L’hanno definito, con fare alquanto oltraggioso anche se molto oggettivo, il Truman Show staliniano. Non DAU. Natasha, il film, nelle sale italiane dal 26 agosto, ma l’intero progetto Dau del regista russo Ilya Khrzhanovskiy e della sua co-regista Jekaterina Oertel, di cui Dau. Natasha è un capitolo di circa 2 ore e un quarto. Insomma, non c’è Natasha senza Dau, non c’è struttura senza sovrastruttura, non c’è il film senza l’ideologico progetto generale. Diversi anni fa Khrzhanovskiy voleva girare un biopic sullo scienziato russo Lev Landau ambientato nel centro di ricerca scientifico Dau nel periodo del potere staliniano, tra il 1938 e il 1968.

Poi il progetto gli è come sfuggito di mano: si è improvvisamente e produttivamente ampliato con la creazione di un set di 12mila metri quadrati dove nel nord est dell’Ucraina si è ricostruito l’istituto Dau, alcuni dintorni tra esterni e interni, e soprattutto dove per tre anni (2009-2011) si sono isolati centinaia e centinaia di attori non professionisti tra cui veri operai, soldati, scienziati, agenti dei servizi segreti, camerieri, che hanno vissuto le loro giornate vestiti con abiti d’epoca, mangiando il cibo che si mangiava allora. Risultato: 700 ore di riprese, 14 film, 3 serie, e perfino alcuni video a caratteri scientifico.

Attenzione: non un Grande Fratello 24/7 modello Endemol, ma una preparazione continua giornaliera minuziosa fino a quando Khrzhanovskiy e Oertel hanno deciso di girare alcuni stralci narrativi ad hoc, avvalendosi di un sistema di illuminazione semplificato, evocativo ed efficiente del direttore della fotografia tedesco Jurgen Jurdes. Dopo anteprime museali europee con video installazioni, oggi molti lungometraggi si possono vedere online sul sito dau.com, mentre il capitolo Dau. Natasha arriva appunto nelle sale italiane (grazie a Teodora) dopo mille polemiche politiche, ma anche molti occhi e menti affascinate dalla sperimentazione formale di Khrzhanovskiy durante l’ultima edizione del Festival di Berlino. Dau. Natasha mostra in medias res la quotidianità della cameriera di mezza età Natasha, dispoticamente naif verso la giovane collega Olya con cui lavora nella mensa dell’istituto Dau zeppa di guardie armate, dottorini sovietici con orbite strabuzzate e occhiali spessi, e da un calvo maturo scienziato francese che sembra occuparsi degli effetti delle radiazioni e di fisica quantistica. Dopo una serata alcolica, Natasha finisce a letto e si accoppia con il francese. Gesto che però le costa la pena dolorosissima di un interrogatorio fiume e violento del KGB.

Poco più di una dozzina di sequenze (tutte in interno) tra quella del rapporto sessuale reale e prolungato tra la protagonista e lo scienziato francese, e l’ultimo blocco discusso dell’interrogatorio di Natasha con schiaffi e torture piuttosto esplicite, DAU. Natasha fluttua sinistro in un’atmosfera vagamente dimessa e funerea da cartolina russo staliniana anni cinquanta. La meccanicità e la semplificazione con cui gli attori sono invitati a recitare la normalità del contesto, fa emergere senza troppo clamore dovuto alla tradizionale melodrammaticità della tragedia una sorta di condizione di subalternità e sottomissione umana di fronte all’autorità di sistema. La premura e nello stesso istante le botte, il senso di accondiscendenza e allo stesso tempo di sopraffazione, che Natasha subisce dal suo aguzzino del KGB (anche se la stessa dinamica impositiva la donna la applica verso la collega), ricordano certo i principi totalitari dell’orwelliano 1984 o la dinamica mostruosa degli esperimenti di Milgram, ma è come se illustrassero in filigrana un lugubre senso di meschina crudeltà, cuore di tenebra dell’essere umano, senza troppe distinzioni tra eroi e diavoli, come se tutto il discorso politico si sviluppasse nella mera disposizione gerarchica degli individui nella scala socio-economica. In questo DAU.

Natasha ha qualcosa di estremamente riuscito a livello etico/estetico. Khrzhanovskiy raccoglie la lezione provocatoria di tanti “maestri” di un realismo spinto verso il crinale della violenza non camuffata nella messa in scena (Lars mon amour), ma è come se una volta ottenuto l’obiettivo dell’effetto psicologico scioccante su personaggi e spettatore, l’autore deviasse in impercettibili stacchi di montaggio sull’asse per non sguazzare nel dolore, nel panico, nella disumanizzazione. Del resto l’esperienza di full immersion, compresi i pugni, i capelli tirati, i rapporti orali e lo stupro con un collo di bottiglia, dell’attrice principale, è stata al centro di mille polemiche tra cui una lettera indignata di un gruppo femminista russo proprio durante la giornata di premiazione berlinese (DAU. Natasha ha vinto un premio speciale, ndr). Vedere per capire e farsi un’idea. Ovviamente col green pass, tanto per restare in tema.

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