Una cancelliera forgiata dalle crisi, che come nessun’altro ha segnato la sua epoca: “Quando guarderemo indietro a questi primi venti anni del Terzo Millennio, parleremo a mio avviso dell’età di Merkel”. L’età di Merkel (320 pagine, Marsilio, 18 euro) è il nuovo libro di Paolo Valentino, corrispondente a Berlino e dal 1984 firma del Corriere della Sera. Non una biografia, non un semplice racconto, ma un lavoro giornalistico che scava all’interno dei 16 anni al potere di Angela Merkel, per svelare il segreto, anzi i segreti, della sua durata: “Una leader che ha marchiato la storia tedesca, europea e internazionale. È stata, nel bene e nel male, la figura tracciante e dominante di questo periodo”. Un’era che terminerà il prossimo 26 settembre, con le elezioni federali da cui uscirà il nuovo cancelliere tedesco.

Attraverso retroscena inediti, ricostruzioni e interviste esclusive ai suoi più stretti collaboratori, interlocutori e avversari, Valentino fornisce ai lettori gli strumenti per capire come Merkel abbia saputo arrivare al potere e poi guidare la Germania attraverso una serie di crisi praticamente senza soluzione di continuità. Un’opera preziosa per capire il nostro tempo e la leader politica che lo ha influenzato, da cui emergono la forza ma anche i limiti dell’approccio di Merkel, che a una visione politica ha sempre anteposto la ricerca di una soluzione a un problema. Il racconta mostra anche i lati inediti della cancelliera, come quando durante una a cena a Schloss Bellevue si rivolse a Emmanuel Macron dicendo: “Sono stanca di continuare a raccogliere i cocci delle tazze che rompi, per rimetterle insieme e potersi sedere a un bere un tè“. Una frase che svela quanto Merkel abbia sempre creduto nel negoziato, nella ricerca del compromesso. “Merkel rimane ancora oggi una scienziata prestata alla politica”, spiega Valentino.

Il suo libro parte dalla tante etichette che ha avuto Merkel, dalle maschere che ha indossato. Alla fine, chi è veramente Angela Merkel?
Il libro cerca di offrire al lettore gli elementi per darsi una risposta. Merkel è stata molte cose in rapporto alle crisi che ha dovuto affrontare. Io non credo che ci sia stato un altro leader negli ultimi 50 anni che abbia dovuto affrontare tante crisi una dopo l’altra. Sono stati 16 anni di potere squartati: gli effetti dell’11 settembre, la crisi dell’euro, la crisi finanziaria, la crisi dei rifugiati, la pandemia. Ma anche la guerra di Libia, oppure il disastro nucleare di Fukushima. Le molte facce di Merkel sono dovute anche alle diversi crisi che ha dovuto affrontare. Chi è veramente Merkel rimarrà sempre un mistero.

I critici della cancelliera l’hanno sempre accusata di non avere una visione. Qual è stata allora la sua forza?
Merkel è una leader pragmatica, che non ha una visione strutturata della Germania e dell’Europa. Di volta in volta ha cercato le soluzioni ai problemi. Non ha mai cercato “la soluzione”, non ha mai pensato in termini strategici. Può essere anche un limite. Ma ha sempre pensato a dare una risposta al problema che le si poneva davanti. Qui emergeva la sua capacità di tessere compromessi, emergeva la preoccupazione di non perdere mai il legame con il consenso popolare, una costante dell’azione di Merkel. Più della visione politica, per la cancelliera hanno sempre contato i valori. Sono i valori di chi ha vissuto fino a 35 anni sotto una dittatura: la libertà, la giustizia sociale, la solidarietà, la democrazia. Questa è sempre stata la sua barra fondamentale, però all’interno di una visione politica molto flessibile. Per questo, molti accusano Merkel di non avere una visione strategica.

Quale sarà quindi il grande lascito di Merkel?
Non credo che quando si parla di Merkel, si possa parlare di un grande lascito. Tutte le soluzioni che ha offerto hanno sempre avuto un lato oscuro, un elemento di incompiutezza. Questo è stato il suo limite. Un esempio: la cancelliera ha fatto un grande salto in Europa con la pandemia, ha detto sì alla mutualizzazione del debito. Un passaggio del Rubicone fino a poco prima impensabile per la Germania. C’è voluta la pandemia per convincerla a fare questo, però Merkel continua a definirla un’iniziativa una tantum. Perché lei si preoccupa sempre di non tagliarsi tutti i ponti. Ed è appunto il suo limite. Ma il più grande lascito di Merkel, se in questi termini vogliamo parlare, è quello di aver offerto un modello etico e di responsabilità ineguagliato: non è mai stata toccata, sfiorata da nessuno scandalo.

