Alysa e Hamid sono scappati dalla guerra. Lei da quella in Ucraina, lui da quella in Afghanistan, ma a causa della legislazione europea hanno dovuto affrontare due percorsi diversi per arrivare qui in Italia. Lei è partita in autobus e in treno da Kiev. Lui ha percorso migliaia di chilometri a piedi dall’Afghanistan, nascondendosi per superare i controlli della polizia di frontiera greca, croata, italiana, e francese. “Mi sento triste per quello che sta accadendo in Ucraina – spiega Hamid -, noi in Afghanistan sappiamo bene che cosa significa vivere durante una guerra. Ma perché io ho dovuto nascondermi? Perché non ho ricevuto un trattamento umano da parte della polizia di frontiera, che mi ha spogliato?”.

Da qualche giorno Hamid e Alysa sono stati accolti nel polo logistico della Croce Rossa Italiana a Bussoleno in Val di Susa. “Ad oggi ospitiamo una cinquantina di persone tra ucraini e migranti provenienti dalla rotta balcanica” spiega Michele Belmondo, del comitato Cri di Susa che è impegnato nell’assistenza ai migranti. Dal 2017 questa valle è diventata il luogo di passaggio più battuto da chi vuole raggiungere la Francia eludendo i controlli della polizia di frontiera. “Quest’autunno abbiamo dato assistenza a oltre 1500 migranti – racconta Belmondo – ogni giorno perlustriamo i sentieri per vedere se c’è qualche persona che ha bisogno oppure interveniamo in caso di chiamata di soccorso”.

Come è accaduto la settimana scorsa, quando sei migranti sono stati salvati dalla Croce Rossa e dal soccorso alpino, dopo che si erano persi a oltre duemila metri d’altezza. La Francia dista soltanto pochi chilometri in linea d’aria ma bisogna camminare in mezzo alla neve per ore. Hamid ci ha provato più volte nelle scorse settimane senza riuscirci: “La polizia mi ha intercettato e mi ha fatto tornare indietro. Così ci ho riprovato ma in montagna fa molto freddo”. Basta poco per perdersi e rischiare l’ipotermia, anche in questa stagione, soprattutto se si affronta il cammino in jeans e scarpe di tela. Per questo i volontari distribuiscono kit di assistenza, pasti autoriscaldanti e indumenti pesanti ai migranti che si mettono in cammino perché “anche uno scarpone può salvare una vita”.

Un lavoro che viene svolto grazie all’aiuto di volontari e grazie alle donazioni raccolte da tanti soggetti tra i quali anche la Fondazione Il Fatto Quotidiano. Da quando è iniziata la guerra in Ucraina l’hub della Croce Rossa ha aperto le sue porte anche alle persone provenienti dalle zone di conflitto. Alysa è una di loro. È arrivata qui con il suo cane dopo che nella strada dove un’esplosione ha ucciso delle persone. “Lì è stato il momento in cui ho avuto paura – spiega la donna – spero di tornare presto a casa ma più passa il tempo e più mi rendo conto che nulla sarà più come prima anche se la guerra finirà”. È arrivata qui in bus e in treno, senza doversi nascondere per attraversare i confini europei. Un percorso diverso rispetto a chi, come Hamid, è fuggito dall’Aghanistan.

“Oggi in Europa è in atto una discriminazione, ci sono migranti di serie A, di serie B ma anche di serie C – commenta Laura Martinelli, avvocata dell’Associazione studi giuridici per l’immigrazione (Asgi) – c’è un favore normativo per i rifugiati ucraini rispetto a chi fugge da altre guerre come gli afghani. Questi ultimi ricadono nell’ordinaria amministrazione della protezione internazionale europea e dunque rischiano di venire respinti e di patire trattamenti disumani e degradanti”. Come quelli che ha vissuto Hamid in Grecia, dove la polizia gli ha tolto i vestiti prima di rispedirlo indietro. “Alla luce di questa situazione si dovrebbe ripensare il sistema di asilo – conclude l’avvocata – ovviamente non limitando i benefici accordati ai rifugiati ucraini ma estendendoli anche alle persone di altre nazionalità, che ugualmente fuggono da una guerra e dunque hanno diritto al riconoscimento della protezione internazionale”.

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