Palazzo Venezia, il cortile, lo scalone, l’anticamera della sala dove si riunisce il Gran Consiglio è presidiato – il che non è mai accaduto – da reparti della milizia fascista in pieno assetto di guerra. Nel presentare e illustrare il mio ordine del giorno, dichiaro: Non parlo per il duce, al quale ho comunicato 48 ore or sono il mio pensiero e le mie idee, ma bensì per voi camerati del Gran Consiglio. La drammatica riunione dura dieci ore. Ciano si alza in piedi con una proposta assurda, quella di fondere insieme l’ordine del giorno Grandi con l’ordine del giorno Scorza. La proposta cade fortunatamente nel vuoto. È a questo punto che il duce, giudicando di avere in pugno la maggioranza dell’assemblea, decide di mettere ai voti il mio ordine del giorno. La deliberazione da me proposta, quale surrogato di un voto parlamentare è approvata a grande maggioranza: 19 contro 5. Con voce stupefatta il segretario del partito comunica all’assemblea i risultati della votazione. Dopo un attimo di silenzio il duce si alza e si avvia a passo lento verso l’uscita. Ferma con un gesto del braccio il segretario del partito, mentre questi si accinge a dare il consueto saluto al duce. Sulla soglia della sala del Mappamondo il duce si volge verso l’assemblea e dice: Il Gran Consiglio stasera ha aperto la crisi del regime”. Sono le parole di Dino Grandi, raccolte nel suo diario curato da Renzo De Felice, a restituirci – 78 anni dopo – l’immagine della notte tra 24 e 25 luglio: l’inizio della fine di Benito Mussolini, la caduta del primo tassello dell’effetto domino che porterà al disfacimento di un regime che pareva inattaccabile da oltre vent’anni, il primo – minuscolo – passo verso la Liberazione e la Repubblica. Ma prima di tutto questo, c’è quella notte, carica di molte linee di tensione.

C’è il contesto: la Seconda guerra mondiale; il declino delle forze dell’asse “Ro-Ber-To”: Roma, Berlino, Tokyo; la drammaticità sociale della conduzione della guerra e l’erosione della fama di Benito Mussolini. Il 10 luglio gli alleati erano sbarcati in Sicilia, soltanto pochi reparti italiani e alcune truppe tedesche stavano riuscendo a rallentare l’ingresso sul territorio nazionale degli americani, dei canadesi e degli inglesi.

Davanti all’avanzata degli Alleati la complessità di un apparente sostegno di massa, di un’adesione “oceanica” al regime andava corrodendosi, trovandosi di fronte alla realtà dei precari baricentri della politica. Il regime fascista viveva di equilibri, tra Stato e partito, tra effettiva “militanza” e strategia di potere, paura ed estraneità ad alcuna logica partigiana. In alto come in basso c’era chi si sentiva fascista e chi il fascismo semplicemente lo aveva accettato, o come garante delle proprie posizioni di potere, o come forza politica da non contrastare “per non avere guai”. Il peggioramento delle condizioni materiali, gli insuccessi a livello internazionale e la perdita di posizioni di forza nel quadro nazionale cambiavano però le carte in tavola: da una parte la convenienza politica del sostegno al duce stava cambiando di segno; dall’altra parte i margini del consenso si stavano facendo più fragili.

C’è una notte – Quella tra il 24 e il 25 luglio del 1943 si tenne l’ultima riunione del Gran Consiglio del Fascismo, l’organo supremo del regime, a carattere consultivo. Presenziarono tutti i 28 membri: Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi, veterani della marcia su Roma che convinse il re a dare il potere a Mussolini, i principali ministri del governo come Giacomo Acerbo o Guido Buffarini Guidi, il presidente del Tribunale Speciale Antonino Tringali Casanuova, e poi ancora quello dell’Accademia d’Italia, il comandante della Milizia Volontaria, le camicie nere, i presidenti del Senato e della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, il segretario del Partito Fascista Carlo Scorza e altri membri scelti per meriti speciali. Il Gran Consiglio non era più stato convocato da 4 anni, dall’inizio della guerra, nonostante nel 1928 fosse stato elevato a organo costituzionale del Regno. Ma dal 1939 Mussolini iniziò a prendere in autonomia molte decisioni, probabilmente per timori di scontrarsi con il gruppo dei gerarchi, la cui composizione era ben meno omogenea di quanto si pensi.

