Un’e-mail nel week end e 152 persone perdono il posto di lavoro. All’improvviso, senza avvisaglie che facessero temere il peggio. Il fondo tedesco Quantum Capital Partners che, dal 2018, controlla lo storico gruppo di cerchi per auto di Ceriano Laghetto (Monza) Gianetti Ruote, non si è fatto scrupoli. Tasto invio e parola fine ad una storia industriale che durava da 114 anni. La comunicazione ai lavoratori è arrivata nel week-end, a 72 ore dalla decisione del governo di porre fine al blocco dei licenziamenti. “In giro c’è voglia di assumere e non di licenziare”, aveva affermato il leader di Assolombarda (associazione lombarda di Confindustria, ndr) Alessandro Spada, festeggiando la fine del blocco. La proprietà della Gianetti Ruote aderisce a Confindustria, che ha affermato che avrebbe invitato i suoi associati a dialogare con i sindacati e utilizzare la Cig, guardando ai licenziamenti solo come extrema ratio.

Difficile trovare ragioni industriali che giustifichino una decisione così drastica per un’azienda che rifornisce, tra gli altri, anche Mercedes e Volvo. “I risultati aziendali non erano certo tali da giustificare una decisione di questo tipo, che non prevede neppure un tentativo di vendita o lo spostamento dell’attività nell’altro sito del gruppo a Brescia. L’intenzione è quella di chiudere e basta“, spiega Pietro Occhiuto della Fiom Cgil Brianza a Ilfattoquotidiano.it. Come tutti i fornitori dell’auto, anche Gianetti soffriva per il rallentamento della filiera, ma, continua Occhiuto, non in modo così grave: “Prima della pandemia la Cig era stata utilizzata solo in modo molto sporadico e anche durante la pandemia in il ricorso è stato assolutamente fisiologico. Mercoledì si terrà un incontro con l’aziende, la speranza è che ci sia un passo indietro. I conti dell’azienda non sono brillanti ma nel 2020, anno della pandemia, hanno segnato un miglioramento nonostante il calo dei ricavi scesi da 76 a 56 milioni di euro. La perdita operativa si è dimezzata da 10 a 5 milioni, lo stesso per il risultato finale. Difficile capire perché si sia all’improvviso abbandonata l’azienda al suo destino. Alla richiesta di un commento da parte de Ilfattoquotidiano.it, Quantum Capital non ha rilasciato alcuna risposta.

Sul sito di Quantum Capital compaiono ancora in bella evidenza le dichiarazioni di Goran Mihajlovic, messo dai tedeschi alla guida dello stabilimento al momento dell’acquisizione: “Vediamo un enorme potenziale nelle operazioni di FAD Wheels (il nome dell’entità industriale in cui è confluita Giannetti, ndr) e siamo convinti che – insieme a Gianetti – questo gruppo abbia grandi opportunità di crescita. L’attenzione all’innovazione di prodotto, all’offerta completa di prodotti e all’eccellenza operativa nei confronti dei clienti sarà essere la chiave per una crescita futura di successo. Non vediamo l’ora di supportare i nostri team di gestione per espandere il gruppo e costruire un produttore europeo di ruote in acciaio leader”

Sempre sul sito di Quantum Capital si fa riferimento all’impegno del gruppo per il rispetto dei requisiti ESG (Environmental, Social and Governance) ossia ambiente, sociale e criteri di gestione. In teoria, questi principi includono anche anche un approccio rispettoso dei diritti sociali dei lavoratori. “Proteggiamo i valori d’impresa e il lavoro”: così si presenta del resto il fondo. Sede centrale a Monaco di Baviera e filiali a Madrid e Milano, quello della Giannetti non è il primo disastro industriale firmato in Italia da Quantum Capital. Nel 2020 il fondo ha chiesto la procedura fallimentare per la Slim Fusina rolling di Marghera, produttore di rotoli di alluminio e che era stata acquistata, pur versando già in condizioni difficili, da Alcoa. Per il rilancio i tedeschi non hanno fatto nulla.

Non di rado, del resto, dove passa la finanza non cresce più l’erba. Abdicando a quella che dovrebbe essere la sua funzione, ossia convogliare i soldi laddove ci sono le migliori opportunità di crescita e quindi guadagni per chi investe, i fondi sono sempre più focalizzati sui risultati di brevissimo termine. Si vive di trimestrale in trimestrale con l’obbligo che il bilancio sia sempre in miglioramento, costi quel che costi. Un approccio portato agli estremi dagli hedge fund o dai fondi attivisti ma comune a molti soggetti finanziari che si impossessano di gruppi industriali. Tipica tattica è quella di spingere le aziende a destinare i guadagni in primo luogo alla distribuzione di dividendi o al riacquisto di azioni proprie per arricchire i soci e a dispetto degli investimenti in ricerca e sviluppo o ai miglioramenti di strutture e condizioni lavorative.

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