Foggia-Zeman è un riflesso pavloviano. Come l’associazione del suono di una campanella al cibo che dimostrò l’esistenza del condizionamento classico, così nominare Foggia in ambito calcistico significa tornare a Zeman. Trent’anni fa come oggi, a livello di suggestioni non è cambiato nulla. Tatranky, un brano piuttosto noto (quantomeno a livello indie) degli Offlaga Disco Pax raccontava dell’esperienza del protagonista nella Praga negli anni ’80. Un sera decide di recarsi in un club sotterraneo, il Lucerna, e nel mezzo di un dj set tendente al commerciale spinto, parte Felicità di Albano e Romina Power, generando un boato tra la folla di ventenni presenti nel locale. “Eccola l’anima degli anni Ottanta cecoslovacchi”, commenta la voce del gruppo (per chi non lo sapesse, le canzoni degli Offlaga non sono cantate, ma parlate). “Felicità e il suo video colorato che parla del sole e dell’amore italiano mentre in Boemia tutto è fermo, mentre in Boemia tutto è immobile”. Un immobilismo facile da ritrovare anche oggi, in un’epoca travolta da nostalgismi, retro-manie e sguardi costantemente rivolti all’indietro. Un immobilismo delle idee, che ritroviamo in tanti aspetti del nostro calcio. Le minestre riscaldate, i soliti nomi, i (presunti) grandi ritorni. Quello di Zeman a Foggia sarebbe il quarto. L’ennesima goccia nell’oceano del rigurgito revivalista.

Anni fa uscì un libro agile e divertente dedicato al Foggia nel quale i tre autori, nascosti dietro gli pseudonimi Lobanowski 1, Lobanowski 2 e Lobanowski 3, raccontavano trent’anni di personalissime storie di calcio privato legate al club rossonero. Si intitolava “Juve o Milan? Meglio il Foggia” (Rainoneəditore, 2007), come il titolo a otto colonne fatto dal Corriere della Sport il 16 settembre 1991 dopo la vittoria colta dal Foggia in casa della Fiorentina. C’erano i ricordi, ma nessun nostalgismo dal retrogusto amarognolo. In un passaggio, Lobanowski 2 scrive che “ogni popolo custodisce nell’ethos il segreto di una inimitabile Età dell’oro mai esistita […] La salvezza con handicap, stagione di C1 1986-87, pesò sulla memoria dei foggiani come il ricordo di un sindaco democristiano, di quelli che abbattono filari di alberi e scavano parcheggi sotterranei […] Quella salvezza non era nulla, eppure stuzzicava i sensi della comunità”. Prima ancora di Zemanlandia, che per Zeman a Foggia costituiva un ritorno, il boemo era già parte di una tradizione che è tale proprio perché accettata acriticamente. Con la differenza che all’epoca si trattava di un culto solo locale.

Zeman è arrivato a Foggia nella seconda metà dal 1986, tra l’uscita di Rocky IV e quella di Grosso Guaio a Chinatown, tra Bubble Bobble e il primo Zelda. È un’icona pop anni ’80 e lo si vede proprio dal nostalgismo radicale che circonda la sua figura. Perché, come scrive Jacopo Nacci in “Guida all’Immaginario Nerd” (Odoya, 2019), al centro del pensiero nostalgico non ci sono l’opera/l’evento/il personaggio, ma i ricordi legati a questi, e qualsiasi approfondimento che vada oltre quanto se ne sapeva, o se ne pensava, dieci, venti o trent’anni fa viene guardato con sospetto, nella migliore delle ipotesi, oppure respinto. Zeman è il ricordo di un calcio che non c’è più; del Foggia che affrontava il Real Madrid nella Coppa Durum, trofeo dalla brevissima vita, creato nell’estate dell’86 dai Casillo per offrire una dimostrazione dei propri agganci internazionali; dell’album Panini con la coppia Baiano-Rambaudi a inaugurare, nell’anno della promozione in A, il nuovo logo con i satanelli stilizzati che sostituivano le tre fiammelle, simbolo della città; di Pierpaolo Bresciani che bucava Angelo Peruzzi e affondava la Juventus, con Andrea Seno che alla Domenica Sportiva riportò le parole dette da Zeman negli spogliatoi all’intervallo: “Adesso che vi siete allenati, cominciate a giocare”. E poi la fiera dell’Est (Petrescu, Shalimov, Kolyvanov, ai quali per un soffio non si unì anche Mostovoi), Matrecano titolare a San Siro alla prima del ritorno in A, Baiano chiamato da Sacchi in nazionale, il miscuglio livellatore tra sovietismo astratto e cesarismo politico da tribuno che bandiva ogni primadonna, Bruno Longhi a Pressing che parlava del Foggia quale “giusta bilancia tra la tecnica primordiale (sic) di alcuni suoi giocatori e la tattica di prim’ordine costruita da Zeman”.

