Gli oltre 150 casi di molestie segnalati durante l’adunata degli Alpini a Rimini? Tutta colpa di “infiltrati” con il cappello taroccato. A dirlo è il surreale comunicato stampa dell’Associazione nazionale alpini (Ana) che, dopo giorni di testimonianze di donne raccolte in rete e sui giornali, è riuscito nella impossibile impresa di non condannare violenze e aggressioni. Anzi: gira che ti rigira, gli offesi sono loro perché c’è chi “infanga il loro buon nome”. Se l’esordio è una “presa di distanza dai comportamenti incivili”, nel giro di poche righe i palpeggiamenti, le molestie in branco e i commenti inopportuni, diventano “episodi di maleducazione fisiologici“. Insomma se vi stavate chiedendo chi sono stati “i cattivi” che si sono macchiati dei fatti di Rimini, l’Ana non ha dubbi: giovani under 40, che si aggirano per la festa degli alpini per danneggiare il corpo, e che comprano penne “tarocche” per poter toccare indisturbati donne e minorenni. Come se una penna in testa fosse il lascia passare per fiondarsi su una donna, prenderla a male parole e toccarla a piacimento. Peccato allora che i presenti non se ne siano proprio mai accorti: se sono così tanti e se il “tarocco” è chiaro, sarebbe stato utile che gli alpini “originali” si allarmassero o prendessero posizione. Che gridassero all’impostore per riportare l’ordine. Invece, a quanto pare, proprio gli alpini non sono riusciti a fare il servizio d’ordine della propria manifestazione e nessuno è riuscito a smascherarli.

Il presidente dell’Ana Sebastiano Favero, intervistato da la Stampa, l’ha detto chiaro e tondo: questa storia degli infiltrati per dare fastidio alla gente, “uomini o donne che siano”, è capitata spesso. Avete capito bene: l’hanno già vista, non è una novità. Ma allora perché non hanno mai fatto niente? Perché loro hanno bisogno di “fatti concreti” e i social, per Favero e l’Ana, sono “poco attendibili”. Del resto il tono collettivo è stato lo stesso per tutta la quattro giorni organizzata nella città romagnola: 150 donne raccontano, con dettagli ed elementi circostanziati, di aver vissuto gravi episodi nel bel mezzo della festa nazionale? Tutto falso perché “non ci sono denunce”. Una giustificazione che se non fosse drammatica dovrebbe far ridere: in Italia una donna che parla di cat-calling viene derisa ancora prima di spiegare cosa le è successo, figuriamoci se si presenta in una caserma e se cerca di portare gli aggressori in tribunale. Senza contare che, come testimoniato dalle decine di donne che hanno fatto sentire la loro voce nelle scorse ore, molti degli episodi sono avvenuti sotto gli occhi delle forze dell’ordine. E, raccontano, “nessuno è intervenuto”. “Dicevano ‘va bè ma sono gli alpini'”, hanno raccontato le vittime. “Presunte”, secondo Favero. Perché se sono stati dei “presunti alpini” a danneggiarle, anche le violenze diventano automaticamente “presunte”. L’Associazione nazionale alpini aveva subito critiche simili nel 2018, durante l’adunata di Trento. Ma nessuno nel corpo degli alpini deve aver fatto una qualche autocritica se dopo ben 4 anni la situazione si è presentata pressoché identica. E con una replica ancora più surreale.

Sollecitati e interpellati per ore, tranquillizzati dal silenzio assordante della politica nazionale e regionale, gli alpini hanno deciso di parlare solo a tarda sera di lunedì 9 maggio. “L’Associazione Nazionale Alpini prende ovviamente le distanze, stigmatizzandoli, dai comportamenti incivili segnalati, che certo non appartengono a tradizioni e valori che da sempre custodisce e porta avanti”, è stato l’esordio che lasciava aperto qualche spiraglio. Un’illusione: la messa in discussione è finita qui. “Al tempo stesso, però”, continua il comunicato, si “sottolinea che risulta che alle Forze dell’ordine non sia stata presentata alcuna denuncia“. Ecco, le presunte molestie secondo gli alpini. Ma non solo l’Ana “rileva poi che quando si concentrano in una sola località centinaia di migliaia di persone per festeggiare è quasi fisiologico che possano verificarsi episodi di maleducazione, che però non possono certo inficiare il valore dei messaggi di pace, fratellanza, solidarietà e amore per la Patria che sono veicolati da oltre un secolo proprio dall’Adunata”. Se è così “fisiologico”, come scrivono gli alpini, la domanda sorge spontanea: come fanno in tutte le altre manifestazioni con centinaia di migliaia di persone, radunate in una stessa città, a non molestare le donne? Dev’essere un fenomeno sconosciuto per gli alpini: forse potrebbero sentirsi con gli organizzatori dei cortei della scuola, gli ambientalisti, i pacifisti, i giovani dei Fridays for future. Forse conoscono segreti che l’Ana ignora, tecniche sconosciute per evitare di aggredire le donne nel mentre si fa una manifestazione.

Ma non è l’unico dubbio che sorge leggendo il comunicato dell’Ana. Come è possibile che decine di ragazze raccontino, tutte in coro e tutte con le stesse modalità, delle mani sulla pancia, sul sedere e sul seno. Di uomini che cercavano di leccarle o baciarle mentre lavoravano, delle mascherine strappate, degli accerchiamenti in branco, degli insulti insistenti. Come è possibile? L’Associazione nazionale alpini ha risolto il mistero e non ha alcun dubbio: è colpa degli infiltrati. “L’Ana fa notare”, continua la nota, “che ci sono centinaia, se non migliaia, di giovani che pur non essendo alpini, approfittano della situazione: a costoro, per mescolarsi alla grande festa, basta infatti comperare un cappello alpino, per quanto non originale, su qualunque bancarella”. Ecco che l’indagine si fa più sottile. “Un occhio esperto riconosce subito un cappello “taroccato”, ma la tendenza è nella maggior parte dei casi a generalizzare. La grandissima maggioranza dei soci dell’Ana, poi, a causa della sospensione della leva nel 2004, oggi ha almeno 38 anni: quindi persone molto più giovani difficilmente sono autentici alpini”. Una presa di distanza quindi gli alpini l’hanno fatta, ma dai giovani: gli under 40 sono tutti o quasi infiltrati. E se ci sono state violenze o molestie, bé di sicuro è colpa loro.

Allora l’Ana chiude dicendosi offesa. Perché quelle donne hanno parlato e invece potevano starsene zitte e portare pazienza, come già hanno fatto decine e decine di donne prima di loro. “L’Associazione Nazionale Alpini, per quello che le penne nere sono e rappresentano, ritiene quindi ingeneroso e ingiustificato veicolare un messaggio che associa la figura dell’alpino a quegli episodi di maleducazione“. La chiusa è per ricordare “gli alpini in congedo” che hanno fatto i volontari “durante l’emergenza Covid”, e “che si impegnano a trasmettere i loro valori ai giovani, così come accade nei Campi scuola”. Fine. Nessuna scusa, nessuna volontà di indagare meglio, nessuna autocritica. Solo un’accusa: per gli infiltrati con le penne tarocche.

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