I 3 miliardi per l’Istruzione, in manovra, non ci sono. Ce ne sono poco meno di un paio, un gruzzolo raggiunto sommando diverse misure da qualche centinaia di milioni provenienti anche da altri ministeri e poco convincenti per molte categorie. Mancano quindi i fondi senza i quali il ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti aveva parlato di dimissioni già quand’era solo sottosegretario. Ora l’addio sembra imminente, forse prima di Natale.

Gli ultimi mesi sono stati una guerriglia: da un lato lo sforzo del ministero dell’Istruzione di farsi sentire e dall’altro le necessità di far quadrare i conti del bilancio, poco sopra la linea di prassi di tutti i governi degli ultimi quindici anni sul tema scuola. Fioramonti ha vinto e perso diverse battaglie: è riuscito far parlare di scuola e a far rimuovere l’emendamento che riduceva i fondi per l’assunzione dei precari dei centri di ricerca ma, nella stessa lotta, non è riuscito a far cancellare l’istituzione dell’Agenzia nazionale della Ricerca, criticata da una buona parte degli accademici, ma voluta dalla Presidenza del Consiglio. L’esito è abbastanza scontato: quei 2 miliardi sono il frutto di lunghe lotte sulla manovra di Bilancio, tra emendamenti (anche a costo zero) bocciati senza spiegazione e altri approvati nonostante il parere negativo del Miur (quello sugli istituti tecnici superiori che ne porta la dotazione al Mise o quello che inserisce educazione finanziaria nell’educazione civica).

Chi ha potuto parlare col ministro in queste ore racconta che al momento il programma è votare la fiducia alla manovra di Bilancio alla Camera e poi dimettersi. Con serenità e la volontà di sostenere il governo. Non ci sarebbero offerte all’orizzonte, neanche il ritorno all’università di Pretoria pare in programma. Insomma, è lecito il sospetto di un ripensamento ma pare che la decisione sia stata talmente meditata da avere informato anche il premier Conte e Di Maio. Il ministro ha ripetuto più volte, a molti, che deve mantenere la parola. Anche perché il messaggio è sempre stato chiaro: le dimissioni senza quei miliardi sono state ribadite in decine di interviste e occasioni. Ora, il nome in quota M5s, è quello di Nicola Morra: un “successore naturale” visto che era già in lizza al posto del ministro nella fase di formazione del governo.

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