Altro che «fatevi una risata», buone e cattive intenzioni e politicamente scorretto. A distanza di una settimana dal monologo di Pio e Amedeo a Felicissima Sera – quello del «se vi chiamano ricchioni, voi ridetegli in faccia perché la cattiveria non risiede nella lingua e nel mondo ma nel cervello: è l’intenzione» – e con l’opinione pubblica che da giorni si spacca sul ddl Zan, l’onda lunga della polemica non si placa e origina risposte inaspettate. Che vanno oltre quelle della politica e dell’associazionismo LGBTQ+, “vengono dal basso” e proprio per questo creano molto più rumore perché sono quelle che raccontano la vita reale delle persone gay, lesbiche e transgender.

Ed è ciò che è successo negli ultimi giorni dopo un tweet di Aldo Mastellone, 30 anni, responsabile della comunicazione corporate e affari istituzionali di una delle più importanti aziende italiane. Il click è scattato con una semplice richiesta sul suo profilo “@solodallamente”: “Raccontatemi la prima volta che vi hanno chiamato froci”. A quel punto si è innescato un clamoroso effetto valanga che darà vita ad un instant book i cui proventi verranno interamente destinati in beneficenza ad associazioni LGBT+. «Già pochi minuti dopo la storia su Instagram ho ricevuto decine di messaggi pubblici e in privato di persone che mi raccontavano le loro storie, molto spesso specificando di non averne parlato prima con nessuno, nemmeno in famiglia. In ognuna c’era una potenza di vissuto che messa assieme diventava dolore collettivo: ho pensato che tutto questo portato di vissuto, in positivo e in negativo, non andava sprecato», spiega Mastellone a FQMagazine.

Tra storie agghiaccianti, emotivamente di grande impatto, svolte inaspettatamente positive, graffi dell’anima, sorrisi, lacrime e voglia di rinascita, Mastellone ha messo assieme in pochi giorni oltre duecento testimonianze. C’è il ragazzo che fa coming out in famiglia e tutti gli si rivoltano contro, innescando una guerra emotiva martellante: i genitori gli dicono “da oggi abbiamo solo due figli, non tre” e il nonno che gli urla in faccia “non voglio rottinculo in famiglia”. C’è la mamma di un ragazzino 14enne impreparata a gestire la “rivelazione” del figlio, che gli svela di essere bisessuale ed è spaventata perché teme che la vita non sarà gentile con lui, che lo possano bullizzare o che a scuola gli urlino frocio. O ancora il ragazzo etero la cui vita cambia totalmente quando il fratello gli svela di essere omosessuale e gli fa notare tutte le volte che è stato (più o meno consapevolmente) omofobo con lui: la rivoluzione è così totale che oggi quel ragazzo è diventato il responsabile diversity e inclusione della sua azienda.

Non è fiction, è vita vera, sono storie di odio, dolore, ma anche di cambiamento, di crescita e, immancabilmente, di parole sbagliate. «Per questo il ragionamento di Pio e Amedeo ha una falla in partenza: non è vero che le intenzioni contano più delle parole, perché le parole danno forma alla realtà, la categorizzano e se c’è una parola carica di stigma – che sia frocio o la N-word- non puoi riderci su. È facile dire dall’alto del proprio privilegio di uomo bianco, eterosessuale e cisgender “rideteci su” ma quando hai vissuto sulla tua pelle la paura, l’emarginazione, la violenza e le botte, di tutto hai voglia tranne che di rispondere con il sorriso», osserva Mastellone. Per questo le non scuse dei due comici pugliesi da molti all’interno della comunità LGBTQ+ sono state lette come il paradigma di chi una non autocritica. «E il tema della libertà di satira non c’entra nulla, perché da sempre la satira si fa contro i potenti, non contro i discriminati. Non si sono resi contro di aver sdoganato ancora di più questi termini, tanto che un ragazzo mi ha scritto: “Mio padre ora è convinto che siccome su Canale 5 in prima serata hanno detto frocio, ora anche lui mi può chiamare così”. Purtroppo anche l’inferno è lastricato di buone intenzioni e il loro monologo è stato un ulteriore pugno in pancia a chi già ha sofferto tanto».

Quanto al libro, dovrebbe uscire a breve in formato e-book o cartaceo, dipenderà dalla disponibilità delle case editrici ad investire nel progetto affinché tutto il ricavato vada in beneficenza: alcune già hanno già dato segnali di interesse. «Vorrei che uscisse a giugno, nel mese del Pride, così avrebbe anche un valore simbolico. Un amico fotografo ha avuto l’idea di realizzare dei ritratti di persone di schiena, così da rendere ancora più d’impatto le testimonianze, che non sono narrazione ma vite vere. L’intero ricavato andrà poi in beneficenza, per sostenere progetti mirati in ambito scolastico: da molti dei messaggi ricevuti viene fuori che i problemi più grandi emergono in famiglia e nelle scuole, a causa degli altri ragazzi e anche del corpo docente, spesso impreparato a gestire atti di bullismo e discriminazione. Una quota vorrei che supportasse anche i numeri verdi anti-suicidio nelle comunità LGBT+: l’obiettivo è permettere alle nuove generazioni di non subire più sofferenze e dolori causati dagli episodi di omo e transfobia, che francamente non sono più accettabili».

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