Gattuso ha già vinto. Non solo ieri contro il Torino (e nelle ultime settimane contro Milan, Roma, Bologna, Crotone, Sampdoria, Lazio) ma soprattutto contro gli stereotipi e i pregiudizi, atteggiamenti e comportamenti di una piccola parte di opinione pubblica (soprattutto napoletana) che hanno minato, negli ultimi mesi, la credibilità professionale di Ringhio.

Uno degli stereotipi battuti da Rino Gattuso riguarda la narrazione che Ringhio, cosi come tutti i nazionali del 2006 divenuti allenatori, goda immeritatamente di una benevolentia da parte dei media captata per effetto dell’allure del campione del mondo. Per la psicologia sociale uno stereotipo corrisponde a una credenza (non fatti) o a un insieme di credenze in base a cui un gruppo di individui attribuisce determinate caratteristiche a un altro gruppo di persone.

Ora è pur vero che, finora, nessuno dei 22 campioni di Germania 2006 è divenuto un grande allenatore ma utilizzando questo stereotipo per valutare Gattuso, quei (pochi) commentatori non fanno altro che utilizzare come scorciatoia mentale l’ipotesi che chi rientra in una determinata categoria avrà probabilmente le caratteristiche proprie di quella categoria, trascurando cioè tutte le possibili differenze che, complice una assoluta mancanza di conoscenza tecnica, potrebbero invece essere rilevate tra i diversi componenti di tale categoria.

Gattuso ha fatto gavetta; Gattuso ha vinto (una Coppa Italia); Gattuso ha disputato già tre finali di una competizione; Gattuso è considerato da giornalisti competenti (e mai schierati) come Roberto Beccantini uno dei pochi allenatori che fanno giocare le proprie squadre in velocità (quando stanno bene e ci sono tutti); Gattuso è stimato da allenatori di esperienza come Ranieri; Gattuso ha riportato alla vittoria un Napoli che era stato distrutto, tatticamente e fisicamente, dal leader (troppo calmo per questa piazza) Ancelotti che non sembra stia facendo mirabilie altrove; Gattuso guida, oggi, praticamente da separato in casa, un Napoli in zona Champions nonostante infortuni, assenze per Covid e tensioni interne. Fatti, non credenze basate su complicate elucubrazioni.

Qualcosa di diverso rispetto a quanto realizzato dagli altri componenti del gruppo “stereotipato”, qualcosa che va valorizzato leggendo, come ripete spesso il mio maestro Pier Luigi Celli, la biografia e non (al momento) il curriculum vitae. Potrebbe essere utile, però, a tal proposito, riflettere sul come e sul perché a Napoli, c’è questa tendenza a creare per Gattuso degli stereotipi, anche se spesso essi si rivelano nient’altro che concezioni errate.

In parte molti di questi stereotipi sono mutuati culturalmente e spingono ad etichettare certi atteggiamenti in maniera diversa a seconda dell’attore coinvolto per rimanere coerenti con lo stereotipo di base. Ad esempio, se condividiamo lo stereotipo che i campioni del mondo 2006 siano meno bravi degli allenatori vincenti (nel passato) come Ancelotti e Benitez, interpreteremo come mancanza di competenza di Gattuso un errore causato dai naturali black-out psicologici di Koulibaly o di Bakayoko, mentre vedremo come una semplice distrazione lo stesso errore di concentrazione commesso da Lozano o Fabian Ruiz.

Al contrario vedremo come eccezione una serie di 7 vittorie pregiate che ci hanno riportato nell’olimpo del calcio nazionale e come regola un Everton (dopo una campagna acquisti costosissima) all’ottavo posto in Premier League, senza rischiare così di dover mettere in forse lo stereotipo di riferimento.

L’altro sconfitto da Gattuso, rovescio della medaglia dello stereotipo, è il pregiudizio, un’opinione preconcetta concepita non per conoscenza precisa e diretta del fatto o della persona, ma sulla base di voci e opinioni comuni o, peggio ancora, di influenze interessate. Un atteggiamento/comportamento, non ci scandalizziamo, sostanzialmente accettabile come conseguenza di una società in cui tutti i vari microcosmi hanno, più o meno, pregiudizi condivisi dai suoi componenti che provvedono poi al rafforzamento degli stereotipi stessi.

Però accettabile è il pre-giudizio inteso come giudizio precedente o prematuro, mentre non lo è il pre-giudizio inteso come giudizio negativo senza una ragione sufficiente e soprattutto disconfermato dai fatti. Perché bisogna distinguere il concetto errato dal pregiudizio: un pensiero infatti diventa pregiudizio non accettabile solo quando resta irreversibile anche alla luce di nuove conoscenze.

Ad esempio, se per un qualche motivo il giovanissimo giornalista si è convinto che il Napoli vince le partite non per le strategie tattiche di Gattuso ma semplicemente perché i calciatori sono in forma (come se la forma dei calciatori non dipendesse anche dall’allenatore), incontrando, solo per citarne alcuni, Lele Adani, Claudio Ranieri, Billy Costacurta, Roberto Beccantini (gente che, forse, di calcio ne sa) assumerà probabilmente un atteggiamento più critico, intendendo difendersi dagli “inevitabili” attacchi che si aspetta. Ma questo suo atteggiamento sarà visto come incompetente ed ingiustificato (se non ostile) dai disinteressati sostenitori di Gattuso che, a loro volta, si metteranno sulla difensiva nei confronti del giovane giornalista, che li percepirà addirittura come impreparati, rafforzando di conseguenza il suo pregiudizio.

È possibile eliminare i pregiudizi? Non si tratta di un’impresa facile, in quanto i pregiudizi, come abbiamo visto, sono determinati da una serie di concause che hanno le loro radici nel sociale e possono quindi vantare una forte influenza sugli individui. Però favorire i contatti, migliorare la conoscenza delle persone che per qualche motivo vengono percepite come “diverse” può servire a ridurre i pregiudizi, ma naturalmente occorre che le persone siano effettivamente disposte a rivedere le proprie convinzioni.

Forse sarebbe il caso di frequentare i campi di calcio, seguire gli allenamenti, studiare il calcio in presenza (non solo sui software per le statistiche) prima di esporsi a questi scivoloni. Ma forse anche questo è un mio pregiudizio. Forza Napoli!

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