A Cannes arriva ancora la guerra tra Russia e Ucraina. Con Mariupolis 2: un lavoro dall’inferno interrotto perché il regista lituano Mantas Kvedaravicius è stato ucciso mentre il 30 marzo cercava di lasciare la città ucraina, martoriata dai russi. A un certo punto le immagini del documentario si fermano e compare la foto del cineasta che con il suo primo docufilm (2016) sulla città ucraina era stato premiato al Festiva di Berlino. E così sullo schermo è apparsa la foto di Kvedaravicius con la data di nascita e di morte. Si tratta quindi di un’opera di fatto testamentaria che fissa le storie di una comunità che si è rifugiata in una chiesa battista: persone che hanno perso tutto. Immagini il cui sottofondo, giorno e notte, è quello dei bombardamenti. Le macerie del documentario arrivano mentre nella grande acciaieria Azovstal, sono asserragliati gli ultimi irriducibili combattenti che non hanno ancora obbedito all’ordine di resa del presidente Zelensky.

Kvedaravicius, regista, antropologo, archeologo, 46 anni, era già stato in quella regione tra il 2014 e il 2015 per raccontare persone e vite di una città contesa tra ucraini e russi durante la prima guerra del Donbass. Mariupolis aveva suscitato grande emozione alla Berlinale nel 2016 confermando il talento di un cineasta capace di cogliere la verità e l’emozione con la semplicità di un primo piano o di un’inquadratura rubata. Sei anni dopo il ritorno, in piena guerra, per rintracciare uomini e donne incontrati la prima volta, per documentare la loro vita tra le macerie e nella paura. La sua morte era stata annunciata dall’ambasciatrice lituana negli Usa il 3 aprile, successivamente la diplomatica in un tweet aveva scritto che il regista era stato ucciso dopo essere stato fatto prigioniero dai russi.

Il suo lavoro è stato raccolto e assemblato dalla compagna del regista, Hanna Bilobrova (a destra nella foto), che le ha trafugate fuggendo a sua volta da Mariupol e soprattutto alla storica montatrice dell’autore, Dounia Sichov, che ha dato forma a questo reportage restituendo in meno di due ore di proiezione lo spirito e il senso dell’opera e la “verità” di una guerra atroce. Ma quando nel film di Mantas si racconta l’orrore dal di dentro, non si tratta più solo di cinema e di giudizio estetico: la realtà prende tutta la scena. “Sapete cosa c’è di veramente straordinario – dice la voce del film – quando si tratta di Mariupol? Nessuno dei suoi abitanti temeva la morte, anche se questa era onnipresente. La morte era già là e nessuno voleva morire senza una ragione. Le persone si aiutavano l’un l’altra a rischio della vita. Fumavano fuori dalle case, discutevano senza far caso alle bombe che piovevano a un passo. Non c’erano più soldi e la vita era diventata troppo breve per farci caso; ciascuno si accontentava di ciò che ancora aveva, andando oltre i propri mezzi“.

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Mariupolis 2, ovvero tutti gli stati della morte

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