Il presidente della Repubblica di Haiti, Jovenel Moise, è stato assassinato questa mattina all’1 di notte nella sua residenza nel quartiere Pelerin, nella capitale haitiana di Port-au-Prince. Il primo ministro, Claude Joseph, ha spiegato in un comunicato che il presidente è stato ucciso durante un attacco perpetrato da un commando armato conformato da persone straniere: “Questa mattina, all’una del mattino, un gruppo di persone non identificate, che parlavano in spagnolo e inglese, ha assassinato il presidente della Repubblica. Il presidente è morto per le ferite riportate”. Durante l’azione che ha portato al magnicidio è risultata ferita anche la moglie del presidente, Martine Moïse, poi trasferita in un ospedale di Miami.

La stampa locale sta trasmettendo le parole del Joseph, che prova a rassicurare la popolazione garantendo la continuità dello Stato. Quello che si apre è però uno scenario tutt’altro che semplice, visto che Haiti attraversa una crisi sociale, economica, politica e umanitaria che sembra non avere fine.

Lo stesso Jovenel Moise, 53 anni, aveva attirato l’attenzione e le critiche della comunità internazionale fin dalle elezioni presidenziali del 2015, nelle quali si candidò alla presidenza per il partito Partido Haitiano Tèt Kale (PHTK) e riuscì ad arrivare al ballottaggio. Però la stampa locale e gli osservatori internazionali denunciarono delle frodi che avrebbero favorito Moise e questo produsse un’ondata di protesta e violenza che incendiò le strade del paese. A soli 5 anni dal terremoto che era costato la vita a più di 300mila persone, che ne aveva ferite 550mila e ne aveva lasciate 1,3 milioni senza casa, Haiti non sembrava riuscire ad ottenere una stabilità democratica.

Finalmente il 20 novembre 2016, dopo uno spostamento della data previamente accordata per via le proteste, si celebrò la seconda tornata elettorale tra il defunto Jovenel Moise e Jude Célestin. Il 27 novembre in base ai risultati preliminari Moise venne proclamato presidente, con un tasso di partecipazione al voto solo del 21% degli aventi diritto! Jovenel, imprenditore e proprietario di una piantagione di banane nel dipartimento Nordeste del paese, arrivava dunque alla presidenza in mezzo a violenza e proteste e dopo aver sbaragliato altri 26 candidati.

Il suo periodo presidenziale è stato caratterizzato dall’acuirsi della violenza, dallo scontro politico, e dalle denunce di corruzione e malversazione di fondi. Un mandato presidenziale la cui durata era essa stessa fonte di discordia e attrito politico. Infatti l’opposizione difendeva il punto che l’attuale corso presidenziale sarebbe iniziato nel 2016, anno di forti proteste e instabilità che vide il presidente ad interim Jocelerme Privert, traghettare il processo di transizione politica fino al definitivo insediamento di Moise a febbraio 2017. Secondo questa versione proprio in questo 2021 sarebbe terminato il mandato di Jovenel con le elezioni presidenziali previste per il 26 settembre. Il defunto presidente non era però dello stesso parere, avendo dichiarato che:

“Il mio mandato è iniziato il 7 febbraio 2017 e termina il 7 febbraio 2022. Passerò il potere al suo proprietario, che è il popolo di Haiti. Gli oligarchi corrotti abituati a controllare presidenti, ministri, Parlamento e magistratura pensano di poter prendere la presidenza, ma c’è un solo modo: le elezioni. E non parteciperò a quelle elezioni” (riferito a quelle del 26 di settembre).

In questo senso proprio a febbraio di quest’anno, Jovenel Moise aveva denunciato un golpe, che mirava a “toglierlo di mezzo” visto la sua riluttanza a lasciare il potere nel 2021. Il defunto presidente non si limitò alle accuse, dichiarando che le proteste che infiammavano il paese era ordite dall’opposizione che voleva forzare la sua rinuncia, e fece arrestare anche 23 persone: tra cui il giudice della Corte Suprema Yvickel Dabrézil, in qualità di nodo cruciale della cospirazione.

Moise inoltre cominciò a costruire un progetto di riforma costituzionale che prevedeva come asse centrale un referendum da celebrarsi il 27 giugno 2021 (poi spostato per la pandemia al 26 settembre, stesso giorno delle elezioni). Uno dei principali scopi del referendum era quello di cambiare la norma che impedisce la rielezione dello stesso presidente per due mandati consecutivi, legge che impediva a Moise di cristallizzarsi nel potere.

Tutto questo ovviamente è avvenuto tra le critiche della società internazionale, dell’Osa e dell’Onu (che conta con una lunga lista di scandali umanitari sull’isola) che vedevano una chiara forzatura e mancanza di trasparenza nel processo consultivo per la nuova Costituzione.

Quanto successo questa mattina è dunque l’apogeo di una violenza sistemica, che ha preso in ostaggio l’isola e che continua a causare morte e distruzione. Dall’inizio del 2020 le bande armate hanno seminato il terrore in tutto il territorio, contando con un’impunità diffusa garantita dalla corruzione e corruttibilità delle forze dell’ordine. I casi di sequestri con fine estorsivo si sono moltiplicati e nonostante la pandemia le percentuali di violenza non calano. I quartieri più colpiti sono quelli popolari della capitale Port-au-Prince ma la violenza non risparmia niente e nessuno.

Nella notte tra il 29 e il 30 giugno, l’attivista politica Marie Antoinette Duclaire e il giornalista Diego Charles sono stati assassinati da persone armate che circolavano in moto, nel quartiere Christ-Roi (di Port-au-Prince), in uno scontro a fuoco che ha causato almeno altri 15 morti secondo quanto riportato dai media locali. L’omicidio di Duclaire ha fatto scalpore proprio perché la stessa era riuscita a salvarsi da un attentato nel febbraio di quest’anno, dopo aver criticato pubblicamente in una trasmissione le attuazioni di Jovenel Moise. Secondo i dati riportati dall’ OIM, dall’inizio di giugno 2021, l’aumento di scontri e violenze tra bande armate nell’area metropolitana di Port-au-Prince ha causato lo sfollamento di 17.105 civili (dati aggiornati al 24 giugno 2021).

Insomma, esattamente 230 anni dopo l’inizio della rivoluzione nera di Haiti (che all’epoca era la colonia francese di Saint-Domingue) scoppiata dopo il rito vudù celebrato dal sacerdote giamaicano Dutty Boukman a Bois Caïman, questo piccolo paese dei Caraibi deve ancora lottare per una stabilità politica ed economica ma soprattutto per una democrazia fatta di giustizia sociale che tarda nel manifestarsi. L’uccisone di Jovenel Moise è un duro attacco all’istituzionalismo del Paese e le circostanze (commando straniero?) lasciando aperta la porta a questioni di ingerenza e sovranità che dovranno essere chiarite al più presto.

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