A metà luglio quegli stessi gerarchi avevano chiesto a Mussolini di convocare nuovamente il Gran Consiglio per discutere l’andamento della guerra, ma anche l’organizzazione del partito e del regime. Più o meno apertamente alcuni gerarchi chiesero a Mussolini di restituire al re parte dei suoi poteri, in particolare il comando supremo delle forze armate. La mossa, almeno apparentemente, voleva far condividere alla monarchia la responsabilità dell’andamento del conflitto – che andava sempre peggio.

In questo contesto Dino Grandi, presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni, presentò il proprio ordine del giorno: Mussolini doveva rimettere i suoi poteri al re, doveva rinunciare al comando supremo delle forze armate e doveva ripristinare la Costituzione, ossia lo Statuto Albertino, oltre che ridiscutere composizione e strutture del partito.

La mattina precedente Grandi aveva incontrato Mussolini per rendergli noto quanto sarebbe stato discusso: “Ricordo le parole esatte che il duce, pacatamente, disse prima di congedarmi. ‘Hai finito?’ mi domandò glacialmente. ‘Ho finito’. ‘Ebbene sappi – replicò – alcune cose che dovrai ben fissarti in mente e sulle quali ti invito a meditare quando sarai uscito di qua: La guerra è ben lungi dall’essere perduta; avvenimenti straordinari si verificheranno fra poco nel campo politico e militare, tali da capovolgere interamente le sorti della guerra. Germania e Russia si accorderanno, l’Inghilterra sarà distrutta. Io non cedo i poteri a nessuno; il fascismo è forte, la nazione è con me, io sono il capo, mi hanno obbedito e mi obbediranno. C’è, è vero, molto disfattismo in giro, fuori e dentro il regime, ma esso sarà curato a dovere come si merita, non appena io giudicherò che sarà venuto il momento. Per tutto il resto, arrivederci dopo domani in Gran Consiglio. Puoi andare”. Che fine farà questo pronostico di lì a meno di due anni è noto a tutti. Ed evidentemente le due ore di arringa iniziale da parte del duce non convinsero i presenti in Gran Consiglio e, alle 2.30 di notte, Mussolini uscì dal Palazzo, con la consapevolezza della crisi in atto.

C’è un giorno – Per quanto l’Ordine del giorno Grandi avesse rappresentato un punto politico di svolta, il Gran Consiglio era un organo consultivo e non esprimeva pareri vincolanti. Sembra che Mussolini fosse convinto di poter ribaltare la situazione a suo favore, tra ripensamenti e concessioni, e decise di chiedere un’udienza al re, la mattina del 25, per discutere dell’esito della riunione. Mussolini però non sapeva che la notte precedente Grandi era andato direttamente da alcuni membri della corte per comunicargli la sfiducia al duce. La mattina dopo Mussolini giunse a Villa Savoia, Vittorio Emanuele III gli comunicò che era sollevato dall’incarico di capo del governo e sostituito dal maresciallo Pietro Badoglio, mentre all’uscita dalla Villa lo aspettavano 50 carabinieri. Mussolini fu arrestato. Fu poi liberato dalla prigionia a Campo Imperatore, in Abruzzo, da un commando di paracadutisti tedeschi il 12 settembre e sei giorni dopo nacque la Repubblica di Salò.

