Mai come in questi giorni parole come “mediazione”, negoziazione, “facilitatori” sono pronunciate di continuo da parte di chi invoca o sta avviando iniziative per fermare la guerra scoppiata in Ucraina. Fioccano gli appelli internazionali del “fermate il fuoco”. Si reclamano personaggi influenti per intervenire nella mediazione tra Russia e Ucraina. Qualcuno, in modo sconsolato, auspicherebbe un nuovo Gandhi che non sembra però apparire all’orizzonte. E c’è chi, per ragioni biografiche, non ha potuto conoscere personalmente il grande pacifista indiano, ma è stato allievo di uno dei suoi ultimi diretti discepoli, Anthony Elenjimittam. Parliamo di Daniel Lumera, esperto e punto di riferimento internazionale degli studi sulla meditazione e dell’approfondimento scientifico degli effetti sorprendenti sulla salute di attitudini come la gentilezza. Proprio su questo concetto, Lumera ha promosso recentemente il Movimento per l’Italia Gentile che si prefigge in modo piuttosto ambizioso di operare una piccola-grande rivoluzione nella vita delle persone.

Dottor Lumera, secondo lei bisognerebbe diffondere questo atteggiamento per parlare ai cuori dei potenti. Non è forse troppo ingenuo, o semplicistico, crederlo? Di quale gentilezza stiamo parlando?
“Chiariamo subito una cosa: la gentilezza cui faccio riferimento non deve essere scambiata per un comportamento formale esteriore o per falsa cortesia. E non si tratta di debolezza. Essere gentili significa agire da una condizione di lucidità, chiarezza ed estrema consapevolezza, senza essere il prodotto inconsapevole e reattivo di odio, rancore e risentimento. In questa fase delicatissima che stiamo attraversando, tutti i valori, le strategie, le azioni, le scelte e le decisioni capaci di evidenziare concretamente una comprensione più profonda dell’interconnessione e dell’interdipendenza tra i popoli, le nazioni, gli individui, la natura e il destino collettivo risultano fondamentali al conseguimento di un nuovo equilibrio, della pace e della stessa sopravvivenza del genere umano. Il potere della gentilezza è una virtù attraverso cui si crea consenso, senso di appartenenza e d’identità a partire dall’inclusione e dalla cura.

Oggi ci troviamo di fronte a una situazione internazionale in cui c’è un nemico preciso, un aggressore e un aggredito.
“In questi giorni la tentazione è quella di rispondere alla violenza con altra violenza, alla forza con la forza e all’odio con altro odio. Cadere in questa dinamica istintuale è estremamente semplice quanto pericoloso. D’altro lato, quando autentica, la gentilezza crea senso di appartenenza senza alcun bisogno di ricorrere a una comunicazione verbale violenta, di creare competizione o giocare sulla percezione di un nemico da eliminare. Ma soprattutto, chi comprende il potere della gentilezza non ha bisogno di far leva su istinti primari, paure e ferite emotive degli altri per conseguire i propri obiettivi. Nella gentilezza c’è anche fermezza, presenza e assertività, ma a prevalere è l’empatia, la capacità di risvegliare sentimenti di compassione e fratellanza. Essere ‘gentili’ quindi richiede e presuppone una nobiltà d’animo capace di esprimere quel senso di appartenenza fondato sul riconoscimento reciproco, sul rispetto e sulla cura. Questa nobiltà dovrebbe essere esplorata con più attenzione nell’educazione, nella sanità, nell’economia e nella politica, proprio come medicina preventiva e curativa del conflitto e della violenza. Stiamo vedendo tutti a cosa porta un modello evolutivo antropocentrico e patriarcale basato sulla competizione, che giustifica la violenza come principio autoaffermativo. La gentilezza è uno di quei valori che ci permette di comprendere e integrare gradualmente una visione biocentrica ed ecocentrica della vita fondata sull’interconnessione, sull’interdipendenza e sulla cooperazione”.

