Attribuire a Patrick Zaki la cittadinanza italiana: un’idea, un’opportunità e un segno di forte volontà e di impegno solidale per aiutare lo studente egiziano del corso Gemma del programma Erasmus all’Università di Bologna. Zaki, arrestato il 7 febbraio 2020 all’aeroporto del Cairo, è in cella da quasi 14 mesi. La società civile si è attivata mentre la politica italiana ha acceso i radar cercando consensi e strategie condivise, mentre nel nostro Paese pullulano i Comuni, grandi e piccoli, che hanno concesso a Patrick la cittadinanza onoraria. In questo caso il peso legislativo del provvedimento sarebbe molto più forte, ma nessuno fino ad oggi ha pensato se questo possa essere un canale tecnicamente percorribile, con quali tempi e possibilità di successo. Soprattutto, nessuno ha pensato di chiedere direttamente all’interessato cosa ne pensa di diventare cittadino italiano a tutti gli effetti.

Questa domanda ilfattoquotidiano.it l’ha posta a Marise, la sorella dello studente: “Qualche voce a tal proposito è girata anche qui in Egitto, per ora si tratta di rumors – replica – Di concreto non c’è nulla, a noi direttamente non è arrivata alcuna proposta o richiesta di intercessione. Quando accadrà, se accadrà, sarà nostra premura porre la questione direttamente a mio fratello nella prima occasione possibile, ossia una delle visite alla prigione di Tora concesse dall’autorità carceraria. Sia chiaro, sarà necessario affrontare il tema con la massima cautela, perché l’avvio di una pratica per l’ottenimento della cittadinanza del vostro Paese andrebbe sicuramente ad innescare forti pressioni su di lui una volta resa ufficiale la decisione. Dal primo giorno in cui mio fratello è stato arrestato, le spinte sul governo egiziano da parte dell’Italia e dell’Europa non sono mai venute meno, ma di fatto, ad oggi, non è ancora accaduto nulla di positivo. Patrick resta in prigione, la detenzione viene rinnovata ad ogni udienza, le sue condizioni generali peggiorano e non sappiamo quando questo incubo finirà”.

La recente mozione presentata al Senato, che vede tra i primi firmatari Francesco Verducci (Pd), la senatrice a vita Liliana Segre e tanti altri, dovrebbe impegnare il governo a “provvedere con urgenza al riconoscimento della cittadinanza italiana a Patrick Zaki” tramite Decreto del presidente della Repubblica. In attesa del parere dello studente, qualcuno si chiede se sia questa la scelta più giusta e fattibile per aiutare Patrick Zaki nel concreto.

Qualsiasi strumento può essere di aiuto per una causa del genere, è importante tenere alta l’attenzione generale, specie in un periodo storico come questo, in piena emergenza pandemica. Gli ostacoli principali? Banalmente riuscire a introdurre la documentazione da far visionare e firmare allo stesso Zaki, inoltre ci sono procedure ben precise da seguire, tra cui il giuramento e così via. Insomma, i problemi logistici e procedurali sono evidenti. Io quella mozione che porta anche la firma di Liliana Segre l’ho sottoscritta, ci mancherebbe, ma ritengo utile percorrere altre strade”. Michela Montevecchi, Senatrice del Movimento 5 Stelle, bolognese doc, ha deciso di andare oltre e giovedì ha depositato una sua mozione in Parlamento sempre dedicata al caso di Patrick Zaki. Il testo, che riporta le firme di una settantina di senatori grillini, aggiunge altra carne al fuoco: “Vorrei incidere in maniera più diretta sulla vicenda Zaki – aggiunge la Montevecchi – Tecnicamente il testo chiede di analizzare tutte le opportunità in campo nell’ottica di una sua scarcerazione in attesa di un processo equo. A tal proposito, valutare l’ipotesi di applicare la Convenzione Onu del 1984 contro la tortura alla luce di quanto accade dentro le prigioni del presidente al-Sisi. A livello simbolico l’obiettivo della mozione è spingere il governo italiano a essere portatore attivo di ingerenze nei confronti del regime egiziano sul fronte dei diritti umani”.

La senatrice spiega che tutto può essere riassunto in tre punti: “Si deve aprire un negoziato diretto Italia-Egitto, porre l’arbitrato affinché si arrivi ad una sentenza letta da un giudice terzo e presentare un ricorso immediato alla Corte Internazionale di Giustizia. Serve un cambio di passo da parte delle nostre istituzioni. I Paesi europei che hanno contenziosi aperti con Il Cairo sul fronte dei diritti umani, Francia, Germania, Regno Unito, Austria e così via devono mettersi in rete e avviare un’azione congiunta”.

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