Cacciata dall’università, riammessa dai giudici. Il sogno di Francesca (nome di fantasia), ventenne nuorese affetta da sindrome di down e iscritta alla facoltà di Scienze Forestali a Nuoro (sede staccata dell’ateneo di Sassari) può continuare. I giudici della prima sezione del Tar della Sardegna hanno accolto il ricorso presentato dalla famiglia della giovane studentessa, attraverso gli avvocati Mattia Sanna e Riccardo Caboni, contro il decreto con cui l’università aveva dichiarato nulla l’iscrizione di Francesca per “mancanza del requisito di accesso ai corsi di studio universitari”.

La ragazza, come è previsto dalla norma, non aveva sostenuto il classico esame di maturità ma una prova in coerenza con il piano educativo individualizzato che le ha permesso di conseguire un Attestato di formazione. Con quel titolo il padre l’aveva immatricolata, facendo contestualmente presente la condizione di disabilità della figlia. Una condizione che non ha, tuttavia, impedito alla ragazza di frequentare con entusiasmo le lezioni e le attività universitarie. Francesca, affiancata da un tutor, era riuscita a rispettare il suo piano di studi, arrivando a sostenere e superare cinque esami. Con grande gioia nel vedere che il suo sogno prendeva sempre più corpo, giorno dopo giorno.

Nel 2019 la doccia fredda: l’università, nell’esaminare l’immatricolazione di un altro studente disabile, si rende conto di un’anomalia e dopo aver ricontrollato la documentazione della studentessa nuorese comunica di aver riscontrato “ragioni ostative alla prosecuzione degli studi universitari, poiché il titolo posseduto all’atto dell’immatricolazione era risultato non valido per l’accesso alla formazione universitaria, a seguito di una verifica effettuata presso il liceo di provenienza”. E Francesca aveva così dovuto sospendere gli studi, con grande sofferenza.

Ma la famiglia non si è arresa e ha deciso di rivolgersi all’avvocato Sanna che ha studiato il caso, approfondito la normativa relativa ai disabili (assai carente) e portato avanti il ricorso. Già in fase cautelare, a gennaio del 2021, il Tar ha sospeso il provvedimento dell’università e dato a Francesca l’opportunità di ritornare a frequentare Scienze Forestali. Poi la decisione nel merito, con la sentenza pronunciata a fine anno e pubblicata nei giorni scorsi, con cui il Collegio (presieduto dal giudice Dante D’Alessio) conferma l’annullamento del provvedimento emanato dall’università, condannando anche lo stesso Ateneo al pagamento delle spese di giudizio in favore della parte ricorrente (1.500 euro) oltre accessori di legge.

I giudici, nelle motivazioni, evidenziano che nessuna legge italiana preclude l’iscrizione universitaria dell’alunno disabile che non sia in possesso del diploma di scuola secondaria superiore, ma solo di un attestato di credito formativo. E ancora: “l provvedimento impugnato è stato emanato oltre un termine che possa ritenersi ragionevole. Il provvedimento non ha inoltre adeguatamente considerato gli interessi della destinataria che aveva comunicato la propria condizione di disabilità fin dall’iscrizione e che è stata ammessa, ciononostante, a frequentare i corsi universitari, superando favorevolmente ben cinque esami con l’assistenza di un tutor. Tali circostanze sono state ignorate dall’amministrazione che ha pertanto agito illegittimamente frustrando l’affidamento legittimo e consolidato della ricorrente nella prosecuzione degli studi universitari”.

Una decisione che ha riportato la gioia nella vita della studentessa e della sua famiglia, come conferma l’avvocato Sanna, il quale auspica che il dispositivo possa fare giurisprudenza, “soprattutto perché si tratta di una materia che necessita di essere normata in maniera precisa dal legislatore”. Il legale della famiglia, insieme al collega di Cagliari, l’avvocato Riccardo Caboni, era consapevole di quanto fosse in salita questo procedimento: “Sono numerose le famiglie i cui figli disabili non sono ammessi a frequentare l’università per la mancanza del titolo di diploma vero e proprio, seppure gli studenti in questione abbiano sostenuto la prova con le modalità previste. La maggior parte di loro, purtroppo, è costretta ad arrendersi e ora mi auguro che il legislatore si faccia carico di questo problema. Diciamo che questa sentenza può aprire una strada nuova”. Sempre che l’università non tenti il ricorso al Consiglio di Stato.

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