Che fine farà il Reddito di cittadinanza? A ridefinire il famoso strumento di contrasto alla povertà sarà la legge di Bilancio varata da Mario Draghi e soci. Ma a leggere la bozza approvata dal consiglio dei ministri, le modifiche sembrano concentrarsi sull’esigenza di maggiori controlli e su condizioni più stringenti per i beneficiari. Poco o nulla, invece, sul fronte dell’effettivo funzionamento dello strumento e in particolare sulle politiche attive dedicate ai percettori occupabili, tra problemi irrisolti, regole in contraddizione tra loro e restrizioni che non reggono il confronto con la realtà. E se per verificare l’idoneità delle domande presentate l’esecutivo prevede strumenti più efficaci, chi attende un’offerta di lavoro rischia comunque più di quanti si rendono semplicemente irreperibili. Furbetti a parte, la manovra non tocca questioni essenziali come il criterio unico che decide se un intero nucleo familiare debba finire al centro per l’impiego o ai servizi sociali, lasciando che le persone sbagliate continuino a finire nel posto sbagliato e senza che a questo si possa porre rimedio.

Chi in questi mesi non è salito sull’affollato carro dei detrattori, più o meno si è espresso così: “Il Reddito non va abolito, va migliorato”. Questa anche la linea del governo, che a giorni dovrebbe affidare all’esame parlamentare le modifiche al Rdc inserite in Legge di bilancio. Quanto sappiamo è scritto nero su bianco in una bozza datata 28 ottobre, e sulla quale hanno già espresso forti dubbi proprio i membri del Comitato di valutazione del Rdc voluto dal ministro del Lavoro Andrea Orlando, compresa la sociologa Chiara Saraceno, alla guida del Comitato. “Non affrontano nessuno dei principali problemi del Rdc e sono ispirate a una logica punitiva dei poveri”, ha dichiarato al Fatto Quotidiano Cristiano Gori, docente di Politica sociale a Trento e membro del Comitato, che proprio oggi presenterà il risultato delle sue analisi in una conferenza stampa alla presenza del ministro. Nondimeno, mentre le modifiche attendono di essere discusse in Senato, è già tutto un gran parlare di miglioramenti. Così fa da giorni lo stesso Orlando, che insiste sui maggiori controlli sull’idoneità delle domande degli aspiranti beneficiari e annuncia l’introduzione di “correttivi alle modalità di corresponsione del Reddito di Cittadinanza”. Cioè? In caso di rifiuto di una prima, congrua offerta di lavoro, dal 2022 il governo intende ridurre l’erogazione mensile, decurtandola “di una somma pari a 5 euro per ciascun mese a partire dal sesto mese di percezione del beneficio”, si legge nella bozza. Spingerà più persone a darsi da fare? Sempre che sia questo il vero obiettivo, rimane tutto da dimostrare. Effetto immediato avrebbe avuto invece una sanzione per i beneficiari che si rendono irreperibili ai centri per l’impiego o agli stessi comuni. Nemmeno l’obbligo di comunicare un cambio di residenza è previsto, e più banalmente basta cambiare il nome sul citofono per continuare a percepire il Rdc senza essere disturbati da convocazioni formali, offerte congrue irrifiutabili, eccetera. Per costringere queste persone a farsi vive, ad esempio, basterebbe sospendere l’erogazione del Reddito finché non escono allo scoperto. Ma a questo, per ora, non si è pensato.

