Il centrodestra aveva appena fatto il pienone alle elezioni e così, nel torpore un po’ bovino dell’estate, si alzò Rocco Buttiglione e fece valere tutte le sue mostrine di ministro per le Politiche comunitarie con un temone che fece tremare l’intera Unione europea: l’inno di Mameli va sostituito, disse, è meglio il Va’, pensiero di Giuseppe Verdi. Come accade con le uscite strampalate dei ministri di tutti i tempi la cosa non fu fatta cadere nella sonnolenza di quel luglio di vent’anni fa come carità di patria (è il caso di dire) avrebbe voluto e come la tragedia del G8 di Genova purtroppo si prese la premura di fare di lì a qualche giorno. Al contrario l’uscita di Buttiglione quel giorno fu argomento da prima pagina e alleati di governo e partiti dello schieramento avversario si affollarono per dire la loro. Gli ex missini inviperiti, il compagno di partito di Buttiglione Marco Follini invitò a imparare a memoria il Canto degli Italiani di Mameli e Novaro mentre la compagna e basta, ex ministra dilibertiana, Katia Bellillo, rivendicò di saperlo già a menadito. Francesco Speroni – capo di gabinetto del ministro Umberto Bossi – passò subito alle avvertenze: giù le mani dal Va’, pensiero.

Il coro del Nabucco qualche anno prima infatti era stato infilato in uno dei 9 articoli della cosiddetta “Costituzione transitoria” della cosiddetta Padania. Alcuni giorni prima di quella Costituente che non costituì nulla, Bossi ne aveva dato un’interpretazione un po’ grossier, come da sua abitudine, commentando una rappresentazione all’Arena di Verona, dove peraltro era stato fischiato: “L’hanno fatto bene davvero. In basso gli schiavi, gli ebrei, cioè il popolo, cioè la Padania; in alto il Potere, cioè Scalfaro, cioè quel terun di Di Pietro. Va’, pensiero dovrebbe essere l’inno della Padania, anche se so che la musica è di tutti e c’è tanta gente al sud che ama Verdi. Ma se il Sud capirà che il nemico non è il Nord, ma è Roma, allora capirà anche il significato del Va’ pensiero”. Il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro si prese del tempo prima di rispondere e visto che i leghisti si erano fissati con questa cosa di Verdi da colorare di verde-carroccio alla fine affilò la lama del suo italiano: “Solo la non cultura può portare a ritenere che Va’ pensiero possa essere un canto di divisione e non il canto verdiano dell’aspirazione all’unità della Patria sì bella e perduta”. E c’è da dire che forse si era anche perso Mario Borghezio che in quanto leghista riteneva tutti i diritti riservati sulle note del Nabucco “scritte e pensate da un cuore lombardo”, laddove Verdi – come sanno anche i muri – è nato e lungamente ha vissuto a Busseto, vicino a Parma.

Eppure tutto questo infelice dibattito era già vecchio di dieci anni almeno se è vero che il capo del governo Bettino Craxi una volta confessò al suo ministro della Difesa Giovanni Spadolini che gli sarebbe proprio piaciuto proporre quel coro verdiano come inno al posto quello di Mameli. Il leader repubblicano però gli spiegò con parole più nobili di queste che c’entrava un po’ come il cavolo a merenda perché il Va’ pensiero era pur sempre un canto di dolore, nella fattispecie del popolo di Israele per la patria lontana. Non proprio una cosa da training autogeno di un popolo.

Quante mani a impiastricciare col coro verdiano. E allora: qual è la verità, nient’altro che la verità sul Va’, pensiero, presunto inno mancato? Molto di quello che di fondamentale c’è da sapere si trova in Va’, pensiero (Garzanti, serie Piccoli grandi libri, 64 pagg, 4,90 euro), mini-saggio di Alberto Mattioli, indiscusso e indiscutibile timoniere della musica lirica. Anche in questo caso l’autore usa la sua più grande abilità: spogliare del mito le storie molto terrene che circondano le spettacolari figure e le ganzissime storie del genio tutto italiano del recitar cantando e restituire loro, così, l’essenza autentica e un’immagine ancora più autorevole. Insomma una spolveratina serve a celebrarle meglio e più consapevolmente.

