A Roma vengono chiamati per curare il mantenimento del decoro e della pulizia nelle tante ville urbane della Capitale, da Villa Pamphilj a Villa Borghese. A Milano si occupano del triage Covid (misurazione delle febbre, controllo della mascherina e dell’uso del gel) nelle sedi comunali. A Napoli affiancano gli operatori del portierato sociale. Sono solo alcuni degli esempi di come i percettori del reddito di cittadinanza vengano impiegati dai Comuni per svolgere quelli che una volta erano i lavori socialmente utili, oggi chiamati Puc: progetti utili alla collettività. Per sconfessare le critiche di chi li definisce “parassiti” o di chi sostiene che il reddito sia un incentivo a “restare sul divano“, a Palermo un gruppo di percettori si è riunito nell’associazione Basta Volerlo per svolgere in autonomia e gratuitamente alcuni servizi, come la pulizia delle scuole. In realtà, la possibilità di impiegare chi riceve il reddito per svolgere attività non retribuite è già prevista dal decreto del ministero del Lavoro pubblicato in Gazzetta l’8 gennaio 2020. Devono essere i Comuni, però, ad attivare i Puc e far lavorare gratis i percettori: dopo più di un anno e mezzo, anche per via della pandemia e delle solite criticità burocratiche, sono stati attivati poco più di 10.500 progetti per 86mila posti disponibili, di cui solo 26.786 già assegnati ai beneficiari, a fronte di 1,2 milioni di nuclei familiari che percepiscono il reddito.

I numeri forniti da Anci sulla base dei dati del ministero del Lavoro evidenziano come i Puc debbano ancora di fatto decollare, anche se la situazione a inizio settembre e già nettamente migliore rispetto all’ultimo aggiornamento di inizio luglio, quando i percettori impiegati nei progetti erano la metà, appena 13mila. Consultando la piattaforma Gepi (dove vengono caricati i Puc), si nota come in alcuni Comuni i progetti sono partiti nonostante le criticità. Non solo a Milano, Roma e Napoli. A Bologna, ad esempio, tra le attività proposte c’è la cura degli orti cittadini. A Bari invece i percettori distribuiscono porta a porta materiale informativo sulla raccolta differenziata. A Genova un progetto prevede il loro impiego per garantire l’accesso in sicurezza alle scuole. A Venezia è previsto il servizio di steward ai mercati fissi bisettimanali, coadiuvando il lavoro della polizia. E ancora, a Cagliari i percettori vengono coinvolti nel progetto “Unica Radio Culturale”. Mentre a Campobasso un progetto prevede il lavoro di assistenza e controllo sugli scuolabus comunali.

La legge prevede che i percettori che non rispettano l’obbligo perdono il sussidio. Ovviamente, però, l’obbligo di partecipare ai Puc scatta solo nel momento in cui il proprio Comune di residenza organizza dei progetti. Perché allora molti Comuni sono indietro? “Le ragioni principali sono la carenza di personale e le procedure, che sono lunghe e complesse”, sottolinea Luca Vecchi, sindaco di Reggio Emilia e delegato per il welfare dell’Anci. Altre criticità riguardano ad esempio l’eterogeneità della platea dei beneficiari e il funzionamento della piattaforma Gepi, che sconta una latenza rispetto ai dati Inps: a volte alcune persone che non percepiscono più il reddito risultano ancora tra i beneficiari. Altri fattori sono la difficoltà a coinvolgere il Terzo Settore e l’attivazione della copertura Inail con le conseguenti responsabilità penali e civili.

“La mia valutazione sul reddito di cittadinanza è positiva – chiarisce – e chi parla di metadone dice fesserie. Il reddito va migliorato ma mantenuto, questa è una valutazione trasversale all’interno dell’Anci”. Allo stesso tempo, però, “come Comuni abbiamo da sempre segnalato le criticità nell’attivazione dei Puc. Queste criticità fanno sì che la procedura di erogazione del Rdc sia molto più veloce rispetto ai tempi necessari per attivare i progetti. Stiamo scontando ancora questo ritardo”. Quando sono partiti i sussidi, non sono partiti i progetti: “In futuro cresceranno di più i Puc dei percettori del reddito”, assicura Vecchi. Un primo intoppo burocratico è contenuto proprio nel decreto del ministero del Lavoro: l’impiego scelto per i percettori, infatti, non deve mai essere assimilabile a un lavoro dipendente o autonomo. Di conseguenza, le persone coinvolte non possono sostituire lavoratori già assunti dal Comune né avere ruoli di responsabilità. In poche parole, non possono pulire le scuole come fanno i volontari dell’associazione di Palermo.

“Per problematiche di sicurezza e di natura assicurativa non possono svolgere tutti gli impieghi”, spiega Vecchi. Proprio le coperture assicurative rappresentano un altro intoppo burocratico, insieme al coinvolgimento del terzo settore: “Un primo snodo è la convenzione con il terzo Settore – sottolinea il sindaco di Reggio Emilia – bisogna fare leva sulla co-programmazione e la co-progettazione, che permette di accelerare rispetto alle normali procedure”. Vecchi però insiste soprattutto sulla questione degli organici: “È necessario un potenziamento del Welfare nei Comuni, dopo che in tutta Italia c’è stato un forte impoverimento di personale dedicato alle attività sociali”. Per il sindaco “solo risolvendo la carenza di personale e semplificando le procedure già si migliora e si potenzia il reddito di cittadinanza”. Anche per questo, è già in corso da qualche mese un’interlocuzione tra i Comuni e il ministero del Lavoro: “C’è un costante confronto per potenziare il reddito in alcuni aspetti, come appunto i Puc”.

In attesa dei miglioramenti, complice ovviamente anche la pandemia che ha ingolfato le amministrazioni con nuove problematiche, i Puc restano per ora un’esperienza per pochi. A essere più indietro sono paradossalmente soprattutto i Comuni più grandi, dove è più complesso gestire un alto numero di percettori. Detto delle criticità, però, ci sono Comuni che hanno fatto meglio di altri. Ilfattoquotidiano.it ha consultato la piattaforma Gepi in data 13 settembre e a Milano risultavano disponibili 31 progetti. Anche a Roma ci sono 20 Puc per un totale di 356 posti disponibili. A Napoli vengono segnalati 14 progetti, a Bologna sono 13. A Reggio Emilia, la città amministrata da Vecchi, risulta un solo Puc attivo. Il sindaco spiega: “Abbiamo 8mila famiglie seguite dai servizi sociali. Alcune percepiscono il reddito e partecipano a dei progetti di pubblica utilità che però non sono inseriti tra i Puc. Quindi non sempre i Puc presenti sulla piattaforma sono indicativi dei progetti realmente attivi in un Comune”. Al netto di questa precisazione, in altri capoluoghi di Regione la situazione appare ancora in alto mare. In 11 su 20 non risultano nemmeno un progetto sulla piattaforma. Si va da Firenze, amministrata da Dario Nardella (Pd), a L’Aquila, dove il sindaco è Pierluigi Biondi di Fratelli d’Italia. Anche a Torino, dove è in scadenza il mandato della sindaca M5s Chiara Appendino, i Puc risultano essere a zero. Ilfattoquotidiano.it ha contatto la vicesindaca con delega al Welfare, Sonia Schellino, per chiedere una spiegazione ma senza ottenere risposta.

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