Le corna che fanno male più al nome che al cuore. Le cene eleganti e i cortigiani vili, adoranti intorno al governante, che peraltro se ne frega di governare. Le escort mantenute e poi allontanate dai parenti del consumatore finale. Il cazzeggio fine a se stesso del vitellone fino a un’età ormai stramatura. Le donne, poi, trattate come soprammobili: da usare e gettare, da possedere non solo nel senso carnale ma anche come proprietà privata, anzi di più, da dileggiare, da trattare come corpi senza testa, privi di coscienza di sé. Su quel popolo di ipocriti, perbenisti, rammolliti, doppiomoralistimisogini, anzi veri maschilisti, che poi siamo noi, c’era già tutto spiegato: sarebbe bastato – o meglio basterebbe ancora – osservarlo, ascoltarlo, capirlo un po’ meglio. Quel ritrattone, quella foto di gruppo di noi tutti in posa, era già dentro Giuseppe Verdi, il più grande, il più famoso, il più rappresentato, il più cantato, il più patriottico secondo una narrazione vera, ma un po’ indolente. Eppure, forse, mai compreso fino in fondo.

Allora, accanto alle analisi sociologiche e ai libri dei corsi e dei ricorsi storici, proprio la produzione del più grande compositore lirico – il più celebre made in Italy nel mondo insieme al cibo e ai monumenti – diventa il prisma, il google translate, l’esame del sangue per capire perché siamo come siamo. L’unico che poteva riuscire a spiegarlo così bene – con Meno grigi, più Verdi (Garzanti, 156 pagine, 16 euro) – è Alberto Mattioli, giornalista della Stampa, manica a vento del racconto dell’opera in Italia che come con il precedente Anche stasera scrive un libro che si beve. Per farlo usa due arnesi del mestiere. Il primo: destinare la sua conoscenza a diversi livelli di comprensione (chi di lirica sa così così, chi ne sa

“Meno grigi, più Verdi” è lo slogan scritto sul graffito del writer Frode che si trova all’angolo tra via Manzoni e via Verdi, a due passi dal teatro alla Scala

abbastanza, chi ne sa tutto). Il secondo: la forma d’espressione, cioè l’ironia e – viva – il linguaggio del Duemila e non del Cinquanta (dell’Ottocento), primo passo per rendere più vicino alla testa e al cuore di oggi quello che è stato scritto quasi duecento anni fa ma vale per tutti i tempi, che d’altra parte è il dna dell’arte. Così Meno grigi, più Verdi è la storia dell’operista più rappresentato al mondo abbracciata alla storia d’Italia che si stava facendo e che ancora si fa.

Verdi l’antropologo: sincero, lucido, disilluso
Verdi come bioarcheologo del suo popolo, “antropologo di una popolazione dai curiosi usi e costumi”, scrive Mattioli, dallo sguardo “così sincero, quindi anche così disilluso” da affiancarlo a “Machiavelli, Leopardi, Gramsci, Fellini”. Il punto centrale del ragionamento che mette in connessione 10 opere tra le più celebri di Verdi e il mondo e il tempo di oggi è che “non bisogna farsi ingannare dai libretti, che collocano le loro improbabili vicende in un passato favoloso o in terre esotiche”, con quegli strambi abiti di scena. “Chi indossa quei costumi favolosi sono gli italiani di sempre, siamo noi. Le relazioni familiari, il ruolo della donna, le prevaricazioni del potere, gli amori socialmente impossibili”. Come Aida, che per Mattioli alla fine racconta di un ragazzo di buona famiglia, Radamès, che “commette l’imperdonabile errore di innamorarsi della colf immigrata (Aida, appunto, ndr) invece che di un mezzosoprano socialmente compatibile”. E infatti finisce malino perché le regole sociali che Verdi contesta nelle sue opere ne escono vincenti. Come accade spesso nella realtà.

Basta con la figurina: Verdi ci serve per guardarci allo specchio
E’ una rimessa a fuoco dell’immagine di Verdi. Non più la figurina (Verdi col cilindro, Verdi sulle mille lire) da appiccicare come il marchio di qualità – ed ex post – come cantore dell’epos risorgimentale, ma “uno dei pochi intellettuali che hanno raccontato gli italiani per come sono e non per come si credono di essere”. Verdi “è diventato una specie di garante operistico di questa Italia fatta male, una foglia di fico che copre le immancabili vergogne nazionali”. Una specie di consolazione: sì, facciamo un po’ schifo, ma almeno abbiamo Verdi. Lui, che veniva e si rifugiava volentieri nella campagna delle Roncole di Busseto, è sempre rimasto un osservatore lucido come una lama di rasoio mentre guardava il mondo “di fuori”. E per questo, “la venerazione verso il monumento – incalza Mattioli – rende difficile conoscerlo meglio”. Di conoscere, capire Verdi c’è bisogno invece: “Di lui, della sua severità e del suo realismo, del suo pessimismo che non esclude il coraggio, che denuncia il Male per mostrarci il Bene e fa del Bello non un fine ma un mezzo”.