Si potrebbe andare avanti per righe e righe nel ricostruire questo immaginario collettivo che ha lasciato il segno non solo sui foggiani, ma su tantissimi appassionati di calcio in Italia. Un immaginario collettivo nel quale Zeman è tuttora cristallizzato. Il miglior piazzamento del Foggia di Zemanlandia è stato il nono posto in campionato, e questo dato contiene sia la grandezza che i limiti del personaggio. Riuscire a passare alla storia per un nono posto meravigliando il mondo del calcio, quando nessuna squadra che arriva nona dovrebbe meravigliare e, di contro, nessuna squadra che meraviglia finisce nona. Ci affidiamo ancora alle parole di Lobanowski 2: “I concetti che Zeman apportò furono, fuori d’ogni dubbio, altamente innovativi […] Più che altro a Zeman è stato perdonato con gioia ciò che ad altri avrebbe causato la lapidazione. Anzi, Zeman è stato idolatrato per i suoi difetti più vistosi, come solo ai grandi uomini e ai grandi amanti capita”. Un nono posto può essere fonte di apprezzamenti e riconoscimenti, ma in questo caso si sta parlando di un culto che si autoalimenta ormai da trent’anni. Difficilmente nel 2051 ci sarà un immaginario collettivo costruito attorno al Sassuolo di Roberto De Zerbi. Al massimo sarà materia di approfondimento per appassionati e studiosi di calcio, non oggetto di guerre di religione oggi paragonabili a quelle che si combattono pro o contro Guardiola. Zeman ci ha messo del suo nel diventare un personaggio divisivo, immutato e immutabile (specialmente nella filosofia di gioco), tanto che per uscire dalla logica polarizzante attorno alla sua figura ha dovuto emigrare in Svizzera, a Lugano, dove all’età di 69 anni ha sfiorato il primo trofeo in carriera, perdendo la finale della Coppa nazionale. Ci fosse riuscito, non sarebbe cambiato nulla, né per gli estimatori né per i detrattori. Per le icone funziona così, si chiamino Zeman, Guardiola o Capitan Tsubasa.

Ciclicamente sulle nostre televisioni vengono riproposti gli episodi di Capitan Tsubasa, ovvero Holly e Benji, che rappresenta l’archetipo dell’icona pop imbevuta di nostalgismo e oscillante tra sacralizzazione e rifiuto (“che cazzata” era/è il commento più in voga tra i detrattori). Sono sempre gli stessi, anche se nel frattempo lo spokon si è evoluto e la pubblicazioni continuano tuttora in Giappone. Ma l’anime è rimasto quello: il torneo delle elementari, quello delle medie, più l’aggiunta di Road to 2002 con la partecipazione al mondiale giovanile. Ciclicamente, anche il binomio Foggia-Zeman ricompare. Nel luglio 2010 il vecchio presidente della prima e della seconda Età dell’oro rossonera, Pasquale Casillo, acquista nuovamente il Foggia assieme ad altri imprenditori e richiama Zeman, affiancandogli come ds Giuseppe Pavone. Torna il Foggia dei miracoli? No, torna l’idea nostalgica del Foggia dei Miracoli, il ricordo del passato quale base di costruzione di un presente che non potrà più essere come quello di vent’anni prima. Finisce con i play-off della Prima Divisione di Lega Pro sfiorati, con il miglior attacco (soprattutto grazie alla coppia Lorenzo InsigneMarco Sau) e la peggior difesa del campionato. Le stesse cose, le medesime battaglie, i soliti episodi. Una minestra che, nel 2021, qualcuno non si è ancora stancato di riscaldare e servire in tavola. Siamo arrivati al reboot del remake del seguito di una storia di successo. Manca solo il videoregistratore VHS.

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