Non possono essere processati per omicidio perché deceduti. Ma in realtà dei nove presunti responsabili della morte di Pompeo Panaro ucciso nel 1982 a Paola, in provincia di Cosenza, solo tre sono morti. Gli altri sei, invece, sono vivi. Alcuni liberi e altri detenuti. Il servizio sulla storia dell’omicidio dell’ex consigliere democristiano ucciso quasi 39 anni fa andrà in onda su Italia Uno nella puntata di stasera delle Iene. Il figlio Paolo Panaro racconta i misteri e i depistaggi che costellano la vicenda di suo padre.

Solo nel 2013, infatti, la magistratura ha rinviato a giudizio uno dei suoi presunti assassini: il collaboratore di giustizia Giuliano Serpa. L’ex boss della ndrangheta poi è stato assolto perché il reato era ormai prescritto. Nella richiesta di rinvio a giudizio, però, il figlio trova i nomi degli altri indagati per i quali – c’è scritto – “si procede separatamente in quanto deceduti”. “Di questi nove solo tre sono effettivamente deceduti. – racconta il figlio della vittima alla Iena Alessandro Politi – Gli altri sono vivi e vegeti. Tra l’altro pregiudicati, tutti noti alle forze dell’ordine”. L’indagine sulla scomparsa di Pompeo Panaro era stata “ufficialmente archiviata come lupara bianca”.

“Nel 1993 – spiega Paolo Panaro – il Tribunale attesta la dichiarazione di morte presunta”. Dopo diversi anni, però, grazie a un articolo di giornale il figlio scopre che c’era stata un’indagine. “Ricevo un fascicolo per omicidio volontario a carico di ignoti – dice davanti alle telecamere delle Iene – che mi documenta una verità sconcertante”. Il riferimento è alla scoperta del ritrovamento del corpo di suo padre: “Ho capito che c’era qualcosa che non torna”. In sostanza, il corpo di Pompeo Panaro era stato trovato pochi mesi dopo la scomparsa grazie a una telefonata anonima che aveva fornito gli elementi per individuare il punto preciso, tra le montagne sopra Paola, dove era stato seppellito il consigliere comunale della Dc.

Il figlio, quindi, ha presentato un esposto alla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro. “La Dda nel 2013 apre le indagini – racconta Panaro – ma solo perché io ho presentato un esposto”. Si scopre poi che in realtà erano due i pentiti che avevano parlato dell’omicidio di suo padre. Il primo è stato Fedele Soria, del clan Serpa, che poi ha ritrattato dopo aver indicato il luogo del delitto e i nomi degli esecutori, tutti ‘ndranghetisti. A dieci anni dal primo pentito, un altro collaboratore è stato interrogato sullo stesso omicidio e ha confessato di essere uno dei responsabili. Si tratta dell’ex boss Giuliano Serpa che ha indicato gli stessi nomi fatti dall’ex collaboratore Soria.

“Nessuno dei due pentiti fu mai preso in considerazione” ricostruisce la iena Politi. “Giuliano Serpa – aggiunge il figlio della vittima – viene anche accompagnato sul luogo dove avevano già trovato il corpo. Vanno lì dopo 35 anni a cercare un corpo che avevano già trovato”. È con il rinvio a giudizio di Serpa che il figlio scopre che per la magistratura gli altri presunti responsabili sono deceduti. Per “come indicato dal pm sono deceduti” scrive il gip che archivia così l’inchiesta nei confronti di tutti i soggetti indicati dal pentito Serpa: “Come sia possibile – afferma Paolo Panaro – scrivere una cosa del genere? Io resto a bocca aperta. La vicenda di Pompeo Panaro si conclude nel 2015 con una sentenza della Corte d’Assise di Cosenza. Si mette una pietra tombale”. In quella sentenza, infatti, i giudici dichiarano gli indagati “tutti deceduti”. Eppure – si sfoga sempre Paolo Panaro – “quello che sarebbe l’esecutore principe dell’omicidio di mio padre vive in paese e rischio di trovarmelo in giro da un momento all’altro”. E lo hanno incontrato anche le Iene nella parte finale del servizio che andrà in onda stasera.

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