Non mettete mano alla pistola, quando sentite la parola Teatro; non togliete la sicura se davanti c’è Biennale, non caricate subito al ‘di Venezia’. Un attimo soltanto, prima di premere il grilletto: il mondo del teatro, a lungo chiuso per Covid, già agonizzante, è quasi morto; dal coma profondo, però, si stanno levando voci di talento per esprimersi senza scrupoli, come se fosse un’ultima parola, sul mondo e la politica, i corpi e il sesso, la cultura e la rappresentazione stesse. Lo dimostrano le proposte della Biennale

Teatro, dal 24 giugno al 2 luglio, a Venezia, sotto il titolo Rot (rosso, in tedesco). I ‘dramaholic’ sono pronti a farsi catturare dalle emozioni, e voi? Ecco che cosa perdereste.

1) Il Leone d’oro Christiane Jatahy, brasiliana di casa a Parigi, porta in scena l’Odissea contemporanea che non vogliamo vedere, con storie vere di migranti-esuli dalla Palestina all’Amazzonia. Prova chiave per Jatahy, creativa di talento che lavora sul confine tra cinema, teatro e verità: deve scuotersi di dosso il rischio di finire nell’Accademia progressista.

2) Samira Elagoz, finlandese d’origine egiziana, Leone d’Argento, sfugge alle categorie. È una/uno che prima ha usato fin troppo sfacciatamente la propria femminilità, ora si mette così in gioco da raccontare per 240 minuti la sua transizione di genere, con il video-artista Cade Moga, brasiliano di casa a Los Angeles. Una ‘performance-reportage, happening-docu-fiction’ da shock?

3) Farà scalpore la versione teatrale di Yana Ross, lituana formatasi a Yale, delle ‘Interviste con uomini schifosi’ di David Foster Wallace, con tanto di pornostar al lavoro dal vivo.

4) Innovazione multimediale e trasgressioni sono garantite anche dai newyorchesi Big Art Group con Caden Mason, in ‘Broke house’, che mescola documentario e permofance, ‘Le Tre Sorelle’ di Cechov e l’America di oggi, in una sorta di ‘alleluia queer’.

5) Il maestro svizzero-belga-tedesco Milo Rau, omaggiato per l’impegno militante con la proiezione di tre suoi film e ormai lanciato anche nella letteratura, presenta ‘La Reprise’, lezione magistrale sul teatro e sulla morte, tema appena esplorato con l’attrice Ursina Lardi nel toccante ‘Everywoman’. Sarà fedele al suo manifesto per il teatro-realtà?

6) Appuntamento da non perdere, la riproposta di ‘Tryptych’ dei Peeping Tom, autentico capolavoro di teatro-danza che lascia a bocca aperta gli spettatori, metafora di un presente claustrofobico segnato dalle paure.

7) In zona Cesarini, la quota ‘Cesaroni’: a fine giornata si balla all’Arsenale, con tanto di letture di poesie di Alda Merini. La prima è annunciata con Asia Argento, segue Galatea Ranzi con le allieve dell’Accademia Silvio d’Amico, chiude la stra-attrice Sonia Bergamasco (“Se mi dura questo entusiasmo finirò come Narciso” recita il titolo della mostra con cui riapre, nella vicina fondazione Cini, la stanza di Eleonora Duse…). Dj set firmato Demetrio Castellucci, della tribù di Romeo, alle cui sonorità è affidato addirittura il compito, da programma, di ‘trasformare l’attonimento in convivio’ e il maschile/femminile ‘in una parola-gender multiforme’ (sic).

Alto e basso, trash e cult, mondo e famiglia: andrebbe tutto scritto con la barra dello ‘slash’ per gli attuali direttori artistici della Biennale, che si firmano ricci/forte. Considerati e riconosciuti provoc/attori/autori/registi, si celano dietro al logo in minuscolo Stefano Ricci e Gianni Forte, forse per via dei cognomi che al pubblico del Teatro borghese potrebbero sembrare marchi di cravatte di seta e grand-hotel. Già: per non farsi imprigionare nel lusso da successo, dopo una prima Biennale inevitabilmente depotenziata dal Covid, ricci/forte ora puntano tutto sul Rot, che sulla carta già appare, come direbbero loro, da applausi/fischi. Aggiungeranno un po’ di fuffa sulla muffa dell’istituzione o faranno un bel casino?

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