La presa di Kabul da parte dei Talebani ha fatto riemergere nei giorni scorsi degli interrogativi simili a quelli che si erano palesati all’indomani della presa di Mosul, in Iraq, da parte dell’Isis nel 2014: come farà una milizia jihadista, o un movimento formato esclusivamente da guerriglieri e volontari, a governare ed amministrare un Paese, a gestirne le finanze, ad indirizzarne lo sviluppo? Il terribile attentato all’aeroporto di Kabul, rivendicato dalla branca della regione del Khorasan dell’Isis (Isis-k), nel quale sono morte almeno 200 persone ne pone invece un altro, forse più inatteso: chi può garantire la sicurezza pubblica – e del principale aeroporto del Paese -, i dispositivi anti-terrorismo, all’interno di un gruppo che oggi ha preso il potere ma che è abituato unicamente alla guerriglia?

“I Talebani dicono di poter securizzare l’area, ma non hanno nessuna squadra specializzata in questo. Hanno solo combattenti che imbracciano un fucile”, ha confidato un funzionario turco a Middle East Eye, all’indomani della tragedia dell’aeroporto. La citazione di un funzionario turco non è casuale: nelle stesse ore di questa dichiarazione, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha annunciato il completamento del ritiro delle truppe turche dall’Afghanistan, come richiesto dagli stessi Talebani. Erdogan ha fatto sapere che nel corso di un meeting di tre ore e mezza con la controparte talebana all’ambasciata turca di Kabul si è cercato di raggiungere un’intesa sulla presenza turca all’aeroporto, ai fini della stessa gestione della sicurezza, con le istanze turche circa la necessità della loro presenza aeroportuale uscite “rafforzate” dall’attentato.

Intesa che a quanto pare non sarebbe stata raggiunta, lasciando il presidente turco perplesso di fronte alla proposta talebana di gestire la “sicurezza” dell’aeroporto Hamid Karzai, appaltando la “logistica aeroportuale” ad Ankara. Per i Talebani il ritiro di ogni truppa straniera non sembra negoziabile, ma allo stesso tempo è complicato immaginare una gestione completa della sicurezza aeroportuale senza l’apporto di tecnici militari. “Decideremo una volta che la calma prevarrà – ha aggiunto Erdogan – quando il governo afghano prenderà una forma”.

Altri due funzionari turchi hanno riferito all’agenzia Reuters che Ankara non accetterà di gestire la sicurezza dell’aeroporto se non gli verrà permesso di mantenere dei militari in loco, poiché i piani di sicurezza dei Talebani, che includono torrette di vedetta attorno all’aeroporto, “non sarebbero sufficienti a proteggere il personale turco incaricato di provvedere alla logistica”.

In questa situazione di stallo sembra essersi inserito il Qatar, che è peraltro, per ragioni di convenienza geostrategica, un alleato de facto della Turchia stessa, e nella cui capitale Doha dal 2010 ospita la sede dei leader Talebani. Secondo la Reuters gli Studenti coranici si sono rivolti anche a Doha per la gestione non-militare dell’aeroporto di Kabul. Si tratta di uno sviluppo da tenere sotto osservazione soprattutto alla luce dell’evoluzione delle alleanze regionali: è infatti dello scorso 18 agosto la sorprendente notizia della visita di Sheikh Tahnoun Bin Zayed al Nahyan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti, al Palazzo presidenziale di Edrogan.

Un incontro inatteso nella forma – visto che da protocollo Al Nayhan avrebbe dovuto incontrare il capo dell’Intelligence turca, Hakan Fidan, non il presidente – e nella sostanza: solo pochi mesi fa in Turchia si parlava Abu Dhabi come di una forza “diabolica”, con i giornali turchi più vicini al governo che sovente hanno definito quello di Abu Dhabi il “principe delle tenebre”, soprattutto in riferimento al suo presunto appoggio al tentato colpo di Stato in Turchia nel 2016 e a quello del movimento gulenista, accusato dello stesso golpe. Sul piano regionale, a partire dalle primavere arabe, Turchia ed Emirati sono state quasi sempre ai lati opposti delle barricate, dalla Siria alla Libia.

Se è vero che in un certo senso la presa talebana di Kabul vede Doha “vincente” in questa contingenza, e la fuga a Dubai dell’ex presidente afghano Ashraf Ghani vede gli Emirati “perdenti”, gli emiratini con l’incontro di Ankara potrebbero segnalare la volontà di tornare a giocare un qualche ruolo in Afghanistan, presupponendo che la Turchia manterrà un ruolo primario a Kabul.

Da parte sua Ankara ha un disperato bisogno di attrarre investimenti e valuta straniera per alleggerire la sua crisi economica ed è in questa ottica che si spiega l’incontro con gli emiratini. Sarà interessante verificare quanto questi possibili investimenti, ed in generale un riavvicinamento tra Ankara e Abu Dhabi, passerà per la richiesta da parte di quest’ultima che la Turchia tagli i ponti con la Fratellanza musulmana, principale trait d’union “ideologico” con Doha.

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Afghanistan, chi verrà dopo di noi almeno saprà cosa non fare

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