di Giovanni Casciaro

La pandemia Covid-19 ha richiamato numerose riflessioni e iniziative sul diritto alla salute. Fra le tante merita particolare attenzione la petizione, riportata sul sito noprofitonpandemic.eu/it, diretta alla Commissione Europea da rilevanti organizzazioni della società civile. Con essa si richiede a questa istituzione di fare tutto quanto in suo potere affinché i diritti di proprietà intellettuale, compresi i brevetti, non ostacolino l’accessibilità alle cure.

La petizione afferma il diritto universale alla cura, rispondendo così, oltre che a un obbligo etico, a una ineludibile necessità motivata dall’emergenza sanitaria. È risaputo che le popolazioni povere, non coperte da vaccinazione, possono diventare focolai di virus con mutazioni vaccino-resistenti e provocare nuove pericolose ondate pandemiche. Se si vuole sconfiggere la pandemia, bisogna perciò vaccinare tutte le popolazioni, anche quelle con scarse disponibilità economiche. In merito, importanti responsabili delle Nazioni Unite hanno affermato: “In un mondo interconnesso, non dimentichiamo che nessuno di noi è al sicuro, finché non siamo tutti al sicuro”.

E Papa Francesco si è così espresso: “Chiedo a tutti, ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali, di promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti: vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi di tutte le regioni del Pianeta”. In consonanza a queste sollecitazioni India e Sudafrica, con il sostegno di oltre 100 Paesi e 400 organizzazioni a livello mondiale, tra cui l’Oms, avevano richiesto al Wto di non applicare le norme relative ai brevetti su tutti gli strumenti di lotta contro la pandemia, come stabilito dal trattato di Marrakech, che prevede questa “eccezione” nei casi di particolare gravità.

Tale richiesta era ed è legittima, data la grave emergenza sanitaria e considerati i grandi finanziamenti, provenienti direttamente o indirettamente da fondi pubblici, ricevuti dall’industria farmaceutica nella fase di ricerca e sviluppo dei vaccini. Ma questa istanza fu scandalosamente respinta da Stati Uniti, Unione Europea, compresa l’Italia, Svizzera e Regno Unito. Quanto si è lontani dai valori di Albert Sabin, che non brevettò il suo vaccino antipolio per renderlo disponibile a tutti i bambini del mondo.

Sono così prevalsi gli interessi economici delle case farmaceutiche e gli interessi geopolitici dei Paesi produttori del vaccino. Si è verificato quanto constatato con amarezza da Medici Senza Frontiere: “Neanche in una pandemia si agisce nell’interesse della salute pubblica” e quanto denunciato dall’organizzazione umanitaria Oxfam: “Metà dosi già prenotate da pochi Paesi ricchi. Case farmaceutiche proteggono monopoli e profitti”. La lotta per l’accaparramento dei vaccini ha persino causato ritardi nell’approvvigionamento dei Paesi europei. Il problema più grave, scarsamente considerato, permane però nei “Paesi poveri”, dove la mancanza di risorse non permette il rifornimento di vaccini e il programma di aiuto Covax si sta dimostrando inadeguato. Forse non si è ancora capito che il “gregge”, a cui bisogna far raggiungere l’immunità, è costituito da tutti gli abitanti del pianeta.

In un mondo strettamente interconnesso la pandemia ci insegna che il diritto alla salute e, più in generale, a una vita dignitosa, deve essere assicurato a tutte e a tutti. E pensando ai luoghi dove si possono generare nuove pandemie, lo stesso diritto deve essere assicurato agli animali, abolendo gli orrendi allevamenti intensivi, ambienti perfetti per la diffusione di batteri e virus. Quindi, per un doveroso senso di giustizia e per un evidente interesse generale, è nostro compito di cittadini di un mondo globalizzato attivarci affinché diritti, spesso solo strumentalmente declamati, si traducano in realtà.

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