Fu segretario alla Difesa americano per due volte, prima durante l’amministrazione di Gerald Ford e, successivamente, con George W. Bush. Era a capo del Pentagono durante gli attentati dell’11 settembre e fu lui a coordinare le azioni militari americane durante l’intervento in Afghanistan e in Iraq. Oggi, all’età di 88 anni, Donald Rumsfeld è morto per un mieloma multiplo. A dare la notizia è stata la famiglia in una nota pubblicata sull’account ufficiale Twitter dello stesso politico: “È con profonda tristezza che condividiamo la notizia della scomparsa di Donald Rumsfeld, statista americano e marito devoto, padre, nonno e bisnonno. A 88 anni, era circondato dalla famiglia nella sua amata Taos, nel New Mexico“, si legge. Il comunicato continua dicendo che “la storia potrebbe ricordarlo per i suoi straordinari risultati in oltre sei decenni di servizio pubblico, ma per coloro che lo hanno conosciuto meglio ricorderemo il suo amore incrollabile per sua moglie Joyce, la sua famiglia e i suoi amici e l’integrità che ha portato in una vita dedicata al Paese”.

Storico esponente del Partito Repubblicano, Rumsfeld ebbe il suo primo incarico nel 1962, quando venne eletto alla Camera dei Rappresentanti per l’Illinois. Alla fine degli Anni 60 iniziarono però i suoi incarichi all’interno delle amministrazioni americane. Prima con Richard Nixon come membro del Gabinetto del presidente e, dopo una parentesi come rappresentante americano presso la Nato, come capo di gabinetto dell’amministrazione Ford, per poi diventarne segretario della Difesa fino al 1975, subito dopo il ritiro delle truppe americane dal Vietnam e inaugurando una stagione politica più intransigente nei confronti dell’Unione Sovietica. Un incarico che ricoprì anche 25 anni dopo, quando venne richiamato da George W. Bush.

Fu durante quei cinque anni, dal 2001 al 2006, che il suo operato venne maggiormente criticato. Il Pentagono fu obiettivo degli attacchi al cuore degli Stati Uniti ordinati da Osama bin Laden, insieme al World Trade Center. Fu in quegli anni che riorganizzò le forze armate contro il terrorismo e portò avanti l’intervento in Afghanistan per scovare i responsabili degli attentati del 2001 e quello in Iraq del 2003, in nome di quella teoria della guerra preventiva che la storia ha poi rivelato essere fallimentare. Anche perché l’invasione dell’Iraq fu propiziata dall’uso di false prove riguardo all’esistenza di armi di distruzione di massa in mano all’allora Rais Saddam Hussein.

Fu proprio dopo l’invasione dell’Iraq che Rumsfeld attirò su di sé la maggior parte delle critiche ricevute in tutta la sua carriera nelle istituzioni. Al centro c’era la dura condanna per i fatti di Abu Ghraib, le torture e le umiliazioni alle quali venivano sottoposti i prigionieri iracheni nei black sites, le carceri segrete americane fuori dai confini statunitensi. Fu proprio lui, secondo un rapporto del Senato, ad aver ordinato quelle che vennero definite “tecniche di interrogatorio aggressive” nei confronti di tutti i sospettati di legami con il terrorismo. Tecniche ritenute atti di tortura e che, tra le altre cose, contemplavano l’uso del waterboarding e di altre pratiche illegali. Furono proprio le notizie riguardo a questi interrogatori e le immagini di Abu Ghraib che circolarono fuori dalle mura delle carceri segrete ad alimentare la propaganda terroristica in Medio Oriente contro gli Stati Uniti e gli altri Paesi intervenuti nei vari conflitti.

Tra i primi a inviare pubblicamente il proprio messaggio di cordoglio c’è proprio George W. Bush. L’ex presidente americano ha dichiarato che gli Stati Uniti sono “più sicuri” grazie a Donald Rumsfeld.

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Iraq, le milizie filo-iraniane si accordano per la tregua con gli Usa. Ma bombe di Washington sono anche un avvertimento per Baghdad

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