Quali effetti provoca a livello sociale praticare questo tipo di gentilezza?
“Alla fine del 2020, il Psychological Bulletin ha pubblicato la più grande metanalisi scientifica relativa all’impatto delle abilità prosociali su salute e qualità della vita. La gentilezza risulta essere uno dei fattori chiave del comportamento prosociale (quello che avvantaggia altre persone o la società nel suo insieme, come aiutare, condividere, donare, cooperare e fare volontariato) e della sua influenza su salute e benessere. In sintesi, gli atteggiamenti prosociali abbassano il rischio di mortalità fino al 60%; aumentano la longevità e l’aspettativa di vita di una percentuale compresa tra il 22% e il 44%; migliorano sia la salute fisica che mentale riducendo il profilo di espressione del gene Ctra legato a stress e risposta immunitaria, riducendo anche l’infiammazione cellulare. Nel libro Biologia della Gentilezza, che ho scritto insieme alla professoressa di Harvard Immaculata De Vivo, abbiamo descritto l’azione della gentilezza sui nostri telomeri, biomarcatori della longevità, dimostrando come le persone gentili vivano più a lungo e in salute. Basta anche solo assistere o leggere di atti di gentilezza affinché si scateni un effetto a catena che innesca cambiamenti cognitivi, emotivi e comportamentali rendendo le persone più aperte, amorevoli, grate, cooperative, riducendo pregiudizio e razzismo. Ed è proprio per queste profonde ragioni che nel 2020 ha preso vita il Movimento Italia Gentile e l’International Kindness Movement, fondato sulle basi scientifiche e filosofiche del libro Biologia della Gentilezza che, coinvolgendo decine di comuni italiani, mira proprio a elevare la consapevolezza individuale e collettiva in un’ondata virale positiva della gentilezza. Bisogna impegnarci tutti nel promuovere un nuovo modello di politica, economia, amministrazione pubblica, integrando il valore della gentilezza come emblema e fulcro di un modo di vivere cooperativo e non competitivo”.

Abbiamo sentito tanti appelli in questi giorni, soprattutto quelli lanciati dal Presidente ucraino Zelensky che, nell’incitare alla difesa del suo popolo, rischiano però di scivolare sul terreno insidioso di una “chiamata alle armi” con effetti disastrosi per l’intero Pianeta. Prima di tutto, quindi, quali parole non andrebbero dette?
“Posso comprendere la posizione del Presidente Zelensky. Sfido chiunque si venisse a trovare in una situazione simile alla sua nel compito di riuscire a mantenere lucidità ed equanimità mentale e verbale. Detto questo, eviterei sicuramente parole che contengono una sentenza di condanna definitiva. Per esempio, metterei al bando espressioni come ‘La situazione è definitivamente compromessa’, ‘Non può esserci via d’uscita’, ‘Un’escalation mondiale è inevitabile”, ecc. Inoltre, chi si occupa di comunicazione e ha un ruolo nel sistema mediatico dovrebbe evitare accuratamente gli insulti e qualsiasi parola provenga dall’odio gratuito. I dati scientifici parlano chiaro: l’attività mentale non solo è capace di influenzare i processi di infiammazione, invecchiamento, tono dell’umore, abilità cognitive, memoria, sistema immunitario e quello cardiocircolatorio, ma pensieri e parole hanno anche un peso ecologico, economico, sociale e politico. Per questo andrebbero usate con estrema cura e attenzione. Ucraina, Russia, Europa, Italia, Nato non sono che idee nella mente umana. Idee che, ben interiorizzate, creano confini, plasmano identità, conflitti, scelte, decisioni, parole, giudizi, comportamenti, modificano la natura e gli ecosistemi, spostano denaro e potere… La radice di ciò che vediamo nel mondo è dunque mentale ed è proprio a partire dalla nostra mente, dalle sue idee e dalle parole che ne derivano che dobbiamo generare un cambiamento radicale. Se l’obiettivo da raggiungere è la pace, non è soltanto una questione di ‘quali’ parole non utilizzare ma anche dell’intenzione con le quali le utilizziamo. Se l’intenzionalità che le anima origina da un punto di rancore, odio, giudizio, paura o risentimento, allora quelle parole alimenteranno il conflitto facendo leva sulle emozioni primarie delle persone, contribuendo ad aggravare la situazione proprio a partire dalla sfera psico-emotiva, già messa a dura prova dall’esperienza pandemica. I media dovrebbero abbandonare il linguaggio intenzionalmente conflittuale e del drama-show”.

