Una nota con le firme dei procuratori capo di Perugia e Milano per dire essenzialmente che ora sarà la procura di Roma a indagare sulla diffusione dei verbali di Piero Amara. È quella che ha diffuso l’ufficio inquirente del capoluogo lombardo: in calce ci sono le firme di Francesco Greco e Raffaele Cantone. La procura di Milano e quella di Perugia, dopo alcuni accertamenti, “hanno congiuntamente trasmesso gli atti alla procura di Roma con riferimento al luogo di consumazione del reato di rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio“, articolo 326 del codice penale. La storia è quella dei dossier composti dai verbali di Amara che stanno arrivando nelle sedi di alcuni quotidiani e di alcuni organi istituzionali. Sono quindi i pm di Roma che stanno cercando di capire chi e perché ha diffuso i verbali dell’ex avvocato dell’Eni.

In particolare le indagini coordinate dalle procure di Milano e di Perugia, che si sono avvalse del contributo investigativo della Guardia di finanza, “hanno permesso, con sicurezza anche documentale, di ricostruire compiutamente i fatti riguardanti le modalità con le quali alcuni verbali apocrifi (in formato word), relativi ad attività segretata, sono entrati nella disponibilità di due testate giornalistiche, rispettivamente nell’ottobre 2020 e nel febbraio 2021″. Il riferimento è al Fatto Quotidiano e Domani. Il nostro giornale ha raccontato come sulla vicenda sia finita coinvolta la funzionaria del Csm, Marcella Contrafatto. L’ipotesi dei pm romani è che la signora abbia avuto un ruolo nella diffusione dei verbali di Amara, uno dei quali contenente dichiarazioni anche sul premier Giuseppe Conte, pubblicato dal quotidiano Domani. Contrafatto, sentita dal Fatto, non ha voluto fornire la sua versione perché, come ci ha spiegato il suo avvocato, Alessia Angelici: “C’è un’indagine in corso”. Anche Davigo ha rifiutato ogni commento: “è un argomento coperto dal segreto perché c’è un’indagine in corso”.

I dossier di Amara, l’ex avvocato esterno di Eni al centro dell’inchiesta della procura di Milano sulle presunte attività di depistaggio per condizionare le indagini sul caso Eni-Nigeria, girano da parecchio tempo. Il legale siciliano è stato arrestato l’ultima volta nel febbraio del 2020 perché doveva scontare un cumulo pena di 3 anni e 8 mesi per le condanne inflittegli nei procedimenti relativi alle sentenze pilotate al Consiglio di Stato e al Sistema Siracusa, indagine che aveva svelato una sorta di accordo tra pm e avvocati per pilotare indagini e fascicoli. Amara è considerato il “regista” di una serie di episodi di corruzione per aggiustare sentenze anche davanti ai giudici amministrativi. Nella giornata di martedì il primo a parlarne pubblicamente è stato il magistrato Nino Di Matteo, intervenendo durante il plenum del Csm. Il plenum del Csm è appena cominciato quando il consigliere indipendente Di Matteo si alza e informa i colleghi di quello che definisce un “fatto personale: nei mesi scorsi ha ricevuto un “plico anonimo, tramite spedizione postale, contenente la copia informatica e priva di sottoscrizione dell’interrogatorio di un indagato risalente al dicembre 2019 dinanzi a un’autorità giudiziaria”. Nella lettera che accompagnava il faldone, ha spiegato l’ex pm di Palermo, “quel verbale veniva ripetutamente indicato come segreto“. Con quale contenuto? “Nel contesto dell’interrogatorio l’indagato menzionava in forma evidentemente diffamatoria, se non calunniosa, circostanze relative a un consigliere di questo organo“. Di Matteo ha quindi spiegato di aver subito contattato la procura competente, cioè quella di Perugia, per riferire i fatti. Il suo timore, infatti, è che “tali dichiarazioni e il dossieraggio anonimo” possano “collegarsi a un tentativo di condizionamento” dell’attività di Palazzo dei Marescialli. L’auspicio ora è che le “indagini in corso possano tempestivamente far luce sugli autori e le reali motivazioni della diffusione di atti giudiziari in forma anonima“.

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