Si procede a piccoli passi, con target che potrebbero far restare “a portata di mano” l’obiettivo di rimanere sotto la soglia di 1,5° di riscaldamento globale, se solo fossero accompagnati da misure coerenti con questa sfida. E che, al momento, non ci sono. Certo, il Glasgow Climate Pact porta una serie di novità, come la richiesta ai Paesi di rafforzare gli impegni di riduzione al 2030 prima della Cop27, che si terrà alla fine del prossimo anno in Egitto, ma lascia anche in eredità un’amara (e realistica) visione del mondo. Tutto riassunto nei giochi di potere attuati in Scozia. Quelli di Cina e India che, in cambio della loro firma sul patto, hanno chiesto un passo indietro sui combustibili fossili per la prima volta citati in un documento finale della Cop. Facendo un piacere anche ad Arabia Saudita, Australia e Russia. Ma una prova di forza è stata anche quella di Stati Uniti e Unione europea, che non hanno voluto concedere una struttura di finanziamento per le perdite e i danni causati da eventi meteorologici estremi legati al cambiamento climatico ai paesi più vulnerabili, il Gruppo dei 77 (130 nazioni e l’85% della popolazione mondiale) più la Cina che, però, lungi dall’essere un Paese vulnerabile o in via di sviluppo. E così, probabilmente anche guardando a Pechino, gli Usa hanno preferito non assumersi la responsabilità di essere il primo inquinatore mondiale dal 1850 ad oggi, secondo uno studio del Global carbon project.

Gli aiuti ai Paesi poveri, dimenticando l’urgenza – Il boccone più amaro lo hanno dovuto ingoiare proprio le nazioni che rischiano la loro stessa esistenza (inquinando meno di tutti), alla faccia della solidarietà e anche dell’urgenza. Per l’adattamento un passo avanti e due indietro. Viene confermato l’obiettivo dei 100 miliardi all’anno, che si sarebbero dovuti mobilitare già nel 2020, ma ora si punta a raggiungere la cifra complessiva promessa nel 2009 a Copenaghen, ossia 600 miliardi di dollari entro il 2025. Come trovarli? Se ne discuterà con colloqui programmati dal 2022 al 2026. Ma, allo stesso tempo, i Paesi sviluppati sono chiamati a raddoppiare il loro sostegno (dai 20 a 40 miliardi di dollari all’anno), anche per un maggiore equilibrio tra le risorse destinate alla mitigazione e quelle, scarse, finora investite per l’adattamento. Solo che finora la somma per l’adattamento è servita anche a pagare i danni e le perdite già subite. E senza quel meccanismo che i Paesi vulnerabili si sono visti negare a Glasgow, la storia è destinata a ripetersi. “Serviva a consentire una rapida ricostruzione e ripresa economica dei territori colpiti, evitando così anche il preoccupante aumento dei profughi climatici” ha sottolineato il presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani. “Non solo i paesi ricchi hanno bloccato la richiesta – ha spiegato Gabriela Bucher, direttore esecutivo internazionale di Oxfam – ma tutto ciò che hanno concesso è un finanziamento limitato per l’assistenza tecnica (che verrà gestito attraverso la rete di Santiago, ndr) e un dialogo”. Non è stato possibile trovare alcun accordo sull’obiettivo di finanziamento del clima post 2025, ma i Paesi hanno concordato di avviare un programma di lavoro di due anni per identificare le esigenze dei paesi in via di sviluppo, in vista della definizione di un obiettivo post 2025 nel 2024.

Rinviata al 2022 la roadmap per ridurre emissioni al 2030 – Il Glasgow Climate Pact ha rinviato al prossimo anno, invece, l’adozione della roadmap per ridurre le emissioni climalteranti al 2030. Obiettivo: entro questo decennio un taglio del 45% delle emissioni di CO2 rispetto al 2010, per arrivare a zero emissioni nette ‘intorno alla metà del secolo’. A caro prezzo per i paesi vulnerabili hanno firmato tutti, anche quelle nazioni che all’apertura della Cop26 hanno annunciato le emissione nette zero al 2060 (Cina e Russia) e al 2070 (India). Per raggiungere questi target si chiede la revisione annuale degli impegni di riduzione al 2030 a partire dal 2022: gli obiettivi andranno dunque rafforzati prima della Cop27. Questo è un passo importante, sempre che i Paesi rispondano in modo ambizioso. Anche perché, secondo il rapporto aggiornato sul divario delle emissioni dell’Unep, gli attuali piani climatici dei Paesi (Ndc) stanno portando a un riscaldamento globale di 2,4° C. Ai Paesi viene anche chiesto di definire obiettivi per il 2035 entro il 2025, obiettivi per il 2040 entro il 2030 e così via. “Per l’Ue – fanno notare i Verdi europei – significa che la legge sul clima dovrà essere rivista entro il 2025 per includere obiettivi climatici quinquennali”. Per Stefano Ciafani “si mantiene ancora vivo l’obiettivo di 1.5°C”. Ma nel testo finale si ribadisce che il target è restare “ben al di sotto dei 2° gradi Celsius”, pur facendo ulteriori sforzi per rimanere sotto la soglia di 1,5° e ribadendo più e più volte la differenza in termini di conseguenze per il Pianeta. “Il riferimento ai 2 gradi è contenuto nel testo dell’articolo 2 dell’accordo di Parigi che altrimenti andrebbe rivisto, ricominciando da capo e perdendo tempo prezioso” spiega a ilfattoquotidiano.it Mauro Albrizio, direttore dell’Ufficio europeo di Legambiente. Ma, anche se il target principale si sposta a 1,5 gradi Celsius, il punto è capire se davvero si può rimanere sotto la soglia più ambiziosa. “Dipende dall’ambizione della roadmap che sarà adottata il prossimo anno, alla Cop27” aggiunge Albrizio.

