Paper First, la casa editrice del Fatto Quotidiano, ha scelto di celebrare il Giorno della Memoria con un’iniziativa editoriale pensata per i ragazzi. ‘Sono nel vento’ è un romanzo leggero scritto da Andrea Delmonte in cui, grazie alla generosa disponibilità di un professore, due ragazzi girano per la loro città per scoprire i luoghi, le storie e i protagonisti della Shoah e più in generale della presenza degli ebrei in Italia. È un libro di “faction”, cioè con una trama d’invenzione ma in cui fanno capolino le storie vere della comunità ebraica, dalla creazione dei ghetti fino alla Shoah. L’avventura narrata in Sono nel vento è una specie di caccia al tesoro ordita dal professore e il tesoro è la coinvolgente scoperta di storie, persone, gesta ed eventi eccezionali i cui indizi sono spesso ben visibili nell’architettura cittadina fra monumenti, lapidi e nomi delle vie. Lo scopo del libro è offrire ai ragazzi di oggi un romanzo sulla Shoah in cui loro stessi sono i protagonisti insieme alla città, rivissuta per la prima volta come un teatro all’aria aperta: il libro è corredato infatti dalle mappe cittadine per chi voglia vedere coi propri occhi i luoghi in cui la storia è ambientata.

I libri sono tre – Sono nel vento Roma, Sono nel vento Milano e Sono nel vento Bologna – perché la trama è un format che si ripete, ma è adattata nei capitoli centrali a ognuna delle tre città interessate per raccontare le storie e le persone di quella città. È quindi un’operazione glocal, in cui in ogni edizione racconta la tragedia mondiale della Shoah unendo le informazioni di carattere sovranazionali con quelle specifiche accadute nella singola città. Perché la Shoah non è successa ad Auschwitz per mano dei nazisti, ma in centinaia di città italiane fra l’indifferenza o la complicità di tanti italiani come noi. Il brano estratto e che qui pubblichiamo in esclusiva è molto significativo perché, a Roma come in tutte le città italiane, nella stessa via ci furono persone che accolsero gli ebrei in fuga e persone che invece chiusero loro la porta in faccia, consegnandoli di fatto alla deportazione. In viale Giotto, a Roma, questo successe a pochi numeri civici di distanza.

«Qui abitava:

«Ma queste cosa sono? Chi le ha messe?», domandai. «Sono le pietre d’inciampo», rispose lapidario il professore. «Ma mica c’abbiamo inciampato!», replicai con una delle mie solite battute. «Una gran bella idea», continuò imperterrito il prof, «quando l’arte si mette al servizio della memoria. Invece delle solite statue commemorative, meglio questi piccoli sampietrini d’ottone su cui “inciampano” i nostri piedi nei percorsi di ogni giorno. Un inciampo quotidiano che ha come scopo quello di tenere aggiornata la nostra memoria e, si spera, vigile la nostra coscienza».

Il nostro trio si concentrò sulle pietre infilate nel marciapiede. «Il meccanismo è semplice: ricordare con queste piccole targhe, dieci centimetri per dieci, che dietro questi portoni vivevano gli ebrei deportati». «Bella idea», disse Francesco. «I complimenti vanno inviati a un artista tedesco che si chiama Gunter Demnig. Dagli anni Novanta ha cominciato a posizionare le prime pietre proprio in Germania. Poi via via le ha posizionate nel resto d’Europa. Credo ne abbia già piantate cinquantamila, un numero considerevole. Eppure, purtroppo, per quanto si dia da fare, Demnig non riuscirà a piazzare tutte quelle che dovrebbe». «Je pesa er deretano?», dissi sottovoce a Francesco. «No, non è quella la ragione. Nemmeno se lavorasse ventiquattr’ore al giorno ce la potrebbe fare», rispose Ricci. «Perché, quante ce ne vogliono?» «Circa sei milioni». Le nostre menti eseguirono lo spaventoso calcolo di sei milioni meno cinquantamila. Una cifra difficile anche solo da scrivere. Ne approfittai per riguardare con occhi nuovi le pietre d’inciampo. Nella loro semplicità piacquero molto anche a me. «È un modo garbato per ricordare a tutti noi che quella assurda furia omicida si è abbattuta sui nostri vicini, proprio in quella strada che ora è la nostra strada, la stessa dove andiamo a mangiare una pizza o a comprare un paio di scarpe. Questo quadrato d’ottone ci dice che quella terrificante pagina di storia non è capitata lontana da qui, fra genti sconosciute e altre da noi. La bomba atomica di Hiroshima è caduta dall’altra parte del mondo; lo stesso 11 settembre è capitato in un luogo distante seimila chilometri dal Colosseo. La Shoah no. È successa anche qui, dietro questo portone. E ha coinvolto i nostri nonni. È possibile che alcuni di loro fossero fascisti e non si batterono contro questo crimine. Oggi, grazie alle pietre», continuò il prof, «ogni volta che abbasseremo lo sguardo inciamperemo nel ricordo della tragedia delle tragedie. Rileggeremo nomi, traiettorie e destini. Esattamente come hai fatto adesso tu, Mattia».

