Nel Collegio cardinalizio c’è un solo terrore. Arrivare impreparati alla prossima Sede Vacante così come vi si giunse nel 2013 dopo le dimissioni shock di Benedetto XVI. Tra l’altro, dopo oltre nove anni da quel gesto che ha rivoluzionato per sempre il papato e che in futuro condizionerà i vescovi di Roma, il Papa emerito, a 95 anni compiuti, vive indisturbato nel Monastero Mater Ecclesiae. E così qualcuno, dentro più che fuori i sacri palazzi, è legittimato a ipotizzare che Joseph Ratzinger potrebbe ancora sedere sul trono di Pietro se non vi avesse rinunciato per sempre. Una tesi sviluppata con intelligenza, grazie a fonti di prima mano, dal giornalista del Corriere della Sera, Massimo Franco, nel suo ultimo libro intitolato Il Monastero (Solferino) e con un sottotitolo molto eloquente: Benedetto XVI, nove anni di papato-ombra.

Le misteriose condizioni di salute di Francesco, costretto da alcune settimane a utilizzare la sedia a rotelle anche per piccoli spostamenti, alimentano il dibattito sul futuro della sede più ambita della Chiesa di Roma. Che il pre conclave sia già iniziato e da tempo non deve per nulla scandalizzare perché quello per il dopo Karol Wojtyla prese l’avvio grossomodo nella seconda metà degli anni Novanta, poco meno di un decennio prima della morte di san Giovanni Paolo II. A dimostrazione che il periodo pre conclave ha sempre portato bene ai pontefici felicemente regnanti che hanno visto tanti papabili alla successione morire prima di loro. In questo, la Sede Vacante del 2005 è un esempio da manuale.

È evidente che l’identikit del futuro Papa non può prescindere dai profili degli attuali 117 porporati elettori, ovvero con meno di 80 anni, a cui molto probabilmente bisognerà aggiungere anche il cardinale Angelo Becciu, attualmente imputato nel processo penale vaticano sugli investimenti finanziari della Segreteria di Stato, ma che per la sua età può aspirare a entrare in conclave.

Nomi e profili si rincorrono come quello del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, impegnato in prima linea accanto a Francesco nell’offerta di mediazione della Santa Sede per la fine della guerra in Ucraina.

Del segretario generale del Sinodo dei vescovi, il cardinale Mario Grech, maltese, che si sta facendo conoscere per il suo lavoro nella consultazione sinodale di tutte le diocesi, le parrocchie e i movimenti voluta dal Papa. Così come spiccano le figure dell’arcivescovo di Rabat, il cardinale Cristóbal López Romero, salesiano e spagnolo, e dell’arcivescovo di New York, Timothy Michael Dolan. Senza dimenticare l’arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Maria Zuppi, figura di punta della Comunità di Sant’Egidio fondata da Andrea Riccardi, in pole position per la presidenza della Conferenza episcopale italiana, la cui statura e le cui doti di uomo di mediazione e di pace sono universalmente apprezzate. Un uomo capace al contempo di portare avanti le riforme del pontificato bergogliano e di condurre la Chiesa con autorevolezza fuori dalle sabbie mobili nelle quali sembra essersi impantanata in un continuo scontro tra conservatori e progressisti. Una figura figlia, come lo è stato Wojtyla, delle aperture volute dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

Non mancano i nostalgici che vorrebbero un anacronistico ritorno al passato, a quell’11 febbraio 2013 dove, secondo questa visione, la Chiesa avrebbe segnato, almeno per ora, il suo ultimo battito vitale. Ripartire da quel momento è il loro progetto per riprendere le fila di un cattolicesimo che vedono incolore, irriconoscibile, sfregiato, svenduto alle peggiori mode laiciste del momento. Corrente, però, decisamente molto minoritaria all’interno del Collegio cardinalizio e i cui esponenti, antagonisti di Bergoglio verso il quale nutrono risentimenti personali per essere stati defenestrati in modo assai maldestro, non possono certo contare sulla maggioranza dei due terzi richiesta per la fumata bianca.

Senza dimenticare, inoltre, che per il pre conclave sarà determinante il prossimo concistoro con i nuovi cardinali elettori che saranno nominati da Francesco. Un appuntamento molto atteso visto che le ultime berrette rosse sono state annesse al Collegio cardinalizio il 28 novembre 2020. Il futuro concistoro terrà conto anche del nuovo assetto della Curia romana, visto che il 5 giugno prossimo entrerà in vigore la Costituzione apostolica che la ridisegna completamente, Praedicate Evangelium. Recentemente, Francesco ha già fatto capire che vuole rivedere tutti i capidicastero, con innesti anche di laici, e non limitarsi a dei semplici cambi di casacca.

Non a caso, proprio mentre si alimenta il pre conclave e alla vigilia dell’assemblea generale della Cei durante la quale sarà scelto il suo nuovo presidente, l’arcivescovo emerito di Cagliari, monsignor Giuseppe Mani, che è stato anche rettore del Seminario Romano, ha dato alle stampe un volume ricco di riflessioni molto importanti. Si intitola Quello che il vescovo non deve fare ed è un interessante termometro per comprendere davvero la temperatura all’interno delle istituzioni ecclesiali. “È possibile – si domanda monsignor Mani – scegliere sempre i migliori per rivestire l’autorità nella Chiesa? Sono tante le obiezioni, non ultima quella che mancano personalità. ‘Perché oggi non ci sono più nella Chiesa vescovi come Ambrogio, Agostino, Alfonso?’, chiedeva un giorno Paolo VI a monsignor Pietro Rossano. ‘Perché non nominate più vescovi uomini come Agostino, Ambrogio e Alfonso’. ‘Forse ha proprio ragione’, concluse Paolo VI”.

“Ero rettore del Seminario – ricorda ancora il presule nel libro – e un mio superiore prese una decisione che non condividevo affatto. Non vi descrivo la mia situazione interiore. Il ruolo che ricoprivo non mi permetteva reazioni che sapessero di esternazioni, ma l’occasione capitò e la colsi al volo. Incontrai don Giuseppe Dossetti e fu lui a farne le spese. Mi lasciò dire tutto ciò che sentivo e dopo avermi pazientemente ascoltato, mi fece notare di aver ripetuto più volte che non era possibile che in certi posti della Chiesa ci fossero delle ‘rape’ di quel genere e aggiunse: ‘Vedi, non credere che quella rapa sia un’eccezione che è riuscita a penetrare attraverso le maglie della rete, no, nella Chiesa tutti quelli che sono costituiti in autorità sono delle rape’. Dinanzi al mio stupore continuò: ‘Una persona che si fa chiamare, e noi sinceramente crediamo che è, vicario di Gesù Cristo, a confronto con Cristo è meno di una rapa, un vescovo che si ritiene maestro di fede, e lo è, a confronto con gli apostoli è sicuramente una rapa e possiamo continuare all’infinito. Perché? Perché la Chiesa è una grande esperienza di povertà. Dio sceglie le cose infime in questo mondo per confondere le forti, perché nessuna carne si glorifichi dinanzi a lui’”. Mani riporta anche il commento a queste affermazioni che gli fece il gesuita padre Paolo Dezza, che fu confessore di san Paolo VI e per volontà di san Giovanni Paolo II, che nel 1991 lo nominò cardinale, fu delegato pontificio per la Compagnia di Gesù: “Certamente la Chiesa è una esperienza di povertà, ma a trovare uno meglio del tale da mettere a capo di…, nella Chiesa ci voleva poco”. Parole che suonano anche come un monito al Collegio cardinalizio.

Twitter: @FrancescoGrana

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