ASSEMBLEA IN TURCHIA

Interpol, l’emiratino denunciato per tortura in lizza come nuovo capo. L’alternativa è un funzionario cinese

Il “contributo” - Il generale al-Raisi è accusato a Parigi di torture, ma Dubai ha versato 50 milioni di euro: è la somma per ampliare la sede della Polizia internazionale a Lione

24 Novembre 2021

Il candidato favorito per guidare l’Interpol, che vota il suo presidente proprio in questi giorni durante l’assemblea che si sta svolgendo in Turchia e che si concluderà domani a Istanbul, è un uomo su cui pesano in Francia diverse denunce per tortura. L’ultima depositata a settembre contro Ahmed Nasser al-Raisi, attuale ispettore generale del ministero degli Interni degli Emirati arabi uniti, davanti al Tribunale di Parigi specializzato nella lotta ai crimini contro l’umanità riguarda il britannico Matthew Hedges. Il ricercatore era arrivato nel maggio 2018 a Dubai nell’ambito dei suoi studi ed è stato arrestato a novembre con l’accusa di spionaggio. Hedges sostiene di essere stato messo in isolamento e torturato pur di farlo confessare. Condannato alla prigione a vita, è stato liberato al termine di una battaglia diplomatica scatenata da Londra.

A giugno era emerso il caso di Ahmed Mansour, militante dei diritti umani arrestato nel 2017 per alcune pubblicazioni sui social e condannato a dieci anni di prigione per “aver insultato lo Stato e leso il prestigio degli Emirati arabi uniti”. Alcune settimane fa, 19 Ong, tra cui Human Rights Watch, hanno firmato una petizione per denunciare la “scarsa considerazione dei diritti umani negli Emirati arabi uniti, l’uso sistematico della tortura e dei maltrattamenti nelle strutture di sicurezza dello Stato”. Strutture che, sotto la direzione di al-Raisi, “si sono rese responsabili di atti di detenzione arbitraria e di tortura ripetuti e sistematici inflitti ai prigionieri di opinione e ai difensori dei diritti umani, in tutta impunità”.

Secondo loro è la “reputazione” stessa dell’istituzione a essere in gioco. La missione dell’Interpol, l’organizzazione internazionale della polizia criminale creata nel 1923, con sede a Lione, è di garantire la sicurezza dei cittadini dei 194 Paesi membri. È l’Interpol che emette i red notice, gli avvisi delle allerte internazionali che permettono di rintracciare criminali in tutto il mondo.

Solo che, scriveva ieri il quotidiano Libération in un editoriale, la “venerabile istituzione è diventata negli ultimi vent’anni una delle armi favorite dei regimi autoritari per scovare i loro oppositori in tutto il mondo”. E denuncia “l’apatia irresponsabile” del governo francese. A preoccupare le Ong è l’abuso che certi regimi potrebbero fare delle red notice. E gli Emirati arabi, insieme a Cina e Russia, sono i Paesi che utilizzano di più questo tipo di segnalazioni.

A settembre gli Emirati hanno segnalato quattro dissidenti in esilio come “terroristi”: se, al termine dell’Assemblea generale che si è aperta ieri, al-Raisi fosse eletto, teme Human Rights Watch, “delle notizie rosse potrebbero essere emesse contro di loro”. “Da presidente mi impegnerò alla modernizzazione d’Interpoli”, scriveva il candidato in un recente tweet, senza dubitare della sua elezione. Il giornale svizzero Le Temps ha messo l’accento su un versamento “volontario” degli Emirati di 50 milioni di euro all’organizzazione via una fondazione a Ginevra.

Una somma che “per coincidenza” corrisponde al budget necessario per realizzare i lavori di ampliamento della sede di Interpol a Lione. La candidatura di al- Raisi non è la sola a scatenare proteste. Per le stesse ragioni, attivisti per i diritti umani e politici di tutto il mondo si stanno opponendo anche a quella del cinese Hu Binchen, attuale vicedirettore del dipartimento per la cooperazione internazionale presso il ministero della Pubblica sicurezza cinese, al Comitato esecutivo d’Interpol, con il compito di supervisionare i lavori della segreteria generale del- l’organismo. “Eleggendolo, l’Assemblea generale darebbe il via libera al governo della Repubblica popolare di Cina per continuare a fare un uso abusivo dell’Interpol, mettendo ancora più a rischio decine di migliaia di dissidenti di Hong Kong, uiguri, tibetani, taiwanesi e cinesi che vivono all’estero”, hanno scritto una cinquantina di esponenti politici di 20 paesi membri dell’Ipac, l’Alleanza interparlamentare sulla Cina, in una lettera ai loro governi, che è stata poi divulgata dal quotidiano di Hong Kong, South China Morning Post.

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