Una Repubblica fondata sul precariato. In cui il pacchetto Treu di fine anni Novanta e le successive leggi che hanno ampliato i confini del lavoro instabile sono stati solo la normalizzazione di un processo che era in atto già da decenni. E di un cambiamento ormai strutturale. E’ questo il quadro che emerge dalle ricerche di Eloisa Betti, docente a contratto di Storia del lavoro all’università di Bologna e autrice di Precari e precarie: una storia dell’Italia repubblicana e Le ombre del fordismo.

Il rapporto tra flessibilizzazione e precarizzazione è spesso emerso come una questione binaria, costruita sul dibattito sul libero mercato (e dunque del libero mercato del lavoro). Questo tipo di ragionamento collega la situazione socioeconomica pre-pandemia con l’attuale, mentre i dati Istat degli ultimi anni testimoniano una disoccupazione crescente, che viaggia di pari passo all’aumento di forme di lavoro instabile e precario che coinvolgono soprattutto donne e giovani. Anche i dati più recenti confermano queste tendenze, appesantite inevitabilmente la crisi post-pandemia e lo sblocco dei licenziamenti. Questo vale per chi parte da una situazione di instabilità lavorativa, per chi salta da un “lavoretto stagionale” a un altro – con cui comunque deve mantenersi – ma non solo: Henkel a Lomazzo, Gianetti Ruote a Ceriano Laghetto, della Gkn a Campi Bisenzio, Whirpool a Napoli confermano l’ormai consolidato processo di erosione del modello di stabilità lavorativa costruito negli anni Sessanta e Settanta e che aveva coinvolto principalmente il lavoro di fabbrica.

Tutto è più precario, ormai da un po’. Negli anni Novanta sembrava un fenomeno nuovo, poco chiaro (mancano in effetti definizioni statistiche e/o giuridiche), ma inizialmente più circoscritto intorno a specifiche forme contrattuali (dal lavoro a termine al contratto formazione-lavoro) e bene o male temporaneo. Poi l’eccezionalità si è fatta norma, eppure resta spesso l’idea di un legame tra contemporaneità, situazione di crisi economica e precarietà del lavoro. Niente di strutturale.

Ma la precarietà è davvero un fenomeno solo attuale o piuttosto le sue radici sono più lontane? Esiste la possibilità di leggerla in prospettiva storica e come elemento strutturale nel definire le politiche del lavoro in Italia, cambiando di volta in volta i soggetti di riferimento sulla base dei diversi equilibri e dei rapporti di forza tra attori politici, datori di lavoro, lavoratrici e lavoratori? “Una classe operaia ‘garantita’ non si contrapponeva frontalmente a un’area di emarginazione, disoccupazione e precarietà costituita dai ‘non garantiti’ – scrive Betti – L’idea stereotipata del ‘lavoro stabile’ non solo è stata conquistata all’inizio del decennio dei Settanta, ma non ha mai coinvolto l’intera classe operaia. Stereotipo o figura retorica, quella dei ‘garantiti’ è un’immagine che ha conosciuto grande fortuna ma non altrettanta diffusione”. Insomma: è un tema che rimbalza molto nella comunicazione pubblica, ma è solo un’illusione ottica.

L’autrice rileva nei suoi libri come il concetto di precarietà abbia oggi subito una normalizzazione nel senso comune, dopo esser stata letta come “condizione eccezionale” a partire dagli anni Ottanta e soprattutto Novanta, specialmente in rapporto al grado di stabilità e tutela sociale raggiunti grazie alle conquiste normative dei decenni immediatamente precedenti, emblematicamente rappresentate dallo Statuto dei lavoratori (1970).

Betti cerca però di mostrarci due cose: anzitutto evidenzia che, per quanto nel corso degli anni Settanta gli operai raggiunsero effettivamente conquiste significative, queste furono ideologicamente rappresentate come modello sociale e politico, ma nel concreto coinvolsero principalmente lavoratori maschi bianchi adulti e solo di alcuni settori industriali. In più, aggiunge Betti, la continuativa presenza di sacche di lavoro instabile e precario, dentro e fuori dalla fabbrica, per alcuni settori o parti della forza lavoro – fondamentali appaiono le chiavi di lettura dettate da condizione di genere e generazionale e dalla provenienza etnica, spesso intrecciate.

La cosa particolarmente interessante è che questa non raccontata “continuità precaria” attraversò tanto i cicli di espansione economica quanto quelli di crisi. Se pensiamo a una fase economicamente positiva, come quella del boom degli anni Cinquanta e Sessanta, l’eccezionalità della stabilità piuttosto che della precarietà viene svelata soprattutto adottando una prospettiva di genere: “Lo sguardo di genere si è dimostrato cruciale per rintracciare l’origine del dibattito sulla precarietà negli anni del boom economico, ripensare le periodizzazioni consolidate, comprese le fasi di stabilità e di precarietà, nonché evidenziare continuità e discontinuità nelle condizioni lavorative del fordismo e del postfordismo. Ciò ha consentito di decostruire la monoliticità e la pervasività del paradigma fordista, a partire dalla persistenza di forme di lavoro precario e saltuario all’interno e all’esterno delle grandi fabbriche”.