E poi c’è la continuità – Il 25 luglio 1943 rappresenta una data particolarmente importante non solo per il fatto in sé, ma perché ci parla di una sorta di continuità, da leggere all’interno del rapporto del regime con lo stato: il fascismo nacque e si articolò in forma tentacolare nelle strutture dello Stato seguendo una particolare logica di mediazione.

Secondo lo storico Guido Melis una linea chiave del progressivo inserimento fascista nelle strutture di potere va ricercata nella tendenza mediatrice. Conquistato il potere – con una significativa dose di coercizione e violenza brutale – fu necessario prima recepire buona parte dell’impianto dello Stato liberale ottocentesco, penetrare le strutture dello Stato e, solo dopo, mutarle in parte per ridefinire il ruolo del proprio personale politico. In parte, appunto: il rapporto che si mantenne costantemente con sistemi e gruppi in continuità con regimi precedenti, la complessa composizione variabile delle élite sociali, l’imperfetta nazionalizzazione a macchia di leopardo del paese e la difficile coordinabilità, resero il fascismo un fenomeno ben più poroso di quanto volesse trasparire. Fu una fase ventennale di mediazioni. Questo, per Melis, sembra essere il punto anche rispetto al ruolo di Mussolini, figura di mediazione all’interno di una macchina politica potente e pervasiva, articolatasi in ogni ambito, ma strutturalmente imperfetta. Figura di mediazione che ha costruito il proprio percorso istituzionale tra strutture e personali preesistenti, organismi e figure politiche nuove e figlie del regime e costruzione del culto della personalità. Gli anni di costruzione e radicamento del potere del regime hanno implicato influenze e ibridazioni forti tra vecchie e nuove figure, vecchie e nuove istituzioni, logisticamente e sostanzialmente mediate dal duce. Il mutar di contesti ed equilibri politici ha portato al 25 luglio ma, per poterci arrivare, la premessa stava proprio in quella continuità: formalmente c’era il duce ma c’erano pure re, Statuto Albertino, corpus giuridici e istituzioni di riferimento. C’erano tutti gli strumenti per destituire Mussolini e, mutati i rapporti di forza, è stato fatto.

Al netto di effettive rotture e trasformazioni, lo storico Claudio Pavone ci ha parlato di una sottesa “continuità dello Stato”, tra Stato liberale e fascismo, tra fascismo e Prima Repubblica, passando per le mancate epurazioni e per il mantenimento del personale burocratico, di molti riferimenti giuridici e istituzionali. Ricordare la caduta di Mussolini – per quanto importante e necessaria – può forse rivelarsi meno utile del ricordarne le modalità. Sono dinamiche che sottolineano il ruolo storico di un individuo che, per quanto influente ed espressione di uno dei momenti più bui della storia nazionale, si è fatto dispositivo di conservazione del potere. Caduto il duce si è avviato un percorso che ha condotto alla fine del fascismo di Stato e all’avvento della Repubblica. Ma, caduto il duce, cosa è rimasto e cosa resta di quei canali di conservazioni di culture e pratiche politiche di potere che hanno percorso le trasformazioni della politica italiana? Cosa resta del tutto che cambia perché tutto resti com’è?

AGGIORNATO da redazione web alle 15.35 del 25 luglio 2021

Sostieni ilfattoquotidiano.it: se credi nelle nostre battaglie, combatti con noi!

Sostenere ilfattoquotidiano.it vuol dire due cose: permetterci di continuare a pubblicare un giornale online ricco di notizie e approfondimenti, gratuito per tutti. Ma anche essere parte attiva di una comunità e fare la propria parte per portare avanti insieme le battaglie in cui crediamo con idee, testimonianze e partecipazione. Il tuo contributo è fondamentale. Sostieni ora

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Coronavirus, quello che la pandemia ci ha insegnato sulla classe politica

next
Articolo Successivo

Letta: “No Green pass in piazza? Sono manifestazioni contro le riaperture e contro la libertà. Fiducioso su riforma giustizia”

next