Nato dal desiderio di fare un film sulla colpa e la sua espiazione, Ariaferma di Leonardo Di Costanzo racconta un segmento temporale di “sospensione” vissuto in un carcere ottocentesco da alcuni detenuti e pochi agenti, entrambi i gruppi vittime dell’attesa di essere trasferiti verso nuove case di reclusione. Delusi dall’imprevisto e costretti a risiedere in uno spazio ristretto della struttura, prigionieri e guardie fanno inizialmente riemergere le opposizioni di ruoli ma poi si convincono dell’inutilità di tale polarizzazione, specie di fronte a situazioni emergenziali che necessitano la collaborazione condivisa di tutti. “Volevo rappresentare l’assurdità del carcere, ma anche la condizione umana che si abitua a chiudersi nei ruoli, e quando questi si aprono al libero arbitrio cade in profonda crisi”.

Di fatto, al di là della stringente attualità italiana di carceri troppo affollate (“le più affollate d’Europa”) Ariaferma è un testo altamente metaforico e simbolico, che mette in scena la difficoltà dell’uomo di cercare (e trovare) un’identità oltre la maschera di protezione, qualcosa di eterno ma anche di contingente, in una società che invece di abbattere i muri tende a costruirne di più impenetrabili. Interpretato con bravura estrema da un cast stellare, quasi total-napoletano, che va dai due protagonisti Toni Servillo e Silvio Orlando, passando per Fabrizio Ferracane, Roberto De Francesco e Salvatore Striano, che ricordiamo aver realmente sperimentato il carcere, il terzo lungometraggio del pure partenopeo Di Costanzo lavora sul minimalismo gestuale e contiene le atmosfere del drama-thriller con una tensione mirata alla suspence creata anche grazie alla scelta dell’ambientazione, un’antica struttura nel cuore di Sassari, circondata dalle rocce grantiche dei monti Limbara che fanno da eco alle asperità dei personaggi e della loro condizione esistenziale. Lo vedremo nelle sale italiane il prossimo 14 ottobre grazie a Vision Distribution.

Di tutt’altra natura sono le pareti che trattengono i personaggi de Il Palazzo, il notevole documentario dell’autrice ligure Federica Di Giacomo (già vincitrice della sezione Orizzonti nel 2016 con Liberami) che ha, tra i pregi, la capacità di disvelarsi gradualmente allo spettatore assumendo l’identità contaminata di un film sui fantasmi, sui frammenti caotici della memoria, e sulle tracce “impresse” di un tempo passato che sembra immobilizzare i suoi protagonisti, anime fragili e dall’innocenza perduta. Al centro è un attico nel cuore del quartiere romano di Prati chiamato Il Palazzo, divenuto per volontà del proprietario Mauro Fagioli, una sorta di agorà per pseudo-artisti, una factory permanente di aspirazioni & ispirazioni rutilanti in un loop ultradecennale che hanno cessato solo con l’isolamento, la malattia e la morte prematura di Fagioli, sorta di carismatico “mecenate rinascimentale” dal capolavoro incompiuto. Come aveva fatto per Liberami, ma su un soggetto chiaramente differente e con cui Di Giacomo ha avuto personalmente a che fare, Il Palazzo diviene la metonimia del malessere individualista contemporaneo che guarda al proprio passato alternando rabbia e tenerezza per l’incapacità, ormai, di ricostruire quel senso di comunità che, seppur imperfetto, sapeva rispettare e nutrire i Sogni delle giovani generazioni.

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