La prima volta che i due si incontrarono era il gennaio 2006: al Cremlino il presidente russo, con una mossa maliziosa da ex agente del Kgb, regalò alla neo-eletta cancelliera tedesca un enorme cane di peluche. Sapeva che i cani erano la sua più grande paura. Nonostante quell’episodio, nonostante la Crimea, nonostante Navalny e un’altra serie di provocazioni russe, per 15 lunghi anni il loro rapporto diplomatico è sempre rimasto vivo. Oggi, a più di un mese dall’invasione dell’Ucraina, la Germania si ritrova a lottare con l’eredità che le ha lasciato Angela Merkel: la stampa e la politica si chiedono se proprio il rapporto con Vladimir Putin, la sottovalutazione delle sue intenzioni, sia stato “il suo più grande errore“.

Il j’accuse definitivo è arrivato per bocca del vicecancelliere tedesco, Robert Habeck: “Vediamo gli errori del passato. La Germania si è messa in una situazione di forte dipendenza da punto di vista energetico” e il fatto di aver puntato tanto sulla Russia “è difficilmente comprensibile“, ha detto l’esponente dei Verdi aprendo i Berlin Energie Transition Dialogues. “La politica energetica è sempre anche politica del potere e della sicurezza“, ha rimarcato il ministro dell’Economia e del Clima. “Che la Germania sia diventata dipendente per il 50% dal gas è poco comprensibile”, ha spiegato ancora Habeck. “Adesso dobbiamo ammettere che abbiamo sbagliato”. E cambiare rotta: “La Germania e l’Europa, passo dopo passo, si stanno ora rendendo più indipendenti dai fossili russi”.

Il fardello dell’Ostpolitik – Il vicecancelliere tedesco parla al plurale, perché le responsabilità non sono solo di Merkel. Come ricorda Hans Monath in un articolo per il quotidiano Der Tagesspiegel, la Spd – per anni alleata di governo nella Grosse Koalition – ha non poche colpe: “L’Ostpolitik di Willy Brandt è stata elevata a fine a se stessa”. Senza dimenticare il predecessore di Merkel, il socialdemocratico Gerhard Schröder, che ha trasformato l’Ostpolitik in un interesse personale, diventando prima l’artefice del Nord Stream 1 e poi il grande burattinaio del Nord Stream 2. L’ex cancelliere è diventato il lobbysta di Mosca in Europa, assicurandosi tra gli altri un incarico nel board del colosso statale russo dell’energia Rosneft, senza mai prendere le distanze dall’amico Putin. Il mega-progetto di raddoppiare il flusso di gas russo verso la Germania, bypassando l’Ucraina dal Baltico, è però il simbolo delle responsabilità politiche che ora vengono attribuite a Merkel.

La difesa del Nord Stream 2 – Il gasdotto esistente e quello recentemente ultimato – prima dello stop deciso da Olaf Scholz – hanno sollevato preoccupazioni politiche fin da subito: in Ucraina, negli Stati baltici e nell’est dell’Unione europea. Lo sottolinea chiaramente Christian Feld nella sua analisi per il portale della Tagesschau, il Tg della prima rete tedesca. “Quando si è trattato di Nord Stream 2, la Merkel è rimasta fedele alla storia che si trattava di un progetto puramente economico. Ha ignorato gli avvertimenti secondo cui l’energia è una parte importante della politica estera”. Il gasdotto, oltre a legare mani piedi Berlino a Mosca, faceva parte di un disegno più ampio, che avrebbe di fatto trasformato la Germania in un hub europeo del gas russo. Ma, prosegue Feld, c’erano molte ragioni che nel corso degli anni avrebbero dovuto convincere Merkel quanto meno a sospendere il progetto. Eppure questo non è successo nemmeno dopo l’annessione della Crimea.

