È una lunga intervista quella che Massimo Giletti ha rilasciato al Corriere della Sera. Il conduttore si trova in Sicilia dove sta girando “Abbattiamoli”, uno speciale sulla mafia in onda il 10 giugno su La7. Partendo dal Cretto di Gibellina, il giornalista ha percorso “le strade vicine a Corleone dove è stato arrestato Provenzano; poi via Bernini 52 nel cuore di Palermo dove ha vissuto per anni Riina (latitante) con la sua famiglia fino al giorno in cui venne catturato da Ultimo. Dopo tanto viaggiare torno al Cretto e rifletto sullo “scellerato patto” fra Cosa Nostra e lo Stato: continua ancora oggi, grazie a Matteo Messina Denaro, il boss condannato per le stragi di Capaci, via d’Amelio e le bombe del ‘93 e che da allora è divenuto invisibile. Un vero Stato ha il dovere di dare delle risposte, lo deve a chi è caduto contro la mafia e lo deve a chi crede che questo Paese possa essere diverso”, spiega. Da quando vive sotto scorta per le minacce ricevute dalla criminalità organizzata, Giletti sa cosa è la solitudine: “Vivo sotto scorta e sono stato lasciato solo da tanti colleghi. Se questa battaglia contro i boss, nel periodo del Covid, l’avessimo fatta in tanti, non sarei entrato nel mirino di Cosa nostra“. I cambiamenti nella vita quotidiana sono tanti: “Io vivevo nella libertà del motorino, oggi non posso più farlo. Ora trovo la scorta che mi ricorda il pericolo che vivo ogni giorno. Io cerco di non pensarci, ma è lì nella sua evidenza quotidiana. Non posso incontrare amici come e quando voglio. Non sono più quello di una volta”. Dalla solidarietà arrivata in modo “trasversale” (“Da Rita Dalla Chiesa a Mario Giordano, e poi Nicola Porro, Piero Chiambretti, Paolo Del Debbio…”), alla vita sentimentale che preferisce mantenere privata, dalla gratitudine verso La7, al 2020, un anno difficile: “Ho perso mio padre e la mia vita è cambiata per la mafia. Ma se uno è vivo e non è arido, non si deve vergognare di piangere”.

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