Nel governo colombiano una testa doveva cadere e così è stato. Lunedì 3 maggio il ministro delle finanze e del credito pubblico, Alberto Carrasquilla (già ministro del governo dell’ex presidente Alvaro Uribe e coinvolto in scandali di corruzione), ha presentato le sue dimissioni all’attuale presidente della Repubblica Iván Duque. Questa rinuncia segue ad una convulsa situazione che ha visto esplodere la tensione sociale a partire dal 28 aprile, giornata nella quale i sindacati hanno chiamato la popolazione allo sciopero nazionale contro la riforma fiscale.

Un progetto di riforma imposta alla nazione dallo stesso Duque in modo autoritario e spavaldo, presentata come un male necessario per poter rispondere ai debiti internazionali e alle nuove esigenze di supporto delle fasce più colpite dalle conseguenze economiche della pandemia. Fin dall’inizio però sia l’opposizione nel congresso che “la piazza” avevano avvisato che non avrebbero accettato questa imposizione senza lottare.

La riforma fiscale proposta da Duque per raccogliere circa l’equivalente di 5.680 milioni di euro consiste in un documento di 110 pagine dal titolo di Ley de Solidaridad Sostenible (Legge di Solidarietà Sostenibile). La riforma però attacca, in un momento critico, il portafoglio di quelle fasce sociali che più hanno sofferto l’impatto economico della pandemia, facendo ricadere ancora una volta il peso della nazione sulla classe media e non sui grandi patrimoni.

Si tratta di un disegno di legge che testimonia la completa disconnessione di una classe dirigente che sembra vivere su un altro pianeta. Basti pensare che lo stesso ministro dimissionario aveva dichiarato pochi giorni fa che un cartone di 12 uova costava 1800 pesos, meno di un quarto del prezzo reale. Così i sindacati hanno chiamato ad una marcia nazionale per venerdì 28 aprile, facendo caso omesso alle proibizioni di agglomerazione emesse dai vari sindaci delle più grandi città del paese.

La chiamata alla piazza ha riunito 5 milioni di persone in 600 città diverse e anche se la maggior parte delle manifestazioni si è svolta in modo pacifico, non sono mancati i disordini, gli scontri e i saccheggi a Bogotà, a Cali e a Medellín. La repressione delle forze dell’ordine è stata ancora una volta letale: secondo la defensoria del pueblo sono 19 i morti (18 civili e un poliziotto) e più di 800 i feriti registrati dal 28 aprile al 3 maggio (le organizzazioni della società civile denunciano un numero maggiore di vittime). A Bogotá, la sindaca Claudia López ha fatto chiudere la rete di trasporto pubblico transmilenio alle ore 17, anticipando alle 18 il coprifuoco. Migliaia di cittadini si sono trovati senza mezzi di trasporto per tornare a casa e hanno camminato per ore sotto la pioggia per raggiungere la destinazione.

Nonostante ciò, intervistati dalla stampa locale, la maggior parte dei malcapitati si è detta d’accordo con le ragioni dei manifestanti. Nel frattempo, mentre milioni di colombiani protestavano e si cominciavano a vedere scene di guerriglia urbana, Duque provava a raggiungere (fallendo) l’accordo politico nel Congresso presentando alcune modifiche al progetto di riforma. Alla fine, dopo 4 giorni di proteste continuate e cruenti scontri tra il tristemente famoso l’Esmad (Escuadrones Móviles Antidisturbios de la Policía Nacional) e i manifestanti, il presidente ha ceduto e domenica 2 maggio ha annunciato il ritiro del progetto di riforma e l’inizio della negoziazione di un nuovo disegno di legge con le altre parti politiche.

Il giorno dopo l’annuncio, sono arrivate le dimissioni di Carrasquilla ma la tensione nel paese è ancora palpabile. I movimenti sociali e i sindacati continuano a manifestare chiedendo un posto al tavolo delle trattative per la riforma fiscale e a questo si aggiunge l’esasperazione generale per il ritardo nel piano nazionale di vaccinazione (insieme alle continue denunce di frodi e favoritismi su chi e quando riceve il vaccino).

Proprio in relazione al Covid-19, la situazione di aperto scontro sociale si inserisce in un contesto di grave recrudescenza della pandemia e dell’aumento del numero dei contagi: un virus che ha già ucciso in Colombia più di 70mila persone. Ad oggi, nelle maggiori città del paese il sistema sanitario è al collasso; Cali, Medellin e la stessa capitale Bogotà hanno le rianimazioni sature e giorno dopo giorno si registra il nuovo record di morti nel paese sudamericano: una striscia negativa iniziata proprio con i 490 morti da coronavirus del 28 aprile.

Potrebbe risultare dunque difficile comprendere perché così tante persone scendono in piazza sfidando letteralmente la morte, ma un cartello esposto nelle manifestazioni dei giorni scorsi, e che ha già fatto il giro del mondo, ci offre la risposta: “Se un popolo esce a protestare in mezzo ad una pandemia è perché il governo è più pericolo del virus”.

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