La crescita del settore industriale e del terziario innescata dal boom non ridusse automaticamente la precarietà lavorativa né promosse una stabilità generalizzata, ma comportò il formarsi di nuovi rapporti di lavoro instabile. Alcune delle maggiori conquiste furono proprio frutto delle lotte di lavoratrici e lavoratori precari. Il lavoro a domicilio, ad esempio, fu una delle forme lavorative più stigmatizzate fin dai primi anni Cinquanta, come emerse dalle inchieste promosse da associazioni e sindacati femminili. Queste pressioni portarono alla discussione e approvazione della legge 264 del 1958, che teoricamente tutelava le lavoratrici domestiche in termini salariali, ma che nella pratica fu scritta in modo facilmente eludibile dimostrando “una sostanziale inefficacia nel contrastare clandestinità e sfruttamento”.

Le successive indagini della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni dei lavoratori in Italia mostrarono chiaramente la crescita abnorme di abusi sistematici nei rapporti di lavoro e da parte dei datori, con motivazioni ancora oggi ricorrenti: mettere alla prova il lavoratore, poter licenziare in caso di malattia o infortunio, tenere i lavoratori in una condizione di maggiore soggezione, discriminarli politicamente e sindacalmente, eludere le disposizioni contrattuali.

Per quanto frammentate e difficili da organizzare, nel marzo 1960 le “invisibililavoratrici a domicilio della pianura bolognese scesero collettivamente in sciopero (erano oltre 1200), manifestando per le vie dei rispettivi centri cittadini. Tra le rivendicazioni principali, oltre all’aumento delle retribuzioni, si chiedeva la fine delle discriminazioni, l’applicazione della legge di tutela recentemente approvata e disattesa, una maggior continuità di lavoro. Sulla spinta di queste e di successive lotte, nel 1973 si sarebbe arrivati alla nuova e avanzata legge 877 del 1973. Anche questa legge fu perlopiù disattesa, inserendosi all’interno di un nuovo clima economico, politico e sociale.

Infatti, in parallelo alla sanzione di alcune conquiste normative, gli effetti della crisi degli anni Settanta sulla struttura economico-produttiva e occupazionale, innescarono un nuovo ciclo di precarizzazione, più generalizzato. Innescarono un nuovo ciclo, lo acuirono, aumentarono i soggetti coinvolti, ma non crearono un nuovo fenomeno. In una realtà produttiva come quella italiana, legata a produzioni a bassa innovazione tecnologica e la cui crescita in termini di profitto è fortemente legata alla riduzione dei costi a discapito del lavoro, emerge dai testi della Betti come i canali dell’instabilità lavorativa non si siano mai interrotti ma, piuttosto, riarticolati.

Al contempo, quando negli anni Settanta qualcosa nel mercato del lavoro stava mutando, la centralità della rappresentazione di una divisione tra “garantiti e non garantiti” non aiutò ad avere una visione di insieme dei cambiamenti in atto. Negli anni Ottanta la flessibilità ne fu il dispositivo principale, definendo politiche del lavoro volte a ridurre i costi della produzione e del lavoro; diventando il fulcro della costruzione di un nuovo immaginario pubblico, che giustificasse la percezione di una crescente precarietà.

Fu una condizione presentata come eccezionale e temporanea, ma il terreno storico ce ne svela la persistenza e la convenienza, soprattutto in termini di riduzione del costo del lavoro e aumento del margine dei profitti. Su queste premesse Betti sembra dirci che molti dei passaggi giuridici successivi, interpretati come punto di partenza della flessibilizzazione e della precarizzazione (ad esempio il Pacchetto Treu nel 1997), segnino piuttosto la normalizzazione politica e culturale di un processo economico e sociale già in atto, mai stato “condizione eccezionale” e che si è mosso e continua a muoversi, differentemente ma con costanza, tra momenti di crescita e di crisi economica. Si tratta di dinamiche che si sono diramate tra pluriattività, stagionalità e appalti di manodopera; tra conquiste ed erosioni normative che vanno dalle normative sui licenziamenti individuali, sui rapporti particolari di lavoro e dallo Statuto degli anni Sessanta e Settanta, fino al Jobs act, al Decreto Dignità e allo sblocco dei licenziamenti. Ciò appare segnare un percorso alterno che diventa più o meno pervasivo in diversi momenti storici, in relazione alla maggiore o minore forza di lavoratrici e lavoratori nei rapporti sociali e politici. Ad ogni modo continua a incontrare in maniera particolare le marginalità sociali, sempre più segnate dai confini del genere, della generazione e dell’appartenenza etnica.

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