di Sandra Caliccia

I politici, come tutti coloro che svolgono funzioni pubbliche, sono tenuti, secondo l’Art. 54 della Costituzione, a servire il Paese “con disciplina e onore”, e i ministri devono giurare di esercitare la loro funzione “nell’interesse esclusivo della Nazione”. Magari gli italiani smemorati e quasi tutti i giornali e i commentatori televisivi – folgorati sulla Via di Damasco dall’arrivo di Mario Draghi – non sono scoppiati a ridere quando hanno sentito giurare davanti a Sergio Mattarella i ministri di Forza Italia, della Lega e di Italia Viva, ma di certo i polli si sono scompisciati. Perciò, prima di mangiare pollo, informatevi sull’effetto che la morte per eccesso di risate può avere su questi volatili.

L’azione di Matteo Renzi, concertata con la destra e con i renziani rimasti nel Partito Democratico come quinta colonna e volta a far cadere il governo Conte perché non potesse gestire i soldi del Recovery Fund, purtroppo ha raggiunto lo scopo e ha riportato al governo personaggi della Lega e di Forza Italia, che ci eravamo finalmente levati di torno e che mai avrebbero dovuto riavere posti di responsabilità pubblica. Per valutare il grado di onore e disciplina della destra che alligna in Italia, sarà utile ricordare a chi ha la memoria corta due episodi.

Il primo risale al 2008. Quando il secondo Governo Prodi cadde perché non ebbe la fiducia al Senato per due o tre voti, i senatori della destra – Forza Italia, Lega, Alleanza Nazionale –, per dimostrare la loro felicità, gozzovigliarono in aula abbuffandosi di mortadella (in spregio al bolognese Prodi) e inondando i banchi di spumante. Si vedano su Internet le foto del senatore Nino Strano che si ingozza di mortadella, e degli starnazzamenti di tutti gli altri. Tuttavia, il secondo episodio fu ben più grave e molti di certo lo ricordano.

Il 5 aprile del 2011, 232 deputati del Popolo della Libertà (Pdl) – nuovo partito costituito dalla fusione di Forza Italia e Alleanza nazionale – 59 della Lega, 21 dei Responsabili, tra cui Antonio Razzi e Domenico Scilipoti – che Silvio Berlusconi aveva comprato (lui sì, Giuseppe Conte no) nel dicembre del 2010 per assicurarsi la fiducia in un momento di difficoltà del suo governo – più altri tre votarono compatti che Ruby Rubacuori, la minorenne marocchina che partecipava alle serate pornografiche ad Arcore, arrestata per furto e che Berlusconi aveva fatto rilasciare telefonando ben sette volte alla Questura di Milano, era per lo Stato la nipote dell’ex presidente egiziano Mubarak. Questo voleva dire che Berlusconi aveva telefonato in qualità di premier e che le sue erano telefonate di Stato. Per conseguenza Berlusconi, che era stato accusato di concussione e prostituzione minorile dalla procura di Milano, doveva essere giudicato dal Tribunale dei ministri.

Nel febbraio del 2012 la Corte Costituzionale, cui spettava la decisione, respinse la richiesta, ma resta il fatto che 315 deputati della destra ebbero la faccia tosta di votare scientemente una cosa falsa, di avallare una menzogna. L’attuale presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati (Fi) non solo votò il falso ma dichiarò in televisione che in un incontro ufficiale Mubarak aveva presentato Ruby a Berlusconi come sua nipote. Ebbene, alcuni di questi “onorevoli” senza onore ce li ritroviamo oggi al governo: Francesco Paolo Sisto (FI), Deborah Bergamini (FI), Nicola Molteni (Lega) come sottosegretari, e Renato Brunetta (FI), Maria Rosaria Carfagna (FI), Mariastella Gelmini (FI), Giancarlo Giorgetti (Lega) come ministri.

Abbiamo al governo anche Teresa Bellanova, Ivan Scalfarotto come sottosegretari e Elena Bonetti come ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia. Sono i tre eroici esponenti di Italia Viva che avevano lasciato coraggiosamente le loro poltrone con spirito di sacrificio per far crollare il governo Conte e salvare così il Paese. Certo che la velocità con cui se le sono riacchiappate non è di molto inferiore a quella della luce.

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