Cosa ci lasciano allora i suoi 16 anni al potere?
Ha tenuto insieme l’Unione europea in un periodo in cui non era affatto scontato: durante la crisi dell’euro in Germania c’era una pressione fortissima per l’uscita della Grecia. Le conseguenze sarebbero state impensabili. Merkel su questo ha tenuto il punto, in quella crisi è riuscita a tenere l’Ue insieme. Ha indicato la strada all’Europa? Solo in parte. Le decisioni prese durante la pandemia, ad esempio, si potevano prendere già 10 anni prima. Lei non ha mai anticipato gli eventi. Però Merkel lascia soprattutto un metodo, quello della consultazione permanente con tutti i protagonisti della scena internazionale. Lascia un attaccamento e un impegno incrollabile verso il multilateralismo: il mondo che vuole Merkel è senza potenze dominante che agiscono unilateralmente. Io credo che questi siano lasciti importanti, ma se dovessimo andare a cercare una cosa, la grande cosa a cui Merkel ha legato il suo nome, non la troveremmo. Perché ha sempre rifuggito i grandi disegni: per formazione e per studi. Merkel rimane ancora oggi una scienziata prestata alla politica.

Un’altra critica a Merkel che Lei analizza nel suo libro è la cosiddetta “smobilitazione asimmetrica”.
È una delle cose di cui viene accusata: il fatto di aver vinto le elezioni “rubando” le posizioni degli altri partiti, facendole proprie. Assumendo posizioni che appartengono ad altri partiti, Merkel ha spinto gli elettori a non mobilitarsi. L’idea è: “Perché devo andare a votare Spd se la Merkel fa già una politica socialdemocratica?”. Di fatto la partecipazione elettorale negli anni della Merkel è calata notevolmente. L’altro aspetto è il fatto che lei non ha mai sollevato un tema quando questo era controverso. Non si è mai infilata in un dibattito su un certo argomento, quando questo non aveva una base sufficiente di consenso. “Non sollevi un problema, se non hai anche la soluzione per risolverlo”: è uno dei suoi mantra.

Gli effetti di questo atteggiamento in che modo si riflettono sull’attuale campagna elettorale tedesca?
Merkel ha talmente riempito lo spazio, ha talmente coperto ogni posizione, che adesso si è lasciata dietro un vuoto. La Cdu non ha più un profilo. La Spd, che recupera nei sondaggi, paradossalmente sta facendo una campagna elettorale in cui si pone come erede del lascito di Angela Merkel. I Verdi, che avrebbero potuto essere i veri beneficiari di questa situazione, hanno in realtà sbagliato candidato: pur essendo Annalena Baerbock un’ottima politica, ha e hanno commesso parecchi errori. Quello che sta succedendo è la dimostrazione di come Angela Merkel abbia rivoluzionato il paesaggio politico. Mancando lei, la Cdu è in balia di nessuno. Merkel è la prima cancelliera del dopoguerra a uscire di scena volontariamente: tutti gli altri sono stati sconfitti alle urne, lei ha deciso quando lasciare. Il rischio però è che con la sua uscita di scena, la Cdu subisca un tracollo.

Merkel lascerà lo stesso vuoto anche in Europa?
All’Unione europea sicuramente mancherà la leadership di Merkel. Ma l’Ue ha saputo sempre trovare dei leader anche in passato. La Germania rimane la prima economia d’Europa e chiunque sarà cancelliere, anche se inizialmente non avrà il prestigio e l’autorevolezza di Merkel, avrà un forte peso in Europa. Quanto alla leadership in Europa, sono paradossalmente un po’ meno preoccupato.

Il rapporto tra Merkel e l’Italia. Nel suo libro scrive: “Non ha mai considerato l’Italia un riferimento strategico”. Perché?
È stata soprattutto colpa di Roma. Tutte le volte che Merkel ha dato un’apertura di credito – vedi quella a Matteo Renzi o anche prima a Mario Monti – l’instabilità politica italiana ha sempre finito per far sì che l’Italia non fosse un partner affidabile agli occhi della Germania. Il che non ha impedito convergenze e azioni d’insieme, però l’assenza di continuità politica è storicamente un grave handicap, tanto più durante gli anni di Merkel. Detto questo, bisogna ricordarsi che il rapporto con la Francia rimarrà un totem per ogni cancelliere tedesco.

Dai suoi retroscena e ricostruzioni emerge spesso la rigidità e l’austerità di Merkel. La cancelliera però passerà alla storia soprattutto per la Wilkommenskultur e il Recovery Fund. È l’ennesimo paradosso di una figura così complessa?
Assolutamente. L’ansia della Merkel di “muoversi per millimetri”, come ha sempre detto lei stessa, non ha escluso il fatto che nei momenti di svolta fosse capace di capriole drammatiche. Lo ha fatto dopo Fukushima decidendo l’uscita dal nucleare, lo ha fatto con la Wilkommenskultur (la cultura dell’accoglienza, ndr), aprendo le porte a un milione di rifugiati siriani. Poi ancora con il Next Generation Ue. Ma queste sono le eccezioni che confermano la regola: una leader politica che ha una formazione scientifica, di fronte a un’emergenza totale e una cambio drammatico delle condizioni di base, riesce anche a rovesciare tutte le sue priorità e ad abbracciarne di nuove. Proprio perché a guidarla sono sempre stati i fatti, la realtà, senza pregiudiziali ideologiche. Per questo è stata in grado di fare scelte così radicali, che sicuramente appartengono alla sua eredità.

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