Sussidi per le trivellazioni, fondi per la ricerca di gas, carbone e petrolio, agevolazioni fiscali per le auto aziendali, ma anche il diverso trattamento fiscale tra benzina, gasolio, gpl e metano, le concessioni balneari, i canoni bassi per l’estrazione di materie prime e l’imbottigliamento di acqua. E poi ci sono il Capacity Market per le centrali a gas e l’accesso al superbonus per le caldaie a gas. Dei 34,6 miliardi di euro spesi ogni anno in Italia per i sussidi ambientalmente dannosi (sad), per Legambiente ammonta a 18,3 miliardi il valore di quelli eliminabili entro il 2025 perché legati a voci di sussidi “che non hanno più senso di esistere”. È questa la conclusione a cui si giunge nell’ultimo rapporto Stop Sussidi ambientalmente dannosi, che l’associazione presenta nel giorno in cui prende il via la Pre-Cop Milano e per il quale ha analizzato 51 diversi sad distinguendo, per ciascun settore, tra quelli ‘eliminabili’ o ‘rimodulabili’. Anche quest’ultimi hanno un costo: più di 16 miliardi di euro all’anno. Il settore energetico è senz’altro quello che conta sul maggior numero di sad (anche se è quello dei trasporti che costa di più): sono 24 per 12,86 miliardi di euro l’anno e quelli ‘eliminabili’ valgono 6 miliardi. I sussidi legati ai trasporti sono invece 15: costano 16,6 miliardi di euro (gli ‘eliminabili’ ne valgono almeno 10). Ma ci sono anche il settore agricolo con 5 sussidi ‘rimodulabili’ (che costano 3 miliardi), l’edilizia (che costa oltre un miliardo, di cui 528 milioni legati a sussidi totalmente eliminabili) e il settore delle concessioni ambientali con 812,59 milioni di euro l’anno e 4 sussidi indiretti, tutti eliminabili.

POCHI CAMBIAMENTI IN 10 ANNI – Almeno 136,4 miliardi di euro negli ultimi 10 anni sono andati a finanziamenti diretti a centrali che utilizzano petrolio, gas e carbone. Pochissimi i sussidi che hanno subito cambiamenti degni di nota. Non basta l’istituzione della Commissione per lo studio e l’elaborazione di proposte per la transizione ecologica e per la riduzione dei sad “che, entro l’estate 2020, avrebbe dovuto produrre una proposta di eliminazione o rimodulazione entro il 2030”. Il ministero della Transizione Ecologica avrebbe anche dovuto aggiornare annualmente il catalogo di quelli dannosi e favorevoli, fermo al 2019. “È importante che l’Italia definisca al più presto una roadmap di uscita dalle fossili e dai sussidi che preveda interventi entro il 2025, anche in vista della chiusura delle centrali a carbone che non può essere affrontata solo con una semplice riconversione a gas”, spiega il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani. Non è un caso se la chiusura delle industrie fossili entro il 2030 è una delle proposte più importanti contenuta nel documento finale di Youth4Climate. Intervenire sui sad vuol dire liberare ingenti risorse “a favore di interventi che permetterebbero di rilanciare investimenti in innovazione ambientale in grado di portare non solo cambiamenti strutturali nei diversi settori di intervento – aggiunge Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente – ma anche di creare benefici per famiglie e imprese”.

LE TRIVELLAZIONI E IL VECCHIO CIP6 – Nel settore energetico sono rimodulabili, per esempio, i contributi e gli impianti in centrale (9,9 miliardi in dieci anni) e le esenzioni oneri di sistema (12,6 miliardi in dieci anni). Entrambi sono tra i costi coperti dagli utenti finali con la bolletta. Andrebbero inoltre eliminati 13 sussidi entro il 2025 (per più di 6 miliardi). Legambiente taglierebbe tutte e quattro le voci di sussidi sulle trivellazioni: l’inadeguatezza delle royalties (da sole costano 314 milioni) e dei canoni, le esenzioni e le deduzioni per le Regioni. Basti pensare che ancora oggi ci sono quasi 500 milioni di euro destinati alle trivellazioni e di cui godono principalmente grandi aziende come Eni. Sulle esenzioni (le cosiddette franchigie, ndr) il Parlamento è intervenuto nel 2019: oggi non pagano le royalties le produzioni annuali di gas inferiori o pari a 10 milioni di Smc in terraferma e 30 milioni di Smc prodotti in mare. Sono 57 milioni di euro di mancati introiti per lo Stato. E poi c’è il CIP6, il sussidio diretto alle fonti fossili introdotto nel 1992 e costato alla collettività, dal 2001 a oggi, 45 miliardi di euro, pagati attraverso l’ex componente A3 della bolletta elettrica. Ancora pesa per oltre 300 milioni di euro e per Legambiente è senza dubbio “eliminabile”.

