Una poltrona per cinque. Da Papa Francesco è arrivato un messaggio chiaro sul futuro presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei). “Adesso – ha affermato Bergoglio nella recente intervista al Corriere della Sera – la prossima assemblea dovrà scegliere il nuovo presidente della Cei, io cerco di trovarne uno che voglia fare un bel cambiamento. Preferisco che sia un cardinale, che sia autorevole. E che abbia la possibilità di scegliere il segretario, che possa dire: voglio lavorare con questa persona”. Sono soltanto cinque i cardinali che possono quindi aspirare alla successione di Gualtiero Bassetti: l’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi (66 anni), l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori (75 anni), l’arcivescovo de L’Aquila, Giuseppe Petrocchi (73 anni), l’arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, Paolo Lojudice (57 anni) e il vicario del Papa per la diocesi di Roma, Angelo De Donatis (68 anni).

Un’indicazione, quella di Francesco, in contrasto con quanto affermato dallo Statuto della Cei, rinnovato nel 2014 proprio per volontà di Bergoglio, seppure in modo non conforme alle sue indicazioni. All’articolo 26, infatti, si legge: “In considerazione dei particolari vincoli dell’episcopato d’Italia con il Papa, vescovo di Roma, la nomina del presidente della Conferenza è riservata al Sommo Pontefice, su proposta dell’assemblea generale che elegge, a maggioranza assoluta, una terna di vescovi diocesani”. Francesco avrebbe voluto che anche la Cei, come tutte le altre conferenze episcopali del mondo, eleggesse il proprio presidente. In Italia, prima della riforma dello Statuto, la nomina è sempre stata decisa esclusivamente dal Papa. Ciò si è verificato fino alla presidenza del cardinale Angelo Bagnasco, iniziata nel 2007 per volontà di Benedetto XVI e conclusasi un decennio dopo al termine del secondo mandato quinquennale rinnovatogli sempre da Ratzinger.

Nel 2017 per la nomina del cardinale Gualtiero Bassetti è stato applicato per la prima volta il nuovo Statuto. L’assemblea generale votò una terna nella quale l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve risultò primo, seguito dal vescovo di Novara, monsignor Franco Giulio Brambilla, e dall’allora arcivescovo di Agrigento, il cardinale Francesco Montenegro. Bergoglio scelse Bassetti, che all’epoca aveva già compiuto 75 anni, ovvero l’età canonica delle dimissioni, facendo così intendere che si limitava a ratificare una sorta di elezione diretta del presidente della Cei, seppure mediata dalla sua decisione finale. In realtà, erano anni che Francesco aveva fatto intendere chiaramente, all’episcopato italiano e non solo, che Bassetti era il suo candidato per la successione di Bagnasco.

Anche questa volta, alla vigilia dell’assemblea generale della Cei che dal 23 al 27 maggio prossimi dovrà eleggere il suo nuovo presidente, il Papa ha mandato un messaggio abbastanza eloquente. Esprimendo il suo gradimento per un cardinale, infatti, Francesco ha di fatto sbarrato la strada agli oltre duecento vescovi diocesani eleggibili sulla carta. Tra di loro, ci sono profili abbastanza importanti come l’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, che è anche vicepresidente della Cei per il Nord, il vescovo di Acireale, monsignor Antonino Raspanti, che è vicepresidente uscente della Cei per il Sud, e l’arcivescovo di Napoli, monsignor Domenico Battaglia, che il Papa ha citato durante il suo ultimo intervento all’assemblea generale straordinaria della Conferenza episcopale italiana svoltasi nel novembre 2021.

C’è un altro dato importante contenuto nelle dichiarazioni di Francesco e riguarda il numero due della Chiesa italiana, ovvero il segretario generale. Incarico che finora è stato ricoperto da monsignor Stefano Russo, nominato dal Papa vescovo di Velletri-Segni. Una decisione presa alla vigilia dell’assemblea generale per consentire un cambio radicale dei vertici della Cei. Bergoglio ha, infatti, spiegato che sarà il nuovo presidente a scegliere il segretario, precisando che dovrà essere una persona di fiducia del nuovo leader dell’episcopato italiano. Sempre guardando alla Chiesa della Penisola, il Papa ha aggiunto: “Spesso ho trovato una mentalità preconciliare che si travestiva da conciliare. In continenti come l’America latina e l’Africa è stato più facile. In Italia forse è più difficile. Ma ci sono bravi preti, bravi parroci, brave suore, bravi laici. Per esempio una delle cose che tento di fare per rinnovare la Chiesa italiana è non cambiare troppo i vescovi. Il cardinale Gantin diceva che il vescovo è lo sposo della Chiesa, ogni vescovo è lo sposo della Chiesa per tutta la vita. Quando c’è l’abitudine, è bene. Per questo cerco di nominare i preti, come è accaduto a Genova, a Torino, in Calabria. Credo che questo sia il rinnovamento della Chiesa italiana”. Nomine che hanno ipotecato per un ventennio le sedi più importanti della Penisola.

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