Un nuovo guaio giudiziario per il presidente dell’Interpol, l’emiratino Ahmed Nasser al-Raisi. Lo scorso novembre la sua candidatura (e successiva elezione) alla guida dell’organizzazione creata nel 1923 aveva sollevato un’ondata di dissenso internazionale a causa delle denunce per tortura che lo coinvolgono in cinque diversi Paesi. Ora è di nuovo indagato per “complicità in torture” dopo la denuncia di due cittadini britannici alle autorità della Francia (il Paese in cui ha sede l’Interpol). La Procura nazionale antiterrorismo francese (Pnat) ha confermato di aver affidato al giudice istruttore di Parigi il procedimento per “tortura” e “detenzione arbitraria” a cui al-Raisi è accusato di aver partecipato tra il 2018 e il 2019, durante il suo mandato da l’ex ispettore generale del ministero degli Interni di Abu Dhabi.

Sempre in Francia il capo dell’Interpol era stato denunciato (a settembre 2021) per il caso del ricercatore britannico Matthew Hedges, arrivato nel maggio 2018 a Dubai nell’ambito dei suoi studi e arrestato a novembre con l’accusa di spionaggio. Hedges, condannato al carcere a vita, è stato liberato al termine di una battaglia diplomatica aperta da Londra: sostiene di essere stato messo in isolamento e torturato pur di farlo confessare. Lo scorso anno 19 Ong, tra cui Human rights watch, avevano firmato una petizione per denunciare la “scarsa considerazione dei diritti umani negli Emirati arabi uniti, l’uso sistematico della tortura e dei maltrattamenti nelle strutture di sicurezza dello Stato”, strutture che, sotto la direzione di al-Raisi, “si sono rese responsabili di atti di detenzione arbitraria e di tortura ripetuti e sistematici inflitti ai prigionieri di opinione e ai difensori dei diritti umani, in tutta impunità”, esprimendo preoccupazione per la stessa “reputazione” dell’Interpol nell’ipotesi – poi realizzata – di una sua elezione a presidente.

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