Chi al contrario è reperibile, ma non si presenta una volta convocato, rischia di più. Cosa, però, non è dato saperlo. Perché grazie all’attuale modifica del governo, l’articolo 7 della legge sul Rdc ha oggi due commi in palese contraddizione. Se infatti al comma 5, quello modificato, leggiamo che “quando uno dei componenti il nucleo familiare non si presenta presso il Centro per l’impiego entro il termine da questo fissato, è disposta la decadenza da Rdc”, il comma 7 dello stesso articolo continua a disporre una più moderata decurtazione per gradi: “di una mensilità del beneficio economico in caso di prima mancata presentazione”, “di due mensilità alla seconda mancata presentazione”, e solo in seguito la decadenza. È legittimo domandarsi se il miglioratore che ha messo mano al comma 5 sia a conoscenza del successivo comma 7. Tornando invece alle offerte congrue, la grande novità è che da tre passano a due. “I beneficiari sono tenuti ad accettare almeno una di due offerte di lavoro congrue”, si legge sempre nella bozza del governo. Una stretta che dovrebbe soddisfare almeno in parte quanti hanno perso il sonno convinti che le persone preferiscano starsene sul divano. Più realisticamente si tratta di una modifica di facciata, perché la grande maggioranza dei 3,7 milioni di persone che percepiscono il Rdc è ormai al primo rinnovo della domanda, dopo il quale è già previsto che “deve essere accettata, a pena di decadenza, la prima offerta utile di lavoro congrua” (art. 4, co. 8, lett. b, n. 5 del dl 4/2019). Insomma, tanto rumore per nulla, visto che la platea dei beneficiari del reddito non è esattamente un esempio di turnover. Sempre che al miglioratore, in questo caso, più delle migliorie non interessasse il rumore.

Ma non abituiamoci alle rime, perché le stonature non sono finite. È il caso di ricordare che il beneficiario che vuole impugnare decurtazioni, revoche o decadenze che ritiene infondate non ha chiaro a chi rivolgersi. E questo perché la legge sul Rdc non prevede la possibilità di appellarsi al Comitato per i ricorsi di condizionalità. Basterebbe estendere una norma già applicata per la Naspi (art. 21, co. 12, D.Lgs 150/2015). Resta invece un buco nello stato di diritto, che al contrario vuole sempre garantita al cittadino la possibilità di difendersi di fronte a un’autorità amministrativa o giurisdizionale. Nel caso del Reddito di cittadinanza, il cittadino brancola nel buio. Un altro problema lasciato al caso, e al tempo stesso coerente con un meccanismo che non sa nemmeno bene dove mandarlo, il beneficiario. Accolta la domanda per percepire il Rdc, infatti, l’Inps deve decidere se affidarlo ai Centri per l’impiego oppure ai servizi sociali dei comuni. E se in teoria decide in base all’occupabilità della persona, in pratica applica un criterio che si traduce in un cieco automatismo. La regola è la seguente: se nei due anni che precedono la domanda per il Rdc il soggetto ha sottoscritto un Patto di servizio presso un Centro per l’impiego, sia lui che l’intero nucleo familiare vengono affidati a quest’ultimo. Il Patto di servizio personalizzato è un documento che attesta la disoccupazione, il profilo personale di occupabilità, gli impegni della persona e i servizi da erogare al fine del ricollocamento lavorativo.

Peccato che, come è noto, gran parte di questi patti sia sottoscritta perché la loro attivazione è l’unico modo di accedere a esenzioni come quella sanitaria. È la ragione principale, soprattutto tra coloro che sono già in carico ai servizi sociali. E che una volta diventati beneficiari del Rdc finiscono per trovarsi al posto sbagliato, perché si dà per assodata un’occupabilità che non corrisponde al vero. Basta riaffidarli ai servizi sociali, no? No. Perché nella maggioranza delle Regioni questa possibilità non esiste per un problema di protocollo, per mancata implementazione della piattaforma informatica in mano ai Cpi. Insomma, non si può. Allo stesso modo capita che ai servizi sociali sia affidato chi è già in grado di lavorare. In alcune province lombarde un quarto delle persone finite negli elenchi dei servizi sociali ha trovato almeno un lavoro dopo aver presentato richiesta per il Reddito. Tutto perché non avevano siglato alcun Patto di servizio nei due anni precedenti e l’automatismo li ha considerati inoccupabili e bisognosi di un percorso di inclusione. Ben prima di poter ragionare di offerte congrue da non rifiutare, di fronte ai famosi navigator è finito chi nemmeno parlava l’italiano, chi non aveva mai lavorato, chi non ha mai usato un computer. Così si è gonfiata la platea degli occupabili con persone che occupabili non sono e viceversa. Il problema dell’attribuzione dei percettori del Reddito è forse il primo problema da risolvere, perché da questo ne derivano molti altri ma soprattutto perché ne va della dignità delle persone. Ma al contrario di regole più stringenti contro i furbetti, del taglio delle offerte di lavoro, della decurtazione progressiva dell’erogazione, di questo la bozza del miglioratore ad oggi non parla.

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