Ritorna in sella il delfino di Nello Musumeci. L’assessore siciliano Ruggero Razza, dimessosi lo scorso 30 marzo, a seguito dell’indagini sui dati “spalmati” dei morti di Covid in Sicilia, è adesso di nuovo al suo posto. A questo mirava, d’altronde, Musumeci, già dal primo giorno delle sue dimissioni e non a caso il presidente aveva mantenuto l’interim della Salute, senza affidarlo a terzi, mentre Razza continuava a muovere le fila da assessore ombra. Negli ultimi giorni le voci del suo ritorno si erano rincorse sull’Isola, ma all’ultimo sembrava stesse sfumando. Con un colpo di coda improvviso, invece, Musumeci annuncia il gran ritorno: “In queste settimane di interim – ha detto Musumeci – ho potuto toccare da vicino la qualità degli operatori della sanità siciliana, la loro abnegazione e l’impegno da tutti profuso nel corso di questi lunghi mesi di pandemia. Non mi hanno meravigliato gli appelli rivolti da molti operatori e rappresentanze sindacali, certamente non tacciabili di vicinanza con il nostro governo, che hanno chiesto di riprendere il percorso amministrativo avviato con l’assessore. Dal primo momento ho detto che le indagini giudiziarie e le responsabilità politiche devono essere separate, nel pieno rispetto per il lavoro della magistratura e dei princìpi che regolano la nostra vita democratica. Per questo ho insistito con Ruggero Razza affinché potesse riprendere il ruolo che gli avevo assegnato nel novembre del 2017. Ho fiducia che questa scelta possa contribuire positivamente a concludere un percorso amministrativo avviato in questi anni con i risultati che tutti conoscono”.

Ma ecco cosa c’è ancora nell’inchiesta che è nata dalle indagini della procura di Trapani, e che per competenza, è stata poi trasferita a Palermo. Il 20 aprile la procura del capoluogo siciliano firmava una nuova richiesta, dove sottolineava: “In generale si può affermare che la volontà degli indagati di inviare dati falsi è dipesa dalla volontà di far apparire l’esistenza in Sicilia di un sistema sanitario efficiente, ed anche di una rete informativa di monitoraggio Covid all’altezza della situazione”, così scrivono l’aggiunto Sergio Demontis e i pm Andrea Fusco e Maria Pia Ticino nella nuova richiesta palermitana. E continuano: “La realtà era invece diversa da quella fatta apparire, ed andava nascosta a tutti i costi per evitare che il ripetuto invio di dati aggregati intempestivi, accompagnato da note che rimarcassero cronici ritardi, svelasse l’inefficienza del sistema di monitoraggio. A nulla vale obiettare, come fanno i difensori nelle proprie memorie, che la regione a gennaio 2021 ha chiesto espressamente al governo nazionale di porre la Sicilia in zona rossa…. Si obietta che la relazione firmata dall’indagata è stata redatta allorché il presidente della Regione aveva già assunto le proprie determinazioni, sulle quali non risulta allo stato degli atti che gli indagati abbiano esercitato alcun influsso”.

Tra le due indagini sono state nel frattempo depositate due memorie, una della principale indagata la responsabile del dipartimento Salute, Maria Grazia De Liberti, e quella dell’assessore Razza: “Le due memorie partono da un assunto errato – hanno continuato i pm – cioè che i dati aggregati abbiano una rilevanza a fini esclusivamente statistici e servano solo alla compilazione del bollettino giornaliero, il quale ha a sua volta finalità solo divulgative. Tale considerazione, appare smentita dalle indagini effettuate che hanno acclarato la rilevanza dei dati aggregati”.

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