di Mario Pomini

Ogni tanto il tema annoso della modesta retribuzione dei docenti in Italia e della loro quasi inesistente progressione economica viene alla ribalta. Certamente chi sceglie la carriera di insegnante non lo fa per ragioni economiche e non solo in Italia. I dati di Education at Glance 2020 ci dicono che mediamente un docente europeo percepisce un reddito che è pari al 94% del reddito di un laureato dello stesso paese. In Italia la percentuale scende al 77%. Dunque la scelta di andare in classe per un laureato non è certamente conveniente da un punto di vista economico. Diversa è la situazione per i Dirigenti scolastici, qui la cosa si capovolge. Un preside in Europa guadagna circa il 46% in più della media dei laureati, in Italia addirittura l’88% in più. Quindi i presidi italiani possono lamentarsi di tante cose, ma non del loro trattamento economico.

Due ministri dell’istruzione, prima Lorenzo Fioramonti e ora Patrizio Bianchi, si sono mossi per colmare questo gap retributivo dei docenti rispetto alle altre professioni con diversi approcci e differente fortuna. Entrambi sono degli economisti e questo ci consente un’inedita comparazione. Il ministro dei 5 Stelle del II governo Conte aveva chiesto alla sua compagine governativa un contributo di circa due miliardi di euro per cominciare ad affrontare la questione. Soldi destinati sostanzialmente ad aumentare gli stipendi degli insegnanti. Data la numerosa platea dei docenti, si poteva stimare un incremento retributivo di circa duemila-tremila euro annuali pro capite. Non una grossa cifra ma comunque un significativo riconoscimento economico e soprattutto sociale.

Su questa questione il ministro ha minacciato le dimissioni che poi sono state accolte perché il governo ha deciso di non soddisfare le sue richieste. Mancavano i soldi, si diceva. Peccato che due anni dopo il governo Draghi abbia trovato ben sei miliardi di euro, ancora a debito, per ridurre le tasse ai contribuenti di fascia medio alta, con una riduzione delle tasse di circa 100 euro al mese. Quindi non si trattava di una questione di risorse, ma di scelte strategiche.

Ora su questo tema è intervenuto un altro ministro dell’Istruzione ed economista, Patrizio Bianchi, sfruttando il treno legislativo del Pnrr. Il recente decreto legge del 30 aprile che ha riformato l’accesso alla professione docente ha toccato anche il tema della carriera dei docenti. Questa volta non si parla direttamente di soldi: il testo, molto complesso su questo punto, prevede che i docenti che seguano dei percorsi di formazione in servizio triennali possano anticipare gli scatti retributivi. Ma non tutti, solo il 40%, e non da subito, ma a partire dal 2026.

Il ministro Bianchi ha sposato in pieno la tesi di Confindustria che da sempre vuole vincolare gli incrementi salariali, anche nella scuola, all’aumento della produttività, e cioè ad attività aggiuntive dei docenti. Idea ragionevole nel settore privato ma non applicabile alla scuola, dove la misurazione della produttività è molto problematica, per usare un eufemismo. Non sorprende che questo liberismo tarocco del ministro Pd, molto lavoro in più per pochi euro fra qualche anno, abbia trovato l’opposizione immediata e totale dei docenti prima e dei sindacati dopo. Rimane un’osservazione di carattere generale.

Esiste una politica scolastica del fronte progressista su questo tema? Pare di no. Le idee estremamente audaci, ma necessarie, di Fioramonti per riportare i docenti e il sapere al centro della strategia politica non sono state sostenute nemmeno dal suo partito che ha preferito dar fiato al deputato Fraccaro e al demenziale (economicamente parlando) bonus edilizio del 110%. Ancora peggio ha fatto il Pd che si è allineato sulle tesi di Confindustria, senza mettere però nel piatto le risorse necessarie per ricompensare l’aumentata produttività dei docenti. Non sorprende allora che il popolo della scuola, tradizionalmente progressista, possa voltare le spalle e rivolgersi altrove.

Almeno su questo punto il fronte conservatore è coerente: della scuola al centrodestra non importa quasi nulla e gioca la solita carta del populismo elettorale promettendo l’assunzione ope legis a tutti i precari. Intanto i nodi del nostro sistema scolastico rimangono colpevolmente irrisolti. È vero che l’insegnante non guarda molto alla sua carriera economica, ma in fondo ha ragione Confindustria che lega la produttività al salario, anche se questo va letto in maniera differente. È difficile pretendere un maggiore impegno dai docenti italiani quando i loro stipendi, rispetto al guadagno di un laureato, sono in fondo alla graduatoria europea, superati al ribasso solo da quelli di Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca. Ma anche i docenti hanno le loro responsabilità perché hanno troppo disinvoltamente bocciato il concorsone del ministro Luigi Berlinguer del 2000 che, pur con i suoi limiti, avrebbe rappresentato la vera svolta per la loro carriera retributiva. Probabilmente è da lì che bisogna ripartire, magari con i necessari aggiustamenti.

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