I pagamenti del gas russo possono continuare a essere effettuati in euro o in dollari nonostante il decreto varato dal Cremlino lo scorso 31 marzo, in base al quale i contratti in essere sono rispettati solo dopo la conversione in rubli delle somme dovute. Lo spiega la Commissione europea, nelle Domande frequenti pubblicate sul suo sito per dare informazioni alle aziende importatrici. Questo mentre lo stop agli acquisti da parte della Ue continua a sembrare un’ipotesi molto improbabile. La Bundesbank ha calcolato che chiudere i rubinetti costerebbe alla Germania 180 miliardi di euro. Secondo gli esperti di Washington, nel caso di un embargo totale l’Europa vedrebbe il pil calare del 3%, con impatti maggiori per i Paesi più dipendenti come la Germania, appunto, e l’Italia.

“Le società dell’Ue possono chiedere” alla Russia “di adempiere ai propri obblighi contrattuali come previsto prima dell’adozione del decreto, ovvero depositando l’importo dovuto in euro o dollari“, si legge nelle Faq. Infatti la parte finale dell’iter, quella che prevede la conversione nella valuta di Mosca, “è interamente nelle mani delle autorità russe”. E le sanzioni vigenti contro Mosca “non vietano l’impegno con Gazprom o GazpromBank” o “l’apertura di un conto” con quest’ultima, continua il documento di Bruxelles, che precisa tuttavia che l’apertura di conti di questo tipo “non deve portare alla violazione di altri divieti” e sanzioni sancite dall’Ue per colpire l’economia russa.

E il tasto dolente è proprio questo: il rischio di violare le sanzioni non sembra affatto remoto. Se infatti fosse coinvolta la Banca centrale russa, “attraverso transazioni legate alla gestione di asset e riserve”, questo ricadrebbe nel perimetro dei divieti. E “visto che il processo di conversione potrebbe richiedere un tempo indefinito, durante il quale la valuta straniera sarà interamente nelle mani delle autorità russe inclusa la Banca centrale, questo potrebbe anche essere considerato un prestito da parte delle compagnie europee”.

La conformità dell’intera procedura con le misure adottate dalla Ue resta dunque poco chiara. Per tutelarsi almeno dall’inadempienza nei confronti degli esportatori le aziende europee comunque, si legge ancora, “possono fare una dichiarazione esplicita circa la loro volontà di adempiere ai propri obblighi derivanti dai contratti in essere e considerare i propri obblighi contrattuali relativi ai pagamento già adempiuti pagando in euro o dollari, in linea con i contratti esistenti, come prima dell’adozione del decreto”.

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