Meno paletti per i cittadini stanieri, aiuti più generosi per le famiglie numerose, abolizione dell’obbligo di spendere l’intero aiuto entro il mese successivo all’erogazione e cumulo parziale tra reddito da lavoro e sussidio, in modo da non penalizzare chi accetta un’offerta. Ma anche un’apertura alla necessità di considerare “congrue” offerte di lavoro di brevissima durata. A patto che si eliminino le “disposizioni palesemente assurde e inutilmente punitive” inserite in legge di Bilancio stando alle quali la seconda proposta va accettata anche se è all’altro capo del Paese. Sono alcune delle dieci proposte del comitato di valutazione del reddito di cittadinanza istituito dal ministro del Lavoro Andrea Orlando e guidato da Chiara Saraceno. L’attesa relazione è stata presentata dalla sociologa insieme all’esponente dem, che si è detto personalmente d’accordo con la riforma “organica e ambiziosa” descritta nel documento ma non ha nascosto di avere molti dubbi sul fatto che il governo riesca a recepire le indicazioni degli esperti. “È una base da cui il Parlamento può partire per riflessioni e ulteriori integrazioni”, ha chiosato, ma ci sono modifiche “che hanno una valenza di buon senso e possono essere recepite rapidamente” mentre “su altre, con valenza politica più impattante, le forze politiche faranno le loro valutazioni”.

Tra i punti evidentemente divisivi per la maggioranza c’è il dimezzamento del periodo di residenza in Italia richiesto agli stranieri per aver diritto all’aiuto. Ma un assist potrebbe arrivare dalla Corte costituzionale, proprio oggi in udienza per valutare la compatibilità del limite attuale di 10 anni con la Carta. “Spero che questo lavoro contribuisca a risanare il dibattito sul reddito”, ha commentato dal canto suo Saraceno, che si è detta dispiaciuta per il fatto che nel decidere le modifiche già inserite in manovra il governo non abbia tenuto conto dei dati e degli orientamenti degli esperti: “A me sembra che non abbia riformato il Reddito ma abbia semplicemente irrigidito un po’ i controlli e in parte anche le condizioni di accesso”. Il rapporto si conclude non a caso con una considerazione amara: “Ovviamente, questo lavoro, e lo stesso Comitato Scientifico, hanno un senso non puramente di studio solo a condizione che i decisori politici ne facciano uso nel prendere le loro decisioni”.

1 – Non discriminare i cittadini stranieri – Il comitato, di cui fanno parte l’ideatore dell’Alleanza contro la povertà in Italia Cristiano Gori, il docente di Politica economica ed esperto di disuguaglianze Maurizio Franzini, il capo della direzione centrale Studi e Ricerche dell’Inps Daniele Checchi e la sociologa dell’ufficio Politiche sociali della Caritas italiana Nunzia De Capite, il professore di Sociologia Economica alla Sapienza Andrea Ciarini e la docente di diritto del lavoro Paola Bozzao, ha rilevato cinque tipi di criticità da affrontare per rendere il sussidio più equo e più efficace. Si tratta dei criteri di accesso, della difformità sostegno a seconda dell’ampiezza e composizione della famiglia, dei requisiti legati a reddito e ricchezza e dell’implementazione dei patti per il lavoro e per l’inclusione sociale. La prima proposta è quella di ridurre il periodo minimo di residenza in Italia richiesto ai cittadini extracomunitari per avere diritto al reddito da 10 anni a 5. Gli esperti avrebbero preferito un abbassamento più drastico, a due anni, ma “in subordine” ritengono sia indispensabile almeno ridurre il requisito al tempo necessario per ottenere lo status di soggiornante di lungo periodo. Un intervento di buon senso, considerato che la soglia attuale esclude per esempio anche i titolari di protezione internazionale. E già all’indomani del varo del reddito il Servizio studi del Senato aveva rilevato il rischio di incostituzionalità e ad ore la Consulta si pronuncerà proprio su questo. “Nessun Paese europeo richiede un periodo di residenza così lungo”, ha sottolineato Saraceno, spiegando che la modifica “costerebbe circa 300 milioni in più all’anno” e consentirebbe di raggiungere 68mila persone in più.