Il mercato mondiale del carbonio e le cooperazione non di mercato – Ma dipende anche da come funzionerà il mercato mondiale del carbonio previsto dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, dall’attuazione del Paris Rulebook (le regole per attuare l’Accordo del 2015) e dalla trasparenza nella comunicazione dei dati sulla decarbonizzazione degli Stati. Dopo due tentativi falliti a Katowice e a Madrid, i Paesi hanno sigillato le regole del nuovo mercato mondiale del carbonio. Tra i nodi c’era quello del carry on, ossia cosa fare dei crediti sviluppati attraverso il Protocollo di Kyoto e non ancora utilizzati, dato che Brasile e Russia hanno sempre puntato a utilizzare quel surplus di crediti all’interno del nuovo mercato delle emissioni, il Sustainable Development Mechanism (SDM), che sostituisce il Clean Development Mechanism (CDM) di Kyoto. “C’è solo una cancellazione parziale dei junk credits di Kyoto, che mina l’integrità climatica del mercato del carbonio” spiega Mauro Albrizio. Per i Verdi europei “le regole sono deboli e consentirebbero ai Paesi di utilizzare alcuni milioni di tonnellate di vecchi crediti di compensazione a basso costo (CDM) per raggiungere i loro obiettivi per il 2030”. E poi c’è il problema del doppio conteggio. Quando una riduzione delle emissioni viene venduta a un altro Paese o a una società all’estero, la nazione che avvia la vendita non dovrebbe essere autorizzata a contare quei crediti nei propri Ndc. Sulla carta eliminato, secondo le ong il doppio conteggio in concreto è ancora possibile a causa di criteri di controllo non sufficientemente rigorosi. “La truffa delle compensazioni delle emissioni viene purtroppo agevolata dall’accordo di Glasgow, con la creazione di nuove e intollerabili scappatoie che mettono in pericolo la natura, i popoli indigeni e l’obiettivo stesso di limitare le temperature a 1,5°C” commenta Jennifer Morgan, direttrice esecutiva di Greenpeace International.

La prima volta ‘amara’ dei combustibili fossili – L’altra grande incognita è quella dei combustibili fossili. Al centro del braccio di ferro vinto da India e Cina e, soprattutto, simbolo dell’ennesimo tradimento ai Paesi vulnerabili. “Alla fine l’ha spuntata l’India, con il sostegno della Cina, e al concetto fondamentale di eliminazione del carbone (tra l’altro, solo quello senza abbattimento delle emissioni, ndr) si è sostituito quello di riduzione progressiva” spiega a ilfattoquotidiano.it l’eurodeputata Eleonora Evi, co-portavoce di Europa Verde, secondo cui “questa riduzione con ogni probabilità non ci porterà a raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi e quello di mantenere l’aumento delle temperature sotto 1,5 gradi”. D’altronde l’India è stata irremovibile. “Non è compito dell’Onu dare prescrizioni sulle fonti energetiche” ha detto il ministro dell’Ambiente indiano, Bhupender Yadav, spiegando che i paesi in via di sviluppo “vogliono avere la loro equa quota di carbon budget e vogliono continuare il loro uso responsabile dei combustibili fossili”. Alla fine il presidente britannico Alok Sharma, rammaricato, ha dovuto cedere. “Se si vuole per davvero fronteggiare l’emergenza climatica – spiega Mauro Albrizio – va avviato al più presto il phase-out di tutti i combustibili fossili e dei loro incentivi. L’Europa deve fare da apripista cogliendo l’occasione della discussione in corso sul nuovo Pacchetto Clima ed Energia”. Un pacchetto legislativo che sia “in grado di consentire una riduzione delle emissioni di almeno il 65% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, accelerando il phase-out di carbone, gas e petrolio e di tutti i sussidi ai combustibili fossili”.

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