All’età di 95 anni i medici hanno vietato alla regina Elisabetta di bere alcolici. E forse la recente notizia di una notte di degenza in ospedale è legata a qualche sintomo che ha destato allarme. Non è che dovevano vietarglielo prima? “Da quello che si legge sui giornali, il consumo di alcolici sembra sia stata una consuetudine che portava avanti da tempo. E va detto subito: dopo i 65 anni, le persone dovrebbero tutelare la loro salute riconsiderando e valutando sempre insieme al medico se sia ancora plausibile consumare alcolici”, commenta per FqMagazine il professor Emanuele Scafato, direttore Osservatorio Nazionale Alcol – Centro Oms Promozione Della Salute E Ricerca Sull’alcol, Istituto Superiore di Sanità.

Per quale ragione?
“In età più avanzata l’organismo riduce la capacità di metabolizzare l’alcol e quindi di espellerlo perché tossico. La più prolungata permanenza dell’alcol nel sangue esercita un’azione più dannosa su organi e apparati anche perché gli anziani hanno una riduzione della massa grassa e della quantità d’acqua corporea, con conseguente ridotta capacità di diluizione e più elevata concentrazione di alcol nel sangue, a parità di quantità consumate, ben più marcata rispetto a qualche anno prima. La presenza di malattie più frequenti nell’anziano e l’assunzione di farmaci comuni come antibiotici, antinfiammatori, il possibile deficit cognitivo sono incompatibili con l’uso di qualunque quantità, pur moderata, di qualunque alcolico, vino incluso, considerata bevanda di riferimento a quell’età. Dopo i 65 anni si ridiventa vulnerabili all’alcol, come i minori e gli adolescenti che avendo ancora un cervello in formazione possono subire danni e deficit cognitivi a causa dell’azione diretta sulle strutture neuronali, pregiudicando fino all’età di 25 anni la maturazione in senso razionale del cervello. Purtroppo, si registra il tentativo di far passare, sorprendentemente anche nelle scuole in partnership con settori della produzione, il messaggio del “bere responsabile” assolutamente inadeguato per l’età e per l’immatura capacità razionale di comprensione del significato da parte di minori che svilupperanno solo a 25 anni la capacità ‘sapiens’ di controllo sui rischi da evitare. Nei fatti si sta accettando di far crescere una generazione “chimica”, più debole, incline a consumare troppo precocemente e violando le leggi di divieto di vendita ai minori di 18 anni, quantità sicuramente dannose di alcolici, a partire già dal tardo pomeriggio, nelle incontrastate happy hours”.

E se beviamo solo uno o due bicchieri di vino al giorno?
“A piccole quantità corrisponde un piccolo rischio, mai generalizzabile, variabile da individuo a individuo, ma che esiste a qualunque livello, pur minimo di consumo, come affermato dall’Oms che già dalla metà degli anni ’90, rendeva evidente che ‘Less is better’, meno è meglio, rifuggendo al ricorso di soglie di cui non esiste evidenza. Di fatto, non esiste una quantità di alcol minima che possiamo considerare sicura. E considerando che siamo nel mese della prevenzione del cancro della mammella mi preme porgere un consiglio alle donne”.

Ci dica.
“Le donne che superano il consumo quotidiano di 12 g di alcol (125 ml di vino o 330 ml di birra o 40 ml di superalcolico) si espongono a un incremento del 7-27% della probabilità di contrarre un tumore alla mammella, dove nel tessuto mammario siano presenti recettori per gli estrogeni stimolati dall’alcol. Il Codice Europeo contro il Cancro è puntuale: non bere è la scelta migliore per la prevenzione del cancro”.

Eppure, circolano di continuo credenze sui presunti benefici del vino.
“Bisogna sfatare tutte le fake news sull’alcol, non è questione di vino o birra. La disinformazione è legata a interessi commerciali, ovviamente, diffusa da investimenti miliardari sui media ma il consumatore ha diritto a scelte informate. È grave far credere che l’alcol possa agire da ‘farmaco’ o per la ‘prevenzione’ di malattie. Se un consumo minimo di alcol può ridurre il rischio di malattie come il diabete di tipo II o la cardiopatia ischemica, la stessa quantità minima genera un aumento pregiudiziale per la salute di oltre 200 malattie e 12 tipi di cancro. Per assurdo, chi considererebbe un vantaggio nel ritrovarsi affetto da un cancro causato dall’alcol dopo essere stato indotto a bere per aumentare la probabilità di riduzione del rischio d’infarto? Al netto di tutti i possibili vantaggi l’alcol esercita sempre un danno all’organismo. Chi sceglie di bere, occorre dirlo, lo fa per il gusto e il piacere di farlo, una sensazione insidiosa che, se privata dall’alcol stesso della capacità di controllo, genera la compulsività, la dipendenza. Premesso che non tutte le persone reagiscono alla stessa maniera al consumo di alcolici, molti possono cadere in un abisso dal quale possono non bastare anni per uscirne. L’alcol è per l’Oms una droga, legale ma cancerogena, sostanza psicoattiva, in grado di dare dipendenza, peraltro calorica. La differenza d’impatto sul rischio dipendenza con le altre droghe illegali sta negli effetti negativi non immediati, ma a medio-lungo termine; altro è l’impatto dell’effetto acuto, sotto gli occhi di tutti legato all’intossicazione (48mila accessi al pronto soccorso in un anno, 10% a carico di minori con meno di 14 anni), fino ai troppo frequenti comi etilici”.

Insomma, se la regina Elisabetta non avesse bevuto alcolici per tutto questo tempo, potrebbe essere ancora più longeva?
“Difficile dare risposte precise. Il dato più acclarato è che le bevande alcoliche sottraggono anni di vita che potrebbero essere persi a causa di una malattia alcol-correlata. Chi beve poco e mostra un buono stato di salute, in genere è perché nello stesso tempo pratica una serie di scelte di vita salutari: da una buona alimentazione, come quella (autentica) indicata nella dieta mediterranea, a base di frutta e verdure ricchissime di antiossidanti, presenza di olio d’oliva; alla pratica di un’attività fisica, fino a vivere una buona socialità. Nella piramide nutrizionale l’alcol è stato eliminato da anni, meglio ricordarlo: per i Larn non è un nutriente e quindi non serve all’organismo; anzi, se interpretato male, l’asserve. Il termine ‘addiction’, dipendenza, deriva da ‘addictus’ che significa schiavo. E informarsi è non rischiare”.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te

In questi tempi difficili e straordinari, è fondamentale garantire un'informazione di qualità. Per noi de ilfattoquotidiano.it gli unici padroni sono i lettori. A differenza di altri, vogliamo offrire un giornalismo aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per permetterci di farlo. Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Grande Fratello Vip, Paolo Bonolis chiama in diretta: “Alfonso Signorini, statti zitto. Sei ubriaco”. Il conduttore: “Ho 38 di febbre”

next
Articolo Successivo

Uffizi di Firenze sono il miglior museo del mondo davanti a Louvre e Moma: “Ci sono così tante opere classiche abbaglianti” – LA CLASSIFICA

next