I bambini ci guardano, titolava una delle opere seminali di Vittorio De Sica nel lontano 1944. E se è vero che drammi e tragedie continuano a succedersi giacché connaturati all’umana sorte, a farne le spese restano i più piccoli, vittime innocenti – spesso irrimediabilmente danneggiate – nel ruolo di osservatori permeabili. Questo loro “assorbimento” del malessere dei grandi è uno dei principali comuni denominatori di Belfast di Kenneth Branagh e C’mon C’mon di Mike Mills, entrambi fra i titoli principali del programma odierno alla 16ma Festa del Cinema di Roma e, nel caso di Belfast, anche di Alice nella Città. I due novenni al centro dei relativi film sono alle prese con due guerre diversamente pericolose: quella civile dell’Ulster nei primi Troubles per Branagh, quella più intima, mascherata e geneticamente insidiosa della malattia mentale di un genitore per Mills. E a saldare ulteriormente i due lavori è il bianco e nero scelto dai rispettivi registi per esprimere il grado di astrazione delle vicende narrate, sia ricordando un tempo passato (Belfast) sia immaginando il racconto come fiaba-documentaria (C’mon C’mon). Ma le consonanze terminano qui. Self-biopic da tempo atteso, Belfast è un viaggio nella memoria di Kenneth Branagh bambino nell’agosto del 1969, quando le prime bombe esplosero davanti a casa sua. Accompagnato dalla musica e voce inconfondibili di Van Morrison, che ha firmato l’intera soundtrack, è anche una lettera d’amore alla sua città natale che il cineasta ha dovuto abbandonare con la famiglia ancora da bambino per l’inasprirsi del conflitto nordirlandese. Branagh si mette dunque in scena, nel biondissimo, lentigginoso e chiacchierone Jude Hill. Con lui la famiglia composta dal fratello maggiore, la cugina, il papà (l’ex sex-symbol Jamie Dornan della trilogia Cento sfumature di grigio) operaio pendolare in Inghilterra, la mamma (la brava Caitriona Balfe) e i due meravigliosi nonni, interpretati dai perfetti Judi Dench e Ciaràn Hinds. Tutti amano Belfast, provano a sopravvivere ai soprusi armati delle frange cattoliche, e alle barricate necessarie a difendersi, il tutto con l’ironia e il sorriso che contraddistingue gli irlandesi. È in questo contesto che Kenneth jr (detto “Buddy”) inizia a manifestare la gioia di vedere i film, leggere fiabe e fumetti. Il suo è il mondo incantato dell’infanzia che, tra una canzone e un ballo popolare, vuole resistere alla distruzione “laffuori”. Sorta di controcampo Irish di E’ stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, Belfast non offre tuttavia la medesima ispirazione nel racconto/ricordo, né narrativamente, né formalmente. Seppur non manchino momenti di vera emozione, nutriti da buone scelte di scrittura e regia coerentemente fissati sul punto di vista infantile, il film di Branagh appare più come un frammento di memoria, talvolta anche alquanto didascalico, che non l’appassionato e auspicabile affresco di una “storia nella Storia”.

Il quarto lungometraggio del californiano Mike Mills è di tutt’altra “pasta”. Anzitutto ha il pregio di mescolare il cinema documentario a quello di finzione, essendo diverse scene tratte dalle reali interviste fatte a degli adolescenti in giro per gli USA. A far loro domande su “come vedono il proprio futuro” (qualcosa di molto simile ai contenuti di Futura di Alice Rohrwacher, Pietro Marcello e Francesco Munzi visto a Cannes e presentato anche ad Alice nella Città in questi giorni) è il giornalista radiofonico Johnny, interpretato con la consueta maestria da Joaquin Phoenix. Egli ha una sorella, Viv, e un nipote di nove anni, Jesse, che conosce a malapena. L’occasione di riportarli insieme è l’emergenza sanitaria del cognato, affetto da grave bipolarismo, che fa allontanare Viv temporaneamente da casa. Johnny e Jesse iniziano insieme un bizzarro percorso attraversando gli States contemporanei, entrando nelle case dei teenager da Detroit a New York passando per New Orleans e Los Angeles, ma soprattutto toccando con mano le ferite fresche o rimosse della malattia mentale “altrui” che, aprendo lo sguardo, si riflettono nel disagio di un Paese sempre più contraddittorio. Per come è scritto, girato (in sequenza per sostenere emotivamente la straordinaria performance del piccolo attore Woody Norman) e interpretato, C’mon C’mon può tradursi in una delle belle sorprese della Festa, un’opera definita per suoni (grandissimo il lavoro sul mix audio) e immagini predisposti a “contenere” i dialoghi come flusso infinito di parole, spesso senza senso perché risonanti all’intimo caos di chi vive nel disturbo psichico.

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