Il cambiamento attraverso il commercio – Perché la cancelliera ha consentito che la Germania diventasse così dipendente dai fossili russi? È questa la domanda che ora si fa la stampa tedesca. Su Focus l’editorialista Jan Fleischhauer parla addirittura di “un’eredità tossica“, ma forse l’attacco più pesante è arrivato lunedì da Bruxelles: la versione europea di Politico ha definito i politici tedeschi, Merkel in testa, “gli utili idioti di Putin“. L’articolo firmato da Matthew Karnitschnig mette in fila gli errori commessi nei sedici anni dell’era Merkel: il Nord Stream 2, la devozione alla Ostpolitik, ma anche quella convinzione che il Wandel durch Handel, il cambiamento attraverso il commercio, sarebbe bastato per evitare una deriva aggressiva nella politica estera di Putin. Merkel, si legge anche sul sito della Tagesschau, era convinta che la convergenza economica avrebbe portato al successo della sua strategia. Questo, almeno finora, non è accaduto.

I mea culpa dei suoi colleghi – Sono gli errori che vengono improvvisamente riconosciuti da coloro che per anni sono stati i compagni di viaggio di Merkel e che ora “si pongono domande dolorose”, racconta Tina Hildebrandt sul settimanale Die Zeit. L’elenco dei mea culpa è lungo: Johann Wadephul, vice capogruppo della Cdu, ha affermato che tutti “dovrebbero riflettere criticamente se sono state sottovalutate le intenzioni aggressive di Putin”, anche se “c’è stata un’incapacità di prepararsi adeguatamente allo scenario negativo che si è verificato”. Thomas de Maizière, uno degli storici ministri dell’era Merkel, ha detto: “Abbiamo valutato male l’aggressività di quest’uomo”. Perfino l’ex ministro delle Finanze, il falco Wolfgang Schäuble, ha ammesso: ““Mi sbagliavo, ci sbagliavamo tutti”. Mentre Friedrich Merz, ora capo della Cdu e nemico interno di Merkel, ne ha approfittato e ha dichiarato che la guerra “ha fatto a pezzi decenni di politica estera e di sicurezza tedesca ed europea”.

Le capacità diplomatiche – “Il governo federale non vedeva il rischio di un’enorme dipendenza dai combustibili fossili provenienti dalla Russia, e forse non voleva vederlo”, scrive ancora Feld. Che però riconosce a Merkel anche di aver ottenuto importanti risultati diplomatici dal suo rapporto con Putin. Tra questi, anche il formato Normandia che ha portato agli accordi di Minsk del febbraio 2015: un merito delle capacità diplomatiche della cancelliera. Le va riconosciuto di aver saputo tenere aperto un canale di comunicazione tra l’Occidente e Mosca, senza il quale Putin avrebbe anche potuto decidere di agire prima. Il passato comune nella Ddr – Merkel è nata e cresciuta nella Germania Est, il presidente russo ci ha lavorato fino alla caduta del Muro – hanno permesso ai due di avere un rapporto privilegiato.

L’assenza di una visione – Putin sa parlare tedesco, Merkel conosce un po’ di russo: Terpeniye (pazienza) è la sua parola preferita. Ne ha fatto ricorso varie volte durante le sue visite al Cremlino, pur di evitare lo strappo definitivo. Anche in nome di quella vergangenheitsbewältigung, elaborazione del passato, che fa sentire alla Germania un debito storico nei confronti della Russia per i crimini commessi durante la seconda guerra mondiale. Eppure, scrive la Faz (Frankfurter Allgemeine Zeitung), adesso la politica estera tedesca dovrebbe smetterla di apparire a Mosca come una “miscela di ingenuità, romanticismo sulla Russia e complessi di colpa“. Eppure le scelte della cancelliera, in particolare in materia di politica energetica, sono state sostenute e avallate dalla stessa Cdu (il suo partito), dagli alleati della Spd e pure dall’industria tedesca, come ha ricordato Paolo Valentino sul Corriere della Sera. Il giornalista nel suo libro L’età di Merkel già segnalava il vero limite dell’ex cancelliera: “È una leader pragmatica, che non ha una visione strutturata della Germania e dell’Europa”. Proprio quell’assenza di visione di lungo periodo che oggi, con il senno del poi, le viene contestata in Germania in merito ai rapporti con la Russia di Putin.

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