pedagogia Generale presso l’Università “Carlo Bo” di Urbino, che afferma: “La maturazione di una capacità critica è il risultato complessivo e di lungo termine dell’intera formazione scolastica, attraverso il concorso delle varie discipline, perfino dell’intero complesso scolastico (…) Un importante pedagogista, Lamberto Borghi, parlava della scuola come di una comunità di liberi dubitanti. Credo che sia questa la linea guida a cui ancora oggi ridare forza: coltivare la scuola non come una azienda, governata necessariamente da relazioni di potere di tipo verticistico e da catene gerarchiche, ma come una comunità di liberi dubitanti, dove vige uno spirito di discussione libera, aperta, tollerante, ricca un po’ su tutte le questioni”.

Personalmente, dunque, ringrazio quel ragazzo, perché il frutto del suo gesto, coraggioso atto finale di un suo personale, autentico e apprezzabile impegno sui temi civici e scolastici, è un dibattito che in queste ore sta decisamente animando rete e giornali: perché è di sana polemica, pubblico dibattito e aperta autocritica che si nutrono quelle società definibili democratiche.

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