Su quali parole chiave invece puntare, almeno per dare una consapevolezza migliore all’opinione pubblica così influenzata dai media?
“Punterei su tutte quelle parole che la maggioranza considera eretiche in questo momento. Ne ho selezionato 19 che mi sono sembrate particolarmente significative: gentilezza, empatia, gratitudine, ascolto, presenza, cura, cooperazione, volontariato, compassione, lucidità, chiarezza, onestà, lealtà, sensibilità, umiltà, perseveranza, pazienza, perdono, amore. Le parole su cui puntare devono nascere da un’autentica intenzionalità costruttiva e riconciliativa. Un sentire lucido che non origini da una radice conflittuale. Deve partire dalla capacità che ognuno ha di trovare pace in primo luogo in se stesso e poi in ogni aspetto della sua vita. Eppure la maggior parte delle persone è letteralmente dipendente dal conflitto, al pari di una droga. Non riesce a vivere senza. Lo ricerca e lo alimenta in ogni occasione possibile: sul lavoro, in famiglia, nelle relazioni, nel proprio passato, con parti di sé rinnegate… Allora dovremmo prima di tutto chiederci: quali parole usiamo in tutti questi contesti? Siamo capaci di scegliere le parole con cura e con una reale intenzione conciliativa?”.

A questo punto le faccio una domanda da un milione di dollari: se lei fosse al posto dei diplomatici scesi in campo, e al netto di tutte le questioni economiche, ideologiche e politiche che sono in ballo, quale strategia comunicativa attuerebbe per raggiungere un buon e giusto compromesso?
“Utilizzerei la strada del silenzio, quello interiore, e stravolgerei tutte le prassi e consuetudini messe in atto durante gli incontri diplomatici”.

E da dove comincerebbe?
“Pretenderei la pratica di 15 minuti di meditazione per ogni ora di riunione. Utilizzo un approccio simile anche nell’accompagnamento al fine vita. Per questo ne conosco l’efficacia e la profondità. Condividere il silenzio, l’ascolto interiore, la semplicità, l’essenzialità, l’ispirazione a cui arriva una mente meditativa è davvero importante. Si riduce notevolmente il livello di conflitto e si creano i presupposti per una maggiore armonia e intesa. Percorrerei quindi una strada interiore. Soprattutto se in ballo ci sono vite umane, credo che l’ascolto della vita e dell’altro debba avvenire attraverso un silenzio rispettoso. Mi rendo perfettamente conto che una cultura basata sul fare, sull’avere e sull’apparire fatichi a cogliere l’importanza della dimensione dell’essere. Tuttavia, esiste una vastissima letteratura scientifica e filosofica che corrobora una scelta di questo tipo. Le stanze della meditazione sono ormai ampiamente utilizzate nelle scuole, nelle aziende, negli ospedali, nelle carceri. Google, Apple, Mc Kinsey e anche all’università di Harvard i professori praticano sessioni di meditazione prima delle lezioni. Questi sono solo alcuni esempi di come uno spazio di silenzio, ascolto interiore, ritorno alla semplicità e all’essenzialità e di contemplazione sia utile ed efficace nella gestione dei conflitti, dello stress e nella manifestazione di comportamenti e soluzioni armoniche. So che per molte persone questo approccio potrebbe apparire ridicolo, inutile e utopico, ma se il nostro modo di essere ci ha portato fino a ciò che stiamo vivendo oggi, ripetendo sempre gli stessi errori, aprirsi a qualcosa di nuovo non sarebbe poi un’idea così assurda. Per mia esperienza, in questo approccio si trovano chiavi importanti capaci di toccare corde profonde, anche quando dall’altra parte sembrano mancare totalmente empatia e umanità. Per disinnescare gli animi più spietati esistono probabilmente solo tre strade percorribili: la costrizione, la morte e l’amore. Ognuna delle tre presuppone un enorme potere. Ognuno di noi ha le proprie inclinazioni. Io tendo naturalmente verso l’ultima soluzione”.

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