Sentii una strana emozione che mi stringeva il petto. Ma il prof riprese il racconto: «In via del Tempio, dove eravamo prima, ci sono due pietre con i nomi dei Terracina, una famiglia sterminata in ben tre generazioni, dai nonni ai nipoti. Ma anche la storia della famiglia Spizzichino è terribilmente speciale: tutta la famiglia fu sterminata, ma Settimia, una delle figlie, scampò ai campi di sterminio e tornò a Roma: è l’unica donna sopravvissuta alla razzia del ghetto romano. L’elenco è lunghissimo e tocca praticamente ogni quartiere di Roma. Fra le tante mi ha colpito la storia di Augusto Capon, un ebreo ex ammiraglio della Marina italiana ed eroe della Prima guerra mondiale, vedovo e paralizzato. Pensava che la sua carriera militare fosse sufficiente a difenderlo dalla deportazione e quando arrivarono i nazisti mostrò una lettera di stima scritta da Mussolini. Deportato e ucciso appena arrivato a Birkenau».

«E sta’ un po’ attento, mortacci tua!» Ci voltammo tutti insieme per vedere chi avesse lanciato quell’espressione colorita. Un signore di una certa età era seduto per terra e mandava improperi verso un ragazzo che in una lingua straniera gli ribatteva dalla pedana di un monopattino. «T’ho detto che devi guarda’ ’ndo vai cor quer trabiccolo! M’hai fatto cade’!» Il ragazzo con una sola falcata lo lasciò dietro di sé senza pensarci troppo. Due turiste si avvicinarono al vecchietto e anch’esse in una lingua straniera fatta principalmente di sorrisi lo aiutarono ad alzarsi. Poi ricomposero due buste raccogliendo frutta e altri pacchetti che erano sgusciati fuori dalle sporte della spesa. «Prof», intervenne Francesco. «Posso farle una domanda?» «Certo, Mancini. Dimmi pure». «Nessuno aiutò gli ebrei, come stanno facendo queste due signore? Possibile che nessuno dei loro amici o anche semplici conoscenti non si sia opposto?» «Ma infatti! Pure io mi chiedevo: ma nessuno fece niente? Nessuno alzò un dito per difendere queste persone?», incalzai. «No, no, tante persone si opposero, anche Roma ha i suoi Perlasca. Persone che aiutarono gli ebrei e rischiarono la vita nel farlo». «Prof, io ho visto una fiction alla tivù su di lui… con quell’attore che fa anche Montalbano, come si chiama…» «Zingaretti?», domandò. «Sì, lui. La fiction racconta proprio di Perlasca, che salvò migliaia di ebrei», aggiunse Francesco. «Sì, sì, tantissimi furono salvati. Sapete dov’è viale Giotto?» «No», rispondemmo. «Sta in zona San Saba. In quella via, al numero 24, nei giorni della razzia Bruno Fantera aprì la porta alla famiglia Moscati, salvandola dalla deportazione. In quegli stessi giorni e al numero 3 della stessa via, bussò la famiglia ebraica dei Veneziani che invece trovò la porta chiusa e fu deportata in blocco». «Nella stessa via?», domandai. «Sì, nella stessa via ci sono stati uomini coraggiosi e uomini ignavi. Questa e altre storie ci insegnano che è la persona con le sue scelte che può fare la differenza. Infatti, sul numero civico di Bruno Fantera brilla una targa che si chiama “Il Civico Giusto”». «Che è?» «Funziona un po’ come una pietra d’inciampo al contrario: in quella casa un “Giusto” fece la cosa giusta. E quella targa, in cui è rappresentata una pianta di carrubo, lo ricorderà per sempre. Sulla targa c’è un qr code che racconta la storia attraverso la voce di attori e personaggi conosciuti», iniziò a spiegarci il prof.

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