Centristi su Palermo. Totò Cuffaro e Davide Faraone l’uno accanto all’altro mentre sullo sfondo aleggia Matteo Renzi, evocato a più riprese dall’ex presidente della Sicilia: “Nell’ultimo anno Renzi non ha più sbagliato una mossa”. È la fotografia di un pomeriggio palermitano, subito dopo l’annuncio della candidatura di Faraone a sindaco di Palermo fatta dallo stesso Renzi, a chiusura della Leopolda la scorsa domenica. Tre giorni dopo, Cuffaro e Faraone sono insieme ad un evento pubblico (organizzato già da una settimana). Il primo dopo l’annuncio di Renzi, il primo in cui Faraone è cioè formalmente candidato.

L’occasione è la presentazione del libro sulla Dc del deputato forzista Gianfranco Rotondi. Il titolo è eloquente: “La Variante Dc, storia di un partito che non c’è più e di uno che non c’è ancora”. Per la verità a Palermo la Dc c’è già e può contare su truppe pronte alle barricate. E sul serio: all’evento organizzato a Villa Zito, la partecipazione va, infatti, oltre la capienza della sala e l’ingresso da un certo punto in poi viene interdetto. All’entrata si forma un gruppo di una trentina di persone che non riuscendo ad entrare quasi scatena una rissa. Grida, polemiche, accuse di discriminazione, di favoritismi, finché il responsabile consente l’accesso. Ancora non c’è il partito di massa di un tempo, ma la platea (più di 200 persone), variegata per genere ed età, è pronta a tutto pur di ascoltare l’ex presidente. E lui è già al lavoro per richiamare all’ovile tutti i democristiani che al momento sono altrove, soprattutto nella Lega: “Alessandro Pagano (seduto in platea, ndr) è certamente il migliore e più democristiano tra i moltissimi democristiani che oggi stanno nella Lega”, indica Cuffaro. E subito dopo sposta il dito: “Mi hanno chiesto quando sono uscito dal carcere, dove sono finiti tutti tuoi amici? Ho risposto, dove ci sono i voti, com’è naturale che sia. Io prendevo un milione di voti, in quel momento il Pd di Renzi faceva il 40 per cento”.

Ora Renzi, non più nel Pd, lontano da quelle vette percentuali, gioca d’anticipo e spinge la candidatura in solitaria del suo capogruppo al senato. Solitudine nella quale si infila subito l’ex presidente della regione, rifiutato nelle scorse settimane al tavolo del centrodestra per le amministrative palermitane, dove in extremis viene riaccolto proprio ieri. Lui ha mandato i suoi mentre ragiona di un nuovo grande centro assieme al candidato renziano e mira a svuotare gli altri partiti, perlomeno dai suoi. La mira è chiarissima: “Renzi nell’ultimo anno mezzo non ne ha sbagliata più una. Compresa quella di avere scelto di mandare uno come Draghi al governo. Sono convinto che attorno a Draghi e a cascata un centro si possa ricomporre. E che tanti democristiani sparsi in ogni luogo e in ogni colore, quando ci sia concreta la possibilità di fare un centro attorno a una persona come Draghi, possano tornare”.

È questo il cuore dell’evento. Il manifesto della Nuova Dc. L’Opa lanciata dal Centro su Palermo. Le parole che disegnano il percorso tracciato da Cuffaro nella prima vera settimana di campagna elettorale delle amministrative di Palermo e non solo. Dopo gli annunci dello scorso fine settimana, di Nello Musumeci, presidente in carica, che dalla platea delle ciminiere a Catania si è auto ricandidato alla presidenza della Regione. Dopo la risposta di Renzi a quel Micciché che aveva rivelato anche il più piccolo particolare della cena all’enoteca Pinchiorri di Firenze: la candidatura di Davide Faraone alla guida di Palermo, lanciata da Firenze, alla chiusura della Leopolda dallo stesso Renzi, rimasto orfano di quel patto siciliano stretto con Forza Italia.

L’anno elettorale per la Sicilia è ufficialmente iniziato: si vota in primavera per Palermo, a novembre 2022 per la Regione. E si prospetta infuocatissimo. Intanto l’esordio ufficiale, ieri a Villa Zito, vede l’ex presidente della Regione protagonista. Faraone gli siede accanto perché sarà il suo candidato? La domanda fa da spalla a un piccolo siparietto tra i due: “Puoi avvalerti della facoltà di non rispondere”, scherza Faraone. E Cuffaro è pronto: “Non l’ho fatto quando mi hanno processato, figurati se lo faccio qui”. Totò incassa la risata della platea e risponde: “Potrebbe essere un buon sindaco ma questo non vuol dire che siamo con Davide, noi siamo perché a Palermo si allarghi il campo che sta ragionando insieme sul sindaco da votare. Se potessi scegliere io, sceglierei una donna”.

Palla che Faraone coglierà al balzo già il giorno successivo bacchettando il tavolo del centrodestra al quale non siede neanche una donna: “Diciannove uomini attorno ad un tavolo senza le donne. Un tavolo per soli uomini, un club per signori maschi dove le donne non sono state ammesse. Chissà perché”. Se Cuffaro loda Renzi, infatti, Faraone non manca di ricambiare la cortesia, e di sottolineare il suo antico garantismo, da Craxi a Dell’Utri, fino a sedere al fianco del presidente siciliano condannato per favoreggiamento alla mafia: “Quando era presidente della Regione non l’ho mai incontrato – racconta Faraone alla platea di Villa Zito -. Tutti quelli che da Totò le prebende le hanno avute quando era presidente della Regione, adesso provano imbarazzo a fare riunioni con lui, io che prebende non ne ho mai avute perché neanche lo conoscevo, imbarazzo oggi non ne provo, perché credo che chi esce dal carcere è una persona che merita di vivere senza essere massacrato continuamente”. D’altronde “sono stato per i vent’anni dalla morte di Craxi ad Hammamet, perché al di là degli errori, riconosco che è stato uno statista. Sono stato in carcere a trovare Dell’Utri, quando col tumore alla prostata non veniva messo ai domiciliari. Tutte battaglie che ho fatto a viso aperto”.

Archiviato, almeno per il momento, il dialogo con Miccichè; Faraone si siede al tavolo della Dc, di fronte a una platea cuffariana. Alla quale l’ex presidente della regione di rivolge per definire l’identità della nuova Democrazia cristiana, che prima di tutto si ricolloca nel presente come “balena verde”, sposando – almeno a parole – la nuova ondata green. Ma non solo. Cuffaro chiude con chiarezza la porta ai leghisti: “La democrazia cristiana è stata per tutte le famiglie, di dovunque siano, e se scappano dalla fame e vanno incontro alla speranza, la famiglia cristiana le accoglie. Eravamo immigrati e però poi c’hanno fatto passare. E poi siamo diventati sindaci di New York, governatori, perché qualcuno la possibilità ce l’ha data. Noi dialoghiamo con chi è favorevole a una politica dell’accoglienza, con chi è popolare non populista, con chi è democratico non eccessivamente sovranista”. Mentre poco prima aveva il M5s: “Se fosse passata la riforma costituzionale di Renzi, ci troveremmo i Cinquestelle padroni totali del Paese. Penso che anche Renzi sia poi stato contento del fallimento di quel referendum. Di certo dopo non ha più sbagliato”. Il progetto è stato raccontato, la platea pronta fuori ad andare à la guerre, adesso è sazia e si appresta a salutarlo. Lui si concede sempre generoso. E non perde il vizio: “Venga che la bacio, così la marchio”. Ma si preoccupa: “Mi raccomando, sto solo scherzando”.

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