Dice e ribadisce che la Lega è “una sola”, garantisce che “al massimo” ci sono “sensibilità diverse”. Ma il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, intervistato da la Stampa, dimostra che la frattura interna al Carroccio è sempre più netta. Una prova fra tutte? Quando è il momento di parlare delle amministrative a Roma, invece di lanciare il candidato del centrodestra Enrico Michetti, si è speso per l’ex ministro ed ex dem Carlo Calenda: “Dipende da quanto Calenda riesce a intercettare il voto in uscita dalla destra”, ha detto. “Se Calenda va al ballottaggio con Gualtieri ha buone possibilità di vincere. E, al netto delle esuberanze, mi pare che abbia le caratteristiche giuste per amministrare una città complessa come Roma”. Peccato che, solo sabato 25 settembre, il leader Matteo Salvini fosse sul palco di Tor Bella Monaca per lanciare Michetti. E peccato che, solo ieri, Salvini e Calenda si siano incrociati per strada tra battutine e tensioni. Insomma, l’endorsement per l’avversario sorprende eccome. Del resto, per Giorgetti, il candidato della sua coalizione, ha poche chance e “il candidato giusto sarebbe stato Bertolaso”. E a domanda diretta, se finisce al ballottaggio con Gualtieri cosa succede, ha risposto: “Vince Gualtieri”. Poche possibilità, secondo Giorgetti, anche a Milano. Mentre a Torino il candidato Damilano può ancora giocarsela.

Ma i segnali dell’esponente del Carroccio vanno oltre. Giorgetti abbatte anche tutte le ricostruzioni sul fronte Quirinale. Mentre fino a ieri è stato Salvini a dire che la candidatura di Silvio Berlusconi al Colle è “da prendere in considerazione”, ora Giorgetti ammette che le possibilità per l’ex Cav “sono poche”. “Perché Salvini la rilancia? Per evitare di parlare di altre cose serie“, è la risposta. E non solo: lui la partita per le trattative la affiderebbe a Umberto Bossi: “Il 99 per cento di quello che so l’ho imparato da lui”. Giorgetti si schiera per Draghi, che vorrebbe sempre a Chigi, anche se “non si può”. “L’interesse del Paese è che vada subito al Quirinale, che si facciano subito le elezioni e che governi chi le vince”. A quel punto il ministro dello Sviluppo economico, dice, “Draghi diventerebbe De Gaulle”. Per il leghista “la vera discriminante politica per i prossimi sette anni è che cosa fa Draghi”. “Io vorrei che rimanesse lì per tutta la vita. Il punto è che non può”, perché “appena arriveranno delle scelte politicamente sensibili la coalizione si spaccherà. A gennaio mancherà un anno alle elezioni e Draghi non può sopportare un anno di campagna elettorale permanente”. E il problema, anche se non lo dice esplicitamente, è non solo se si spaccherà la coalizione di maggioranza, ma se anche la stessa Lega darà segni di cedimento al suo interno (vedi caso Green pass delle scorse settimane tra assenze e diserzioni in Aula pur di non votare la fiducia).

Banco di prova decisivo saranno insomma le prossime elezioni amministrative, quando il rischio (sempre più concreto) è che i voti del Carroccio vengano cannibalizzati da Fratelli d’Italia. Non aiuterà l’ultimo scandalo sollevato in queste ore: l’ex guru social della Lega Luca Morisi è indagato per cessione di droga e, stando alle ricostruzioni, sarebbe questa la ragione delle sue dimissioni improvvise, arrivate la settimana scorsa per “motivi familiari”. Quando Giorgetti ha risposto alle domande de la Stampa, la notizia dell’indagine non era ancora stata rivelata dai giornali, e lui si è limitato a dire: “Se l’ho affossato io? Figuriamoci, è intelligentissimo. Fa un lavoro che io non capisco perché sono a-social. ma lui è super bravo”. Ma “non credo che” dietro la scelta di lasciare “ci siano motivazioni personali”. Che siano personali o meno, ora la questione è esplosa ed è destinata ad avere effetti concreti sui già delicatissimi equilibri interni alla Lega.

Per quanto riguarda gli equilibri di governo, Giorgetti ha anche parlato dell’asse Pd-M5s (e Maurizio Landini) per il salario minimo. Una richiesta che però non trova l’appoggio del ministro leghista: “Se non c’è la parità d’acquisto nei Paesi europei è piuttosto difficile da realizzare”, ha detto. Anche se, ha ammesso, che col segretario Cgil “ha un ottimo rapporto”. Ma, ha continuato, “il problema è un altro”. Ovvero che i sindacati “recitano una parte, è tutto un copione, a cominciare dai tavoli di crisi”. Poi “sulle cose concrete possiamo incontrarci. E spesso lo facciamo”. E sull’attacco alla politica del presidente di Confindustria Bonomi? “Ha fatto bene Renzi a dirgli di darsi una calmata”, ha dichiarato. “E’ come se anche la Confindustria non avesse il senso del momento”.

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