Chi è un avido lettore di romanzi distopici sa bene che la maggior parte di chi li scrive dedica poco tempo al processo attraverso il quale la società scivola nell’abisso distopico. I romanzieri preferiscono descrivere il fenomeno della distopia quale esempio agghiacciante di una società senza diritti, basata sulla forza e sull’oppressione. Quasi tutti gli autori però fanno riferimento a guerre devastanti (The Hunger Games, 1984), alcuni al binomio pandemia-guerra (Le Cose Semplici) quale genesi del processo di transizione dalla democrazia alla distopia.

Oggi, se ci togliamo gli occhiali della propaganda e usiamo la bussola letteraria, possiamo individuare diversi presagi distopici: pandemia, guerra e corpo delle donne, ecco tre argomenti quasi sempre presenti nei romanzieri distopici con i quali ci stiamo confrontando da qualche tempo. Proviamo a sovrapporre questi elementi del nostro presente alla penna distopica di alcuni scrittori.

Nel romanzo Le Cose Semplici, Luca Doninelli fa riferimento a una pandemia che ha decimato la popolazione mondiale, interrotto il commercio internazionale, costretto il mondo intero a chiudersi in un prolungato lockdown dal quale la popolazione non si è mai ripresa. Crisi energetica, interruzione del sistema di messaggistica elettronico, collasso dell’internet, tutti questi fenomeni sono diventati i germogli di una guerra mondiale. Morale: i pochissimi sopravvissuti esistono fra le rovine dell’antica civiltà, si organizzano alla meno peggio – a Milano c’è un ospedale da campo dove a volte suonano i sopravvissuti di una famosa orchestra -, alcuni vivono in gruppi simili alle tribù preistoriche. Non è volutamente chiaro il motivo del conflitto, l’autore sta attento a non prendere posizione a favore di una o dell’altra fazione. Si precipita nell’abisso distopico quando le guerre vengono usate come arma potentissima di propaganda interna per tenere buona una popolazione delusa e potenzialmente rivoluzionaria.

Domandiamoci perché Boris Johnson sia così interessato all’indipendenza dell’Ucraina, perché abbia abbracciato con entusiasmo la sua adesione alla Nato e all’Ue, da cui lui però ha tirato fuori il Regno Unito appoggiando la Brexit. Crediamo davvero che il suo scopo sia la libertà e la democrazia? Prima dello scorso febbraio il partito conservatore britannico non aveva mai menzionato l’Ucraina e dubito che molti dei suoi appartenenti avrebbero potuto identificarne la capitale sulla cartina geografica.

George Orwell nel suo capolavoro 1984 parla di guerre ai confini del sistema combattute costantemente, di attacchi terroristi a Londra e nei dintorni da parte di nazioni e continenti che, come camaleonti, ora sono nemici ora sono alleati. La guerra appartiene al riciclaggio del linguaggio e della storia, alla perenne cancellazione della memoria. E’ irrilevante chi sia il nemico, basta che esista, sempre, e che sia il materiale con cui cementare il sistema al potere. Johnson a febbraio ha preso la palla al balzo, si è mascherato da Churchill contro la versione moderna di Hitler e così facendo ha frenato l’onda di impopolarità che lo stava per travolgere.

Nella società distopica, poi, non esiste, anzi non può esistere, l’amore, e infatti la storia tra Wilson e Julia in 1984 viene polverizzata dal sistema. Nel romanzo The Hunger Games la relazione tra Katniss Evergreen e Peeta Mellark è fonte di costante irritazione per il potere della Capitale che cerca di distruggerla nello stesso modo in cui il regime totalitario di Orwell ha posto fine al rapporto d’amore tra Wilson e Julia. L’amore non è permesso neppure nel capolavoro di Margareth Atwood, Il Racconto dell’Ancella dove però il motivo del divieto diventa ben chiaro: l’amore impedisce l’appropriazione del corpo delle donne da parte del sistema. Ma perché questo corpo è così importante? La risposta è semplice, perché è fonte di procreazione. E bisogna aggiungere che è anche l’unica. Nella trilogia di Matrix l’amore non è un ostacolo, è permesso, il sistema delle macchine non ha interesse a impossessarsi del corpo di Trinity perché la procreazione avviene negli alveari controllati dalle macchine, il corpo della donna è stato superato. Ma finché per far nascere i bambini ci vorrà un utero umano, questo rimarrà preda ambita del sistema distopico.

È possibile usare questa chiave interpretativa per analizzare la terrificante tendenza in atto a de-legalizzare l’aborto? Il vento distopico, che soffia non solo negli Stati Uniti, vuole togliere alle donne il diritto di decidere cosa fare del proprio corpo, le vuole ridurre alle sorelle maggiori delle ancelle descritte dalla Atwood, le vuole costringere a portare avanti gravidanze non volute in nome della “santità” della procreazione.

Cosa fare? Come evitare ciò che appare inevitabile? Le battaglie per l’aborto le hanno fatte le donne, studentesse, casalinghe, professioniste, per riprendersi il proprio corpo, il movimento femminista non era una passerella per le celebrity in voga e per quelle finite nel dimenticatoio. E infatti ha vinto. Anche la battaglia contro il nemico distopico bisogna farla con la gente comune, senza gerarchie, garanti, generali e capi, e chi vuole capire capisca.

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