L’esito è ignoto, così come il luogo. Si sa solo che l’incontro è avvenuto questa mattina a Roma, intorno a mezzogiorno. Da una parte del tavolo i legali incaricati da Vittorio Emanuele di Savoia, dall’altra quelli della Banca d’Italia. In mezzo, un tesoro inestimabile, quello della Real Casa. Trattasi di 6.732 brillanti e 2 mila perle, di diverse misure, montati su collier, orecchini, diademi e spille varie che dal 1946 sono custoditi nel caveau di via Nazionale. Ma del loro destino si tratta, nel senso negoziale del termine.

Mentre la politica pattina attorno al nome del prossimo presidente della Repubblica, infatti, l’ex monarchia sa esattamente quello che vuole: rivuole indietro i suoi gioielli ed è pronta a fare causa allo Stato per averli. Per questo i real eredi hanno promosso un’azione civile che oggi, per la prima volta, ha visto le parti convocate attorno a un tavolo dall’organismo di mediazione. Sull’esito dell’incontro il riserbo è assoluto. “Posso solo dire che c’è stato”, conferma a Fq Magazine l’avvocato Marco di Pietropaolo che rappresenta la banca.

La storia di quei preziosi è antica, oscura e travagliata quanto le ceneri della monarchia. Alla vigilia di lasciare l’Italia tra le ceneri sue, Umberto II incaricò il marchese Lucifero Falcone di portarli all’allora governatore della Banca Luigi Einaudi che per uno scherzo del destino diventerà il primo Presidente dell’Italia repubblicana. Quei tesori lì sono rimasti e gli eredi del regno li rivendicano. Succede da che la Repubblica ha calato le lance sull’esilio della monarchia: succede dal 2002, quando una legge costituzionale cancella le disposizioni transitorie della Carta che vietavano ai Savoia l’ingresso sul suolo italiano. Da quell’anno parte la crociata dei Savoia per riacciuffare gli ori, che passa ancora e sempre per la trincea dell’inchiostro con cui è stata scritta la Costituzione.

Nelle famose disposizioni transitorie poi abrogate veniva espressamente requisito il patrimonio immobiliare e i beni mobili appartenuti ai Savoia, non i gioielli. Quelli non vengono neppure menzionati e questo ha offerto agli eredi un titolo per pretenderli. Sono citati invece nel verbale di consegna che il ministro Lucifero affida a Einaudi il 5 giugno del 1946, tre giorni dopo il referendum che ha sancito la fine della monarchia e la nascita della Repubblica. In quello si legge: “Si affidano in custodia alla cassa centrale, per essere tenuti a disposizione di chi di diritto, gli oggetti preziosi che rappresentano le cosiddette gioie di dotazione della Corona del Regno”.

La formula vaga offre all’avvocato dei Savoia Sergio Orlandi l’occasione di rivendicarli. Lo Stato ha la custodia, la proprietà è dei Savoia. Alla Banca d’Italia quel passaggio offre un titolo quantomeno per trattare la resa, se non proprio resistere. Perché oltre le scritture più o meno sacre o private, c’è poi la Storia con cui fare i conti. Anche quella dei reali che firmano l’armistizio e poi fuggono dall’Italia in fiamme alla volta di Brindisi a bordo della nave “Baionetta”. Se l’Italia ha deciso che le colpe dei padri non ricadano oltre sulle teste dei figli non è scontato debba adornarle di tesori che potrebbe usare a titolo di parziale risarcimento morale ed economico.

Vero è che se alla mediazione siamo arrivati è anche perché nei successivi 70 anni di Repubblica nessuno ha pensato a una soluzione e neppure a come valorizzare quel tesoro. Il premier di oggi Mario Draghi era governatore della Banca d’Italia quando la Regione Piemonte, anno della Repubblica 2006, chiede di poterli almeno mettere in mostra, così come fa la Corona inglese incassando milioni di sterline ogni anno. Draghi da il nullaosta ma serve quello della presidenza del Consiglio, che non arriverà mai. Così il tesoro resta là sotto, e i pretendenti a quel che resta del trono possono usare anche l’argomento dell’inerzia e dello spreco. E magari barattare la restituzione con una disponibilità all’esposizione. Le trattative, da oggi, sono in corso.

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