PRESTITI E GARANZIE PUBBLICI, ETS E FONDI RICERCA – Tra il 2019 e il 2020, altri 6 miliardi di euro circa sono andati al settore della produzione di petrolio e gas, tra progetti nazionali e internazionali, grazie all’azione di Cassa Depositi e Prestiti, Sace e Simest, i tre soggetti pubblici che, per l’Italia, investono nel settore fossile principalmente con l’utilizzo di tre meccanismi: quote societarie, sostegno alle aziende attraverso forme di garanzie sul prestito ottenuto e attraverso supporto assicurativo finanziario. Investimenti che nel 2020 hanno pesato per 2,2 miliardi di euro sui sussidi (“tutti eliminabili”). Per il sistema Ets che prevede lo scambio di quote di emissione di gas serra finalizzato alla riduzione delle emissioni nei settori maggiormente energivori, nel 2020 è stato introdotto un nuovo aiuto che prevede sgravi per le industrie energivore sul maggior costo dell’energia derivante dagli oneri per i permessi di emissione di CO2. Il sussidio vale 1,49 miliardi di euro per 11 anni e coprirà fino al 75% dei costi indiretti Ets dichiarati annualmente dalle industrie: 90 milioni per il 2020, 140 milioni per il 2021, vincolati per la prima volta ad audit energetici e a interventi di efficienza. Ammonta a 81 milioni di euro, poi, il valore dei sussidi arrivati al settore Oil&Gas per ricerca, sviluppo e dimostrazione.

IL CAPACITY MARKET – Nel frattempo, vengono introdotti nuovi sussidi come quello del Capacity Market, pensato per garantire la sicurezza del sistema elettrico e l’approvvigionamento di energia attraverso impianti sempre disponibili per coprire le punte di carico della rete ed evitare blackout. Un meccanismo nel quale potrebbero entrare anche le rinnovabili, ma che favorisce le fonti fossili. Per Legambiente il sussidio va rimodulato, perché costerà alla collettività circa 15 miliardi di euro per i prossimi 15 anni. Per il biennio 2020-2021 la spesa prevista è di 361 milioni di euro. “Un costo che andrà aumentando – scrive Legambiente – vedendo l’andamento delle aste per il 2022 e 2023”. Per il 2022 sono stati assegnati, infatti, 40,9 GigaWatt di potenza, di cui 4,4 GW di capacità estera e un solo GW di rinnovabili per un costo totale annuo dell’asta di 1,3 miliardi di euro. A godere dei maggiori benefici saranno Enel Produzione con 9,6 GW, A2A con 4,8 GW ed Edison con 3,8 GW.

DAI TRASPORTI ALL’EDILIZIA – Nel settore dei trasporti, i sussidi valgono 16,6 miliardi di euro e sono in gran parte eliminabili. Solo il differente trattamento fiscale del gasolio, che dal 1993 è più favorevole rispetto a quello della benzina, costa oltre 5 miliardi l’anno. “Eliminabili” anche i sussidi legati all’uso di olio di palma e di soia nei biocarburanti. La nuova direttiva quadro sulle rinnovabili (REDII), prevede la progressiva esclusione dai biocarburanti da sussidiare dell’olio di palma entro il 2030. L’Italia dovrebbe decidere l’esclusione entro il 2023. Tra quelli rimodulabili, il nuovo incentivo destinato alla rottamazione dell’auto deciso nel 2020, dedicato alle auto elettriche e con motore a benzina, diesel, metano e Gpl con emissioni non superiori ai 135 grammi di CO2/km, quando l’obiettivo europeo è quello di cercare di non superare i 95 grammi CO2/km. Con questo sistema, Legambiente stima che l’acquisto di veicoli con motore a scoppio, nel 2020, sia stato incentivato con 400 milioni di euro. I cinque sussidi del settore agricolo sono considerati tutti “rimodulabili”, mentre in quello dell’edilizia la voce da eliminare è legata alle detrazioni fiscali per l’acquisto di caldaie a condensazione (che vale 528 milioni all’anno). “Quando la mano destra non sa cosa fa la sinistra accade che il superbonus introdotto nel 2020 per la riqualificazione degli immobili – denuncia Legambiente – permetta l’accesso alla detrazione fiscale del 110% anche alle caldaie a gas”. Per l’associazione sono eliminabili anche tutti i sussidi che riguardano canoni e concessioni. “L’inadeguatezza dei canoni in settori quali le acque minerali, le attività estrattive e le concessioni del demanio marittimo – sottolinea Legambiente – portano a mancate entrate nelle casse pubbliche (dello Stato, ma anche di Regioni e Comuni) pari a 454,80 milioni di euro”.

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