Olgettine e #metoo: Rigoletto
Mattioli nel libro (e cioè Verdi) fa dialogare con la contemporaneità Stiffelio, Traviata, Aida, il Ballo in Maschera. Per tutti può fare da icona Rigoletto, la cui prima scena, annota l’autore, è “un clamoroso bunga bunga sullo sfondo della cena elegante di qualche potente”, ma che rappresenta un’idea, anzi due idee della donna che non possono che suonare familiari, al tempo del #metoo. Da una parte c’è il Duca di Mantova, tenore per antonomasia, che in testa ha solo la ripetitiva e meccanica azione dell’amplesso: considera le donne solo come vagine. “Seduco dunque solo e al di là di questo non c’è nulla” sintetizza Mattioli. E’ lui che intona Questa o quella per me pari sono che rimanda alla scelta delle Olgettine. E’ lui che canta l’aria ultrapop della Donna è mobile, un inno alla misoginia. Non c’entra niente il Don Giovanni di Mozart, fa notare Mattioli, il conquistatore mozartiano ama davvero le donne – corpo e anima – e tra l’altro va sempre in bianco. Invece “il Duca non ama, mai”.

Poi c’è l’altro punto di vista, quello di Rigoletto, il buffone di corte del Duca, la cui figlia – gira e rigira – finisce rapita dallo scopatore indefesso. Rigoletto, che fino a un secondo prima sghignazzava dell’angoscia di mariti, fratelli e padri le cui parenti venivano deflorate dallo stecco ducale, ora va giù di testa. Perché Gilda, la figlia, non è donna-oggetto solo per il Duca – spiega Mattioli – ma anche per il padre, Rigoletto: “L’ideale femminile per lui è quello della reclusa in casa, vergine a oltranza, occupata solo a cucinare, cucire, biascicare rosari”. Insomma: “Per i maschi di quest’opera, per il maschio della sana tradizione nazionale, la donna è santa o puttana”. Vale anche per Violetta, la Traviata. E infatti è Gilda l’eroina, sottolinea Mattioli. Anche quando Rigoletto le fa vedere che il Duca si sta facendo già un’altra, lei insiste: no, papi, io resto innamorata. Si libera, almeno dalla gabbia della casa di bambola, e (aridanghete) ci lascerà le penne.

Verdi l’innovatore (Netflix a teatro)
Ma Meno grigi, più Verdi è anche la storia di Verdi come innovatore della drammaturgia. Uno sperimentatore, che costruisce il Trovatore – per dirne una -, con tutti gli atti che finiscono lasciando gli spettatori “appesi”: “il seguito alla prossima puntata” scrive Mattioli, finché all’ultima scena “tutti i pezzi della storia andranno al loro posto”. Tradotto – absit iniuria verbis – è come una serie su Netflix. “Serviva al pubblico coevo un tipo di narrazione di cui era ghiotto perché vi era avvezzo, tutti i giorni aprendo il giornale”. Ed è questo spirito innovatore – che alla faccia dei rottamatori e dei nuovisti Verdi mantiene fino al Falstaff scritto a quasi ottant’anni – che dovrebbe fare da insegnamento aureo. Quello che bisognerebbe fare, dice Mattioli ribadendo un classico delle sue invettive, “è togliere Verdi dalla teca e metterlo in rapporto con il nostro mondo”. Moderno, aggiunge, “non significa necessariamente mettere Violetta in jeans o fare di Otello un vucumprà: significa semplicemente chiedersi quanto di presente c’è in quel passato, e farlo vedere”. Una missione facile come quella attuale di Mattarella in un ambiente ancora rigido come quello della lirica in Italia, ma “tradire Verdi – afferma Mattioli – è soltanto non farlo parlare al pubblico, mettere uno schermo fra la potenza devastante delle sue storie e la gente“.

Verdi il cantore dell’Unità (che amava l’Italia senza stimarla)
E’, infine, la storia di Verdi politico, tifoso – da liberale repubblicano – delle avventure del Risorgimento tanto da avere toni quasi populisti: “Quando il popolo vuole, non avvi potere assoluto che le possa resistere”. E poi diventa quasi reazionario perché spaventato dalle rivolte di fine Ottocento non più solo per le idee ma soprattutto per il pane. In mezzo, la metamorfosi: capirà che senza i Savoia l’unità d’Italia non sarebbe mai possibile, si ritroverà a piangere come un bambino ai funerali di Cavour, approverà le cannonate di Bava Beccaris. Ma il punto è, dice Mattioli, che Verdi ama l’Italia ma non la stima. “Sa benissimo cosa non funziona e perché, ha ben presente la fragilità del nuovo Stato e le contraddizioni della sua società, l’influenza della Chiesa, l’autoreferenzialità della cultura, la scarsa fiducia nello Stato, il conformismo intellettuale”. Mattioli descrive per esempio La forza del destino come un affrescone quasi neorealista dei pezzi di società italiana. “Sapeva che l’Italia non era quella che si vedeva dagli scranni di Palazzo Carignano o di Palazzo Madama. Sapeva che i libri li leggevano in pochissimi allora come oggi e che per lui e i suoi amici liberali e positivisti la Chiesa era il nemico da abbattere, ma che per molti italiani rappresentava la speranza di un futuro migliore”. Usciva dalla cerchia, insomma, dall’illusione che dà facebook che tutti la pensino come te. In definitiva, “una volta di più, Verdi spiegava agli italiani l’Italia com’era, non come credeva di essere”. Una lezione di metodo utile, oltre 150 anni anni dopo, a parecchi direttori di giornale.