“Il sospetto è più che doveroso, più che lecito”. L’avvocato Augusto Fierro, difensore civico del Piemonte fino alla scorsa estate, non minimizza le preoccupazioni di chi, alla luce del fatto che le contenzioni erano già un problema prima della pandemia, si chiede cosa sia mai successo in questi due anni in cui praticamente nessuno è entrato davvero nelle Rsa. Fierro del resto è noto alle cronache per aver acceso un faro sull’utilizzo smodato delle misure di contenimento dei pazienti nelle strutture che ospitano anziani non autosufficienti.

L’avvocato piemontese a fine 2019 aveva trasmesso alla Giunta regionale e all’assessore alla Sanità una relazione sui dati che aveva raccolto in merito all’uso della contenzione nelle Residenze sanitarie assistenziali del Piemonte e che evidenziavano “una prassi di immobilizzazione continuativa dei pazienti”. Fierro aveva quindi proposto “una riflessione sulle complesse e molteplici ragioni che sono all’origine dell’illecito utilizzo della contenzione meccanica nei luoghi di cura”, indicando rimedi per contrastare il fenomeno, ma soprattutto proponendo delle soluzioni, a partire dagli incentivi economici per le sole strutture che si fossero dimostrate “concretamente operose nella rinuncia all’utilizzo della coazione corporale operata ai danni dei pazienti”.

Tuttavia, lamenta l’avvocato nella sua relazione di fine mandato, “i ragionamenti, le valutazioni e le proposte contenute in quella Relazione sono rimasti però, a tutt’oggi, privi di risposta, nonostante essi costituissero, a parere di chi scrive, un quid novum rilevante ai fini dello studio e della progettazione di un contrasto istituzionale al fenomeno”. Analizzando poi dei casi concreti arrivati in Tribunale, Fierro sottolinea come quella di non disciplinare specificamente “l’applicazione dei dispositivi di contenzione” sia a suo parere non una dimenticanza ma una scelta ben precisa.

“La contenzione meccanica è, infatti, una pratica (purtroppo frequentemente utilizzata nei confronti degli anziani affetti da demenze) che inibisce la libertà di movimento di coloro che ad essa sono sottoposti, adoperando dispositivi e congegni della più varia natura che intervengono sui corpi con diversa intensità, fino a giungere, nei casi più estremi, alla immobilizzazione totale”, sottolinea l’avvocato citando alcuni esempi che vanno oltre la semplice necessità di immobilizzazione per interventi chirurgici o diagnostici.

Il caso più classico è quello della necessità di intervenire urgentemente in una situazione pericolosa causata dall’aggressività del paziente oppure di proteggere dalle cadute gli anziani non autosufficienti. In queste ultime eventualità, Fierro ritiene però che il rischio “tutt’altro che ipotetico, è che ‘esigenze di cura ed esigenze di protezione possano essere assimilate in una dimensione paternalistica noncurante dei diritti della persona‘, in conseguenza di un atteggiamento della cultura medica, scientificamente erroneo ma purtroppo diffuso, sopravvissuto alla rivoluzione “basagliana” ed alla soppressione delle disposizioni che consentivano la reclusione nei manicomi (spesso accompagnata dall’utilizzo della contenzione) dei sofferenti psichici”.

Quindi cita una recente sentenza della Cassazione secondo cui “la massima privazione della libertà che deriva dall’uso della contenzione “può” e “deve” essere disposta dal sanitario (il quale più degli altri, è, per le proprie competenze tecnico scientifiche, a conoscenza dei gravi pregiudizi che l’uso del mezzo contenitiva può provocare alla salute del paziente) solo in situazioni straordinarie e per il tempo strettamente necessario dopo aver esercitato la massima sorveglianza sul paziente”.

Ci sono poi le considerazioni del Comitato Nazionale di Bioetica sul fatto che la posizione di garanzia del medico nei confronti della salute del paziente non possa “comportare financo la commissione di condotte delittuose e contrarie all’etica dei sanitari giacché producono in chi le subisce gravissimi traumi sia fisici che psichici”. L’utilizzo della contenzione meccanica nei luoghi di cura, è la conclusione, è causato “dal sotto finanziamento della spesa destinata all’assistenza dei pazienti non autosufficienti. Nelle strutture destinate agli anziani il risparmio più significativo è infatti quello relativo alla spesa per il personale: risparmio che provoca minor accudimento e minor assistenza rispetto a quanto occorrerebbe, come peraltro si è purtroppo consacrato normativamente col sistema dei cosiddetti minutaggi”.

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