2 – Un reddito a misura di famiglie numerose – La seconda modifica che gli esperti considerano necessaria riguarda la cosiddetta scala di equivalenza: l’obiettivo è superare il metodo attuale che penalizza le famiglie numerose, che sono più facilmente escluse dal beneficio (perché la soglia di accesso è meno generosa per i nuclei con minorenni) e a cui spetta una cifra ingiustamente bassa rispetto a quella garantita ai single perché a ogni minore viene attribuito un coefficiente pari a solo 0,2, contro lo 0,4 per i maggiorenni. “Chiunque abbia un figlio adolescente ha sicuramente qualche dubbio sul fatto che mangi meno di un adulto o richieda una spesa più bassa, per esempio, per le scarpe, visto che gli crescono i piedi…”, ha commentato Saraceno. Ed è tanto più un paradosso in un Paese in cui la diffusione della povertà tra i minorenni è più alta che tra adulti e anziani. La proposta allora è quella di portare il valore massimo a 2,8 (2,9 in caso di componenti con disabilità) dal 2,1 attuale e ridurre la soglia di partenza per i nuclei di una persona da 6000 a 5.400 euro. In caso di decadenza dal diritto al beneficio di un componente della famiglia bisognerebbe poi prevedere che la decadenza valga solo per lui e non per l’intero nucleo. L’implementazione “sarebbe quasi a costo zero”, secondo la Saraceno, perché la riforma “si intreccia con l’entrata a regime dell’assegno unico” per i nuclei con figli. Se le proposte saranno accettate il beneficio massimo mensile ottenibile da una famiglia di sei componenti che vive in affitto potrebbe passare da 1.330 euro al mese a 1.540.

3 – Più equità sui costi dell’abitare – La terza proposta consiste nel differenziare il contributo per l’affitto in base alla dimensione del nucleo familiare, riducendolo per i nuclei formati da una sola persona e incrementandolo al crescere del numero dei componenti. La normativa attuale prevede una quota di integrazione al reddito fino a un massimo di 500 euro a cui si somma la componente affitto, fino a 280 euro. Ma questa seconda parte “è uguale per tutte le famiglie, indipendentemente dalla loro dimensione”. Di conseguenza, spiega il comitato, “si produce un ulteriore svantaggio per i nuclei numerosi. I dati, infatti, mostrano che sono soprattutto le famiglie di maggiore ampiezza quelle che non riescono a coprire per intero il costo della locazione con il contributo”.

4 – Non penalizzare chi lavora – E’ uno dei punti cruciali in vista dell’inserimento di quella fetta di percettori – comunque una minoranza – che è in grado di lavorare. Oggi ai beneficiari “lavorare non conviene”, è la considerazione oggettiva del comitato. Questo perché per ogni 100 euro di reddito da lavoro, 80 vengono decurtati dall’ammontare del sussidio. “Di fatto è come prevedere una tassazione dell’80% sul nuovo reddito”, spiegano gli esperti. E “entro un anno”, quando i nuovi introiti entrano nell’Isee, “questa percentuale salirà al 100%”. Di qui la necessità di consentire un cumulo parziale tra reddito da lavoro e sussidio, in modo da non penalizzare chi accetta un’offerta. La proposta è di considerare il reddito da lavoro solo per il 60%

5 – Considerare il patrimonio in modo flessibile – Utilizzare una soglia fissa di patrimonio (6mila euro in caso di un solo componente) comporta l’esclusione tout court dall’aiuto di chi supera di pochissimo quel tetto, sottolinea il comitato. Inoltre, visto che l’ammontare del sussidio dipende solo dal reddito, si creano forti iniquità tra percettori che possono contare su “cuscinetti” di risparmio di entità molto diversa. La proposta dunque è quella di considerare il patrimonio mobiliare come solo una delle tre fonti – insieme a reddito familiare e RdC – che contribuisce a determinare la capacità di spesa della famiglia, prevedere che fino a 4mila euro non siano liquidabili perché sono una riserva a cui attingere in caso di necessità e calcolare il sussidio come differenza tra soglia di reddito che si vuole garantire e somma di reddito disponibile e quota di patrimonio liquidabile.

6 – No all’obbligo di dichiarazione di disponibilità al lavoro per tutti – La dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro dovrebbe essere chiesta solo dopo che i beneficiari occupabili sono stati indirizzati ai Centri per l’impiego. Oggi, tutti i percettori devono firmarla “indipendentemente dal fatto che come singoli o come famiglia siano poi effettivamente indirizzati ai Cpi o invece ai servizi sociali”, spiega il comitato. Un obbligo che, per chi è indirizzato ai servizi sociali, si sovrappone a quello di sottoscrivere il patto di inclusione. Cosa che crea confusione e lascia molte persone in una sorta di limbo tra due istituti, imponendo un “inutile carico di lavoro ai Cpi che, se non avvertiti per tempo dai servizi sociali della situazione di, più o meno temporanea, inoccupabilità dei beneficiari, devono avviare, appunto, una procedura di presa in carico”.