Con la consueta capacità di accompagnare il dominio assoluto delle informazioni con lo stile spumeggiante, quindi, Mattioli fa scoprire al lettore che no, Verdi quando scrisse quel coro della scena quarta della terza parte del Nabucco, nel 1842, non pensava affatto agli italiani soggiogati dai dominatori stranieri ma proprio a quelli che in effetti lo cantano nell’opera, cioè gli Ebrei soggiogati dai dominatori babilonesi.

Gli indizi sono parecchi. Per esempio, come Mattioli aveva già raccontato in Meno grigi più Verdi, il compositore emiliano all’epoca “non aveva ancora una coscienza politica definita”.

Inoltre – punto e partita a Spadolini – per Verdi Va’, pensiero è “un inno di dolore, non di riscossa”. “E bisognerebbe smetterla di bissarlo d’ufficio, anche quando non lo chiede nessuno” frusta come suo solito Mattioli. Per non parlare del fatto che il libretto, firmato dal poeta Temistocle Solera, segue quasi pedissequo un salmo, il 137, del relativo libro dell’Antico Testamento. Più prosaicamente si potrebbe aggiungere, fa notare Mattioli in questo pamphlet, che Nabucco è “umilmente dedicato a Sua Altezza Imperiale la Serenissima Arciduchessa Adelaide d’Austria”, cioè la figlia di Ranieri, cioè il viceré del Lombardo-Veneto fino al ’48 quando appunto accadde un quarantotto e fu sostituito dal feldmaresciallo Josef Radetzky. Cioè gli oppressori.

Verdi insieme ad Arrigo Boito (librettista di Otello e Falstaff) in una foto pubblicata all’epoca dalla “Gazzetta di Parma”

E allora il Verdi risorgimentale dove si nasconde se non nel Coro degli Ebrei e “sui clivi, sui colli / ove olezzano tepide e molli / l’aure dolci del suolo natal?”. Quel lato non è perduto anche se, come scrive Mattioli, un po’ ex post: Verdi “diventò o fu fatto diventare la statua di se stesso”. Dopo l’Unità, sottolinea il libretto, “l’intera storia nazionale venne riletta” in una “luce mitica”, infilandoci anche storie e personaggi “per nulla motivati dall’aspirazione dell’Unità: ‘arruolandoli‘”. Più chiaramente: Verdi al momento giusto tifò Italia, tutta intera e tutta unita (e qui la retorica bossian-leghista prende almeno tre pere), anzi diventa parlamentare – deputato e poi senatore – di quel Regno ai primi vagiti. Ma è solo dopo il successo del Nabucco – e non prima – che assume una consapevolezza civica e politica. Nabucco non nasce risorgimentale, ma lo diventa, ribadisce Mattioli, scavalcando i decenni e poi un paio di secoli, fino a conquistare l’immaginario collettivo, a trasformarsi in “emblema identitario”, “icona dei padri”.

Di un libro così piccolo è giusto raccontare il minimo indispensabile. Ma vale la pena di ricordare, per completezza, che con l’eterna sfida tra Va’, pensiero e il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro (a proposito, c’è un Piccolo grande libro di Garzanti anche su questo, firmato dallo storico Stefano Pivato) si sono misurati tutti, anche i compositori. Dal punto di vista musicale si può pure dire che non c’è gara: l’Inno di Mameli non piaceva a Giacomo Puccini, non piaceva a Giuseppe Garibaldi. Eppure piaceva a lui, Verdi. Ammesso che ce ne freghi qualcosa, Buttiglione, Craxi, Bellillo, Follini, Speroni e perfino Borghezio sarebbero stati messi tutti d’accordo se avessero avuto migliore sorte i 2 minuti e 25 secondi di Suona la tromba, che ha le parole di Mameli, la musica di Verdi e la commissione (tipo producer) di Giuseppe Mazzini: una sorta di super-gruppo dei Padri della Patria.

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