7 – Ridefinire i criteri di lavoro congruo -Perché una proposta di lavoro sia congrua e quindi non rifiutabile dal punto di vista temporale dovrebbe bastare, secondo il comitato, che il contratto sia di almeno un mese. Questo perché occorre “incoraggiare persone spesso molto distanti dal mercato del lavoro ad iniziare ad entrarvi e fare esperienza”. In più va considerato che i settori in cui potrebbero trovare un’occupazione i beneficiari del sussidio (edilizia, turismo, ristorazione, logistica) sono spesso caratterizzati da una forte stagionalità. Di conseguenza va anche modificata la definizione di retribuzione minima accettabile, rimodulandola – ma questo era già previsto dalle bozze della manovra – in base all’orario di lavoro per tenere conto anche di occupazioni part time. Sempre in quest’ottica, spiega la relazione, si dovrebbe ritenere congruo un orario di lavoro non inferiore all’60% (contro l’80% attuale) dell’orario a tempo pieno previsto nei contratti collettivi più rappresentativi. Il Comitato propone in compenso di eliminare le “severe disposizioni che, ai fini della congruità dell’offerta lavorativa, fissano, dopo la prima offerta, il distanziamento del luogo di lavoro su tutto il territorio nazionale, disposizioni palesemente assurde e inutilmente punitive per lavori spesso a tempo parziale e con compensi modesti”.

8 – Promuovere le assunzioni dei percettori – Di conseguenza, l’incentivo alle imprese che assumono i beneficiari del reddito deve valere anche nel caso di assunzioni part time o con contratto a tempo determinato, se con orario pieno e di durata almeno annuale. Bisogna infatti tener conto che il mercato del lavoro “non sempre”, per usare un eufemismo, consente verosimilmente di puntare subito a un assunzione stabile, “anche per chi non è, a differenza dei beneficiari di RdC, in situazione di particolare fragilità. D’altra parte, anche un contratto part-time o a tempo determinato lungo può essere utile per ricominciare a lavorare e avviare un percorso che conduca, nel tempo, verso una più solida configurazione contrattuale”. E va almeno temporaneamente sospeso il requisito della presenza dell’offerta di lavoro sulla piattaforma dell’Anpal (questo è già previsto nelle bozze della manovra).

9 – Rafforzare i patti per l’inclusione e l’attuazione dei progetti di utilità collettiva – Come nel caso dei patti per il lavoro, rileva il Comitato, “la difficoltà riscontrata nell’attivazione dei patti per l’inclusione è largamente dovuta alla carenza di organico, particolarmente grave in alcuni contesti, spesso quelli con un maggior numero di beneficiari”. Difficoltà che hanno anche rallentato anche l’attuazione dei Puc, i progetti di utilità collettiva promossi dai Comuni, cui sarebbero tenuti a partecipare tutti i beneficiari adulti. Occorre quindi rafforzare e formare l’organico dei servizi sociali comunali e definire meglio il sistema di governance, oltre a valutare se “utilizzare criteri di priorità generali e rigidi per coinvolgere i beneficiari nei Puc (i componenti adulti della famiglia più giovani) sia il modo più adeguato per far funzionare i progetti e per rafforzare le capacità delle persone”.

10 – Abolire l’obbligo di spendere l’intero aiuto entro il mese successivo all’erogazione – L’ultima richiesta riguarda l’obbligo di spendere l’intero reddito entro il mese successivo alla percezione, pena decurtazioni, e il limite mensile di 100 euro (moltiplicato per la scala di equivalenza se si tratta di una famiglia) ai prelievi di contante. Il comitato rileva che questi paletti impediscono di risparmiare, anche a scopo precauzionale, in vista di spese future. E questo è in contrasto “con ogni principio di saggia gestione del proprio bilancio”. Quanto ai vincoli all’utilizzo della carta, non solo “limitano la libertà delle persone” ledendo il loro status di cittadini adulti e responsabili, ma suggeriscono “una visione dei beneficiari come potenzialmente incapaci o irresponsabili solo perché poveri“.

